«I giovani migliorino il contesto in cui vivono»
In occasione della festa dei lavoratori abbiamo raccolto le impressioni di Rino Pilato, commissario regionale CONFSAL. Una disamina chiara e lucida sul “termometro” occupazionale che interessa l’isola d’Ischia ma anche una serie di interessanti riflessioni sul mercato del lavoro ma anche sul futuro del territorio…

Rino Pilato, commissario regionale CONFSAL: si celebra il Primo Maggio, un appuntamento ancora importante. Che valenza ha oggi rispetto al passato?
“Sicuramente resta un appuntamento fondamentale, che va ben oltre le tradizionali manifestazioni organizzate dai sindacati. Anche noi come organizzazione sindacale saremo presenti a Piazza del Plebiscito, ma quest’anno il significato è ancora più profondo. Il lavoro, infatti, è fortemente condizionato dai numerosi conflitti in corso, non solo in Europa ma in tutto il mondo. Questo scenario genera incertezza e precarietà, rendendo il Primo Maggio una ricorrenza ancora più carica di riflessione rispetto agli anni precedenti. Non è soltanto una giornata simbolica, ma un momento per interrogarsi sul presente e sul futuro del lavoro”.
Che significato assume in una realtà come Ischia, dove il lavoro è prevalentemente stagionale?
“In un contesto come quello isolano, il valore è ancora più rilevante. Parlando con operatori del settore, emerge chiaramente come le incertezze legate alla situazione internazionale stiano incidendo sulle assunzioni. Gli imprenditori, non avendo garanzie sulle prenotazioni e dovendo fronteggiare l’aumento dei costi – dall’energia ai carburanti – preferiscono contratti molto brevi, spesso di uno o due mesi. Questo si traduce in una forte instabilità per i lavoratori. Oggi il lavoro si concentra in pochi giorni al mese, magari una settimana o poco più, sufficienti appena a garantire il minimo indispensabile. Per il resto del tempo si resta ben al di sotto degli standard occupazionali a cui eravamo abituati. È una situazione che rende difficile programmare la propria vita e costruire prospettive solide”.
Dal punto di vista contrattuale e delle tutele, cosa è cambiato per i lavoratori isolani? Fenomeni di sfruttamento sono diminuiti oppure è solo una percezione?
“Non è solo una percezione: rispetto al passato, certe forme di sfruttamento sono decisamente diminuite. Oggi siamo lontani da alcune dinamiche che caratterizzavano il mondo del lavoro anni fa. Questo non significa che tutto sia perfetto: spesso non si rispettano pienamente gli orari contrattuali e le condizioni ideali, ma il quadro generale è migliorato. Però…”.
Però?
“C’è stata una maggiore consapevolezza da parte dei lavoratori, che hanno assunto posizioni più ferme, e questo ha contribuito a cambiare atteggiamenti anche tra gli imprenditori. Va detto, però, che già in passato erano una minoranza quelli che sfruttavano realmente i dipendenti. Oggi si nota una maggiore attenzione alla qualità del lavoro e una crescita culturale sia tra i lavoratori, soprattutto nel settore alberghiero, sia tra gli stessi datori di lavoro.”
Si parla spesso di crisi sull’isola, eppure molte aziende faticano a trovare personale. Non è un paradosso?
“È un paradosso solo apparente. I giovani oggi cercano qualità, non sono più disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di lavorare. Vogliono certezze, prospettive e un riconoscimento del proprio percorso formativo. Chi investe negli studi e poi si trova a svolgere mansioni che non valorizzano le proprie competenze tende a guardare altrove, spesso all’estero, dove esiste una cultura del lavoro più strutturata. Detto questo, io resto ottimista. Sull’isola si stanno affacciando realtà imprenditoriali importanti, che puntano sulla qualità. È proprio questa la strada da seguire: investire di più e meglio. Spesso faccio un paragone con Capri, dove il valore dell’offerta cresce progressivamente. A Ischia, invece, si tende ancora a competere al ribasso, penalizzando la qualità. Questo è un limite che dobbiamo superare se vogliamo essere competitivi”.
In una fase storica così complessa, che ruolo ha oggi il sindacato?
“Oggi il sindacato si trova in una posizione più debole rispetto al passato. Dopo i cambiamenti normativi, come il superamento di alcune tutele storiche, è diventato più difficile intervenire con la stessa efficacia di prima. Il nostro obiettivo, nella maggior parte dei casi, è salvaguardare il posto di lavoro e ottenere le migliori condizioni possibili per il lavoratore. Non sempre è possibile difendere come un tempo, ma si cerca comunque di garantire equilibrio e mediazione. È evidente che il sindacato ha perso parte della sua forza, perché sono venuti meno alcuni strumenti fondamentali. Tuttavia, resta un punto di riferimento importante per i lavoratori, soprattutto in un contesto così incerto”.
Qual è il messaggio che vuole rivolgere ai lavoratori ischitani in occasione del Primo Maggio?
“Il primo invito è a valorizzare ciò che abbiamo e a difendere il lavoro sul nostro territorio. È fondamentale creare un senso di responsabilità condivisa: il lavoratore deve sentirsi parte dell’azienda, perché se l’azienda cresce, crescono anche le sue opportunità. Allo stesso tempo, l’imprenditore deve rispettare e valorizzare il lavoratore, riconoscendo che il successo dell’impresa passa proprio dalle persone che ci lavorano. Vorrei aggiungere anche una riflessione rivolta ai giovani. Molti scelgono di andare all’estero, attratti da realtà più organizzate e moderne. È una scelta comprensibile, ma deve far riflettere: spesso si cercano fuori quelle condizioni che si potrebbero contribuire a costruire anche qui. Votano no a nucleare, a termovalotizzatori, all’alta velocità, al referendum, eppure poi scelgono di stabilizzarsi dove tutto questo esiste in maniera marcata. E questo capirete che è un oggettivo controsenso. Serve maggiore consapevolezza e, soprattutto, la volontà di migliorare il contesto in cui viviamo. Solo così possiamo sperare in un futuro diverso per il lavoro sull’isola”.





