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L’antico nome di Buonopane era “lucerna mortis”? Ma per favore…

del prof. Pasquale Balestriere

Proprio così! In occasione dell’happening turistico-culturale (?), svoltosi il 9 ottobre scorso a Buonopane  e denominato “Lucerna mortis”,  mi è per caso capitato di sentire che l’antico nome di Buonopane era, appunto, “Lucerna mortis”. La cosa peggiore è che il web, purtroppo,  è  ormai già pieno di questa scempiaggine, ribadita, insieme ad altre affermazioni non supportate da ombra di prova (e quindi gratuite), da colui che credo sia il promotore principale dell’evento in un video su You tube.  Per di più vengono citati, come fonti di tanta elucubrazione,  Chevalley de Rivaz e D’Ascia, dicendo ancora  sciocchezze come spesso capita a elementi culturalmente sprovveduti che vogliono atteggiarsi  a intellettuali e scopritori di novità. La cosa peggiore è che giornali e televisioni locali diffondono queste corbellerie senza sottoporle a verifica. Ma tant’è, oggi la cultura e il sapere, ma anche la serietà professionale, sono del tutto fuori moda.

È andata così. Tornando a casa, dopo aver sistemata l’auto nel parcheggio della piazza di Buonopane, mi sono avvicinato a un gruppo di persone che ascoltava attentamente un giovane – probabilmente la guida-  impegnato al illustrare con molta sicumera  il maiolicato policromo che rappresenta la vita del paese. Lì ho “appreso”  che uno degli antichi nomi di Buonopane era “Lucerna mortis”.  E per la verità ho udito anche altro. L’oratore che arringava i volenterosi turisti, a proposito della copertura del tetto delle case d’una volta,  usava il termine “roccia” invece di “lapillo”: parlava di roccia che veniva ridotta in polvere da grossi bastoni detti “pentoni”, mentre invece sappiamo bene che quest’operazione serve solo a comprimere  l’impasto di lapillo e calce perché, penetrando in tutti gli interstizi,  faccia corpo unico con il resto del solaio, cioè con muri portanti e “pezzotte”, pietre di pomice, quindi leggere e permeabili alla calce e adattissime a quest’uso. Che dire dell’ultima amenità scaraventata addosso agli ignari  e poco fortunati turisti? Ha detto   -la guida- che si mettevano immagini sacre sotto la pietra centrale della cupola del solaio. Certo, in teoria, ognuno può mettere le immagini dove gli pare; ma bisogna sapere che la pietra centrale aveva forma e funzione di zeppa quadrangolare e che poi veniva coperta, nella parte inferiore, da un sottile strato di abbozzo e intonaco e nella superiore da pochi centimetri  di battuto. E dove potevano trovar  posto, senza patir danno, le immagini sacre con funzione protettiva o apotropaica? Non certo sotto la pietra centrale, ma in un muro, nelle fondamenta o, più spesso,  in una spalla del solaio, dove si ammassava il lapillo senza calce, allo scopo di riempire il vuoto determinato dalla realizzazione dei sesti senza creare eccessivo sovrappeso. Quindi in mezzo al lapillo di una spalla (a anche di tutt’e quattro, se il proprietario era molto religioso o eccessivamente prudente -non si sa mai, meglio tenerseli amici i santi …- ) venivano deposte le immagini, protette da contenitori (bottiglie, vasetti, scatolette di latta, ecc.). A casa mia, durante i lavori di restauro, mi capitò di scoprire una bottiglina (carrafiello) con santini in un piccolo buco nel muro coperto da uno stato di calcina. E da giovane, trovandomi insieme ad altri a demolire una vecchia casa trovai in mezzo al lapillo di uno dei quattro angoli della casa una bottiglia con delle immagini sbiadite di santi. Ma, al di là delle mie modestissime esperienze personali, mi è stato confermato  da più persone anziane e da mastri muratori di lunga esperienza da me intervistati, che le immagini votive si ponevano o nelle fondamenta della casa o in una spalla della “lampia” o “lempia”, cioè della volta, nello spazio vuoto che si riempiva con il lapillo. Non dunque sotto la pietra centrale perché non c’era spazio.

Dopo aver ascoltato per pochissimi  minuti le  sciocchezze della guida, sono scappato scandalizzato. Non senza aver avuto, prima, la tentazione di sbugiardare pubblicamente “il predicatore”.

Però  di fronte a tanta supponenza con condimento di ignoranza,  anche per quanto riguarda l’abbinamento Buonopane/lucerna mortis,   non posso rimanere a bocca chiusa. Per il semplice fatto che qui si tradiscono storia e tradizioni con proterva faciloneria  e ormai il web  è pieno di questa sciocchezza;   e perché non deve passare per verità ciò che non lo è. Inoltre sono costretto a scrivere anche per un altro motivo:  chi sa di più deve “aiutare”(a capire) chi sa di meno.

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Intanto si mettano il cuore in pace gli organizzatori dell’evento, i giovanotti e signorine della “Scuola del folklore”: il villaggio di  Buonopane non si è mai chiamato “Lucerna mortis”, ma “Moropane”  o “Moropano” ( come risulta da una deposizione di Bono Bonomano, risalente al 1268, che, per ora,  è il documento più antico che riporta il toponimo e dove si parla di undici uomini “de casale Moropani”)   o “ Murpano” (unito al toponimo “Eramo” nella espressione “Murpano et Eramo”)  come è scritto in un documento del 1270 dei Registri della cancelleria angioina. Questi sono i documenti più antichi relativi al nome della frazione di Moropane. Il resto sono chiacchiere da bettola. O da cantina.

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Proviamo, dunque,  a mettere un po’ di ordine e a  ristabilire la verità. E anche a chiarire le idee ai giovani intraprendenti,  ma poco studiosi, della “Scuola del Folklore”. Chevalley de Rivaz e D’Ascia  non sono affatto autori dell’etimologia “Lucerna mortis” riferita a Buonopane: il primo non c’entra proprio niente con questa etimologia, il  secondo, semplicemente, la riporta.  L’autore di questa “intuizione” fu, invece,  Michelangiolo Ziccardi, medico di Campobasso che, avendo soggiornato abbastanza a lungo a Napoli, ebbe modo di conoscere l’isola d’Ischia, la sua storia e, soprattutto, le sue acque, se non altro perché effettuò la traduzione  della terza edizione della “Description des eaux minéro-thermales et des ètuves de l’île d’Ischia “ (Descrizione delle acque termominerali e delle stufe dell’isola d’Ischia) di J. E. Chevalley de Rivaz, stampata a Napoli nel 1837. Nelle note, di cui correda la traduzione, lo Ziccardi, dopo aver ipotizzato alcune etimologie di paesi e zone dell’isola, scrive testualmente ( e telegraficamente) a pag. 158: “Moropano  μόροπανος (sic!) lucerna mortis, da qualche antico vulcano”.  Salvo poi aggiungere tre righi dopo: “Ma queste etimologie non sono evidenti”, cioè non sono certe, chiare, solari. Se dunque già l’autore dubita della giustezza delle proprie  etimologie, perché noi dovremmo prenderle per oro colato, come fa la “Scuola del folKlore”? Figuriamoci poi il sottoscritto,  che eccepisce innanzitutto l’accento sbagliato sul termine greco, poi il semplicistico accostamento di  μόρος  sciagura, destino, morte,  e φανός (da cui πανός) fiaccola, lampada, lucerna; infine il fatto che pur essendo il territorio del Comune di Barano interessato da fenomeni vulcanici, non c’è alcuna evidenza che tali fenomeni abbiano coinvolto la zona più alta del comune collinare. In più ci sarebbe da aggiungere quale follia dovesse spingere un gruppo di persone ad abitare, se fosse vera l’ipotesi del vulcano spento, un posto così lugubre (lucerna  mortis significa fiaccola di -o della-  morte) e pericoloso. E poi: se ancora oggi la scienza fa fatica a stabilire quando un vulcano è spento, figuriamoci allora, nell’epoca fu dato il nome a questo posto! La verità è che queste etimologie  sono solo tentativi di spiegare qualcosa, e talvolta addirittura ipotesi velleitarie. Come, a mio parere, nel caso dello Ziccardi.

Mi fermo qui, promettendo di trattare in un prossimo intervento dell’etimologia di alcuni toponimi isolani, in primis di Moropane. Voglio dire, però,  ai componenti della “Scuola del folKlore” che tutte le iniziative tese a far conoscere culrura e tradizioni dell’antica Moropane, e naturalmente dell’intera isola d’Ischia, sono senz’altro utili e condivisibili. Mi trovano d’accordo. A patto che rispettino la verità storica e non siano volte a bieco profitto, ma valorizzino davvero il territorio.

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