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«Lasciata a terra e umiliata: ecco tutte le bugie della Caremar»

Di Francesco Ferrandino

ISCHIA. La signora Monfregola non ci sta. L’ingiustificato rifiuto all’imbarco sul catamarano Achernar a causa della sua condizione di disabilità, è stato acuito dalla replica ufficiale della Caremar. L’amministratore delegato Franco Ceci dichiarò infatti che la signora aveva «convenuto, dopo aver parlato con il comandante, e come risulta dagli atti di bordo, di rinviare la partenza con un altro vettore che sarebbe partito più tardi, perché non c’erano le condizioni per salire sul catamarano Achernar in sicurezza. Infatti la passerella di accesso dal pontile di Ischia che si aggancia all’Achernar è molto alta e in forte pendenza. Era peraltro resa molto scivolosa perché bagnata dalla pioggia caduta in precedenza». Una versione che per la signora Monfregola grida vendetta, tanto da averla indotta a inviare alla Compagnia una lettera raccomandata dove ha smentito recisamente lo scenario delineato dalla Caremar: «In merito alle vostre dichiarazioni apparse sulla stampa locale – scrive Angela – desidero con la presente innanzitutto smentire le numerose imprecisioni presenti nell’articolo, ma prima di fare ciò, visto che apprendo dallo stesso che farete un’indagine interna sull’accaduto al fine di appurare i fatti, desidero fornire la mia versione dei fatti: [..] sono invalida civile immobilizzata su una sedia a rotelle, il giorno 24 luglio scorso ero sulla banchina di Ischia porto in attesa di imbarcarmi, al termine di un soggiorno di una settimana, per il rientro a Napoli. Per motivi che mi sono oscuri, il capitano dell’aliscafo Caremar “Achernar” in partenza da detto porto alle ore 10.15 si è opposto al mio imbarco – nonostante alcuni membri dello stesso equipaggio gli facessero osservare che a Napoli ero stata già imbarcata sullo scafo e con le stesse modalità – invece il capitano, dopo aver imbarcato tutti i viaggiatori, è salpato lasciando la sottoscritta e la mia accompagnatrice sulla banchina». La lettera continua: «Sono potuta rientrare a Napoli con un aliscafo di un altro vettore partito da Ischia alle ore 12,20 senza nessun problema! Dell’accaduto ho provveduto anche a produrre formale esposto alla Capitaneria di Porto di Napoli. Ciò premesso, come innanzi anticipato, smentisco con forza le vostre dichiarazioni secondo le quali sarei stata io a non voler salire sull’aliscafo poiché avrei valutato rischiosa e dunque pericolosa per la mia incolumità la passerella resa scivolosa dalla pioggia. in verità era la prima volta della mia vita, ho 53 anni, che mettevo piede o meglio le ruote sull’aliscafo per ischia e su di una passerella mentre adesso, leggendo le vostre dichiarazioni, mi riscopro addirittura capace di fare una valutazione del rischio ed opportunità con riferimento al mio imbarco. Sono coloro che hanno responsabilità apicale che fanno tale genere di valutazione, non il passeggero! Così come smentisco nella maniera più assoluta e categorica che vi sia stato colloquio tra me e il capitano e che lo stesso mi abbia chiesto se me la sentivo di imbarcarmi ricevendo da me risposta negativa. Ancora ora dopo le lacrime per lo spavento e l’umiliazione subìta non ho compreso il motivo del rifiuto più categorico all’imbarco. La verità per cruda che possa essere è che il sig. capitano ha dimostrato una grande insensibilità verso la diversità, credo che non si sia posto minimamente la domanda: lascio una donna invalida su carrozzina sola con la propria badante e bagagli  su una banchina sotto la pioggia incurante di tutto e dimostrando scarso senso di responsabilità e nessuna valutazione sulle conseguenze del gesto». L’amarezza e lo sdegno raggiungono quindi il culmine: «Complimenti Capitano per il coraggio dimostrato nell’abbandonarmi sul posto!», scrive la signora, che poi conclude: «Se appuramento della verità ci deve essere lo si faccia nella maniera più seria e costruttiva possibile, alla luce della verità vera, ci si interroghi secondo coscienza su come ciò sia potuto accadere, auspicando per il futuro episodi come questo non debbano accadere né a me né ad altri diversamente abili».

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