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CULTURA & SOCIETA'

Le antiche dizioni dialettali

Con gli operai nei vigneti la “cufanella” col profumo delle pietanze comuni

Ero felice quando tornando dalla Scuola Elementare potevo consumare il pranzo all’aperto seduto attorno al “maccaturo” con le fragranti zuppiere in comune con familiari e operai a lavoro nei numerosi vigneti. Di ritorno da Mar del Plata in Argentina a metà luglio 1956, avevo intrapreso ammesso la terza classe Elementare nell’anno scolastico 1956/57 in una stanza spartana di Via Astiere a Testaccio con la cara Maestra Agnese Napoleone e poi in quarta in una stanza a pianoterra affacciata su Via Regina Elena 20 (edificio poi acquistato da mio padre per abitazione, in quanto stavamo presso la casa dei nonni materni nel Piano n. 16; la quinta classe la preparai in estate col Parroco dello Schiappone don Luigi Di Iorio (Maestro e cugino di mio padre) superando a settembre con esito brillante l’esame d’ammissione alle Medie e così scelsi il Seminario vescovile d’Ischia.

Ebbene, all’ora di pranzo, verso le 14, la cara ed eroica nonna Maria Giovanna aveva preparato la pietanza per i due-tre operai al giorno, i quali con i “calandrielli”, “marrazzo”, forbici e zappa pulivano e rivoltavano la terra preparando ‘fratte’ per la pioggia oppure spuntavano e tesavano le viti con paletti di castagno dalla ‘selva’, canne e cùtoli. La nonna a piedi, col profumo che emanava la “cufanella” poggiata al cèrcine in perfetto equilibrio sulla testa: stendeva il “maccaturo” per terra su cui poggiava la calda zuppiera (senza piatti) ricca di maccheroni (o pasta e fagioli) al sugo -condito anche di “zogna”- di suoi conigli o salcicce dove si appizzava con le forchette (in caso di necessità fatte con le canne) o col cucchiaio e si beveva vino dallo stesso bottiglione, senza alcun problema. Quando si dice: “mangiare nello stesso piatto !”. E così dall’insalatiera, ove era mescolato ogni ben di Dio sott’olio del frantoio: un’autentica farmacia naturale ! Non c’erano problemi -oggi così diffusi- di debolezza, depressione e necessità di integratori. Bello lo stare seduti per terra, mangiare nello stesso piatto e poter bere dalla stessa bottiglia: valori di nobiltà del mondo contadino; la sua dimensione umana e valoriale è tramontata, ma non dimenticata quella “crianza”. Le erbacce divenivano concime sotto la sapiente zappa e i “currienti” potati erano raccolti in preziosi “pinnicilli” per alimentare, con le “nòzzole”(semi) delle olive pigiate al frantoio, unico mezzo per scaldarsi d’inverno attorno alla pedana del “rasiere” al saluto serale dell’Ave Maria.

Dopo le fatiche agricole ci si lavava nella “scafarea” e il nonno Andrea era abilissimo nel locale del focolare a tenere sempre acqua calda (con patate, verdure, legumi, mele, castagne) e il fuoco vivo sotto la cenere. Per disinfettarsi l’aceto nostrano: un tempo si produceva anche alcol, ma era proibito. L’acqua era quella pluviale fresca della profonda “piscina” alimentata attraverso la “càndera” dalle piogge cadute sul largo tetto a botti e si attingeva col secchio metallico legato da una corda al manico: a volte scappava e si raccoglieva dal fondo con la “purpara”. Si prosegue il presente diario di memorie con tutte le dizioni dialettali d’uso (originate anche dallo spagnolo e francese) e la raccolta dei soprannomi. (continua)

*Pasquale Baldino – Responsabile diocesano Cenacoli Mariani; docente Liceo; poeta; emerito Anc-Ass Naz Carabinieri (e-mail: prof.pasqualebaldino@libero.it)

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