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Le difficoltà nel definire cos’è una specie

Il termine “specie” in biologia è un argomento spinoso: sebbene di solito si utilizzi quello di “specie biologica” per indicarlo, molte difficoltà nascono da esso. Può il termine base della tassonomia avere diversi modi di essere espresso? La risposta, per quanto possa sembrare incredibile a chi non è avvezzo alla scienza, è sì. La definizione più utilizzata ed ormai standard per descrivere la specie è, come già detto, quella di “specie biologia” del biologo Ernst Mayr data nel 1942, ovvero “le specie sono gruppi di popolazioni naturali potenzialmente interfeconde, a livello riproduttivo isolate dagli altri gruppi”. Dunque, dovrebbero essere organismi che possono riprodursi tra loro e lasciare prole fertile. Gli ibridi (dovuti al fatto che determinati organismi si sono separati non molto tempo fa, geologicamente parlando, e dunque condividono ancora delle strutture riproduttive) secondo questa definizione non fanno una specie: difatti essi sono usualmente non fertili. Il caso tipico sono il bardotto ed il mulo, “creati” dall’incrocio dell’asino (Equus asinus) con il cavallo domestico (Equus ferus caballus; da notare che appartengono entrambi allo stesso genere, il quale lascia intendere come siano vicini a livello evolutivo): per pura precisione, il bardotto è l’incrocio tra cavallo ed asina ed il mulo tra cavalla ed asino. Va bene, no?

Il problema è che sono presenti anche degli ibridi tra diverse specie che sono fertili: i casi più classici li troviamo nelle piante (vedasi i vari tipi di grano, come quello duro, Tritticum turgidum, nato con l’incrocio tra Tritticum dicoccum, ovvero il farro, e Aegilops speltoides). Il motivo principale per cui gli ibridi usualmente non si riproducono è il corredo cromosomico: negli ibridi esso è dispari e ciò non permette la formazione di cellule uovo funzionanti tramite il processo detto “meiosi”. Può però subentrare il fenomeno dell’allopoliploidia: in breve, le piante possono riprodursi tramite gemmazione (che non implica l’uso di cellule uovo) e può succedere che un ibrido subisca un raddoppio cromosomico per mutazione: ciò porta alla parità dei cromosomi e alla produzione di cellule uovo funzionanti. Un altro caso, questa volta nel mondo animale, è il “coywolf”: questo è un termine che sta ad indicare qualsiasi individuo nato dall’incrocio tra un coyote (Canis latrans) ed un lupo grigio (Canis lupus). Nel Nord America sono presenti vere e proprie popolazioni di questi vari ibridi, capaci di produrre cellule uovo funzionanti e di conseguenza fertili: dunque, dovremmo ritenere che coyote e lupo grigio sono la stessa specie, sebbene siano morfologicamente distinte (aggiunta che diversi autori fanno al concetto di “specie biologica”)?

Per ovviare a questi problemi il termine “specie” è stato diversificato in vari modi: abbiamo il termine “specie unità (cohesion species)”, che indica “il più piccolo gruppo di individui coesivo che condivide meccanismi coesivi intrinseci”; la “specie ecologica”, ovvero “una linea (evolutiva) che occupa una zona adattativa differente da quella di altre linee”; la “specie evolutiva”, ergo “una linea che evolve, separatamente dalle altre, ruolo evolutivo e tendenze”; la “specie cladistica”, inteso come “gruppi di individui o popolazioni tra due eventi di separazione”; la “specie morfologica”, ossia “le popolazioni naturali più piccole separate permanentemente dalle altre tramite una discontinuità distinta nelle caratteristiche ereditabili, tipo la morfologia”; la “specie per riconoscimento”, definito come “gruppo più inclusivo che condivide un sistema di fertilizzazione”. Come si può notare, il caos più totale!

Un’altra definizione, che personalmente ritengo la più inclusiva tra tutte, è quella di “specie filogenetica”: trattasi del “più piccolo gruppo di organismi che è diagnosticamente distinto dagli altri raggruppamenti e ad interno di esso ci sta un pattern parentale di avi e discendenti”. Detto in maniera diversa, esso è l’ultima ramificazione di un ramo filogenetico; ciò può portare però a problemi di utilizzo, come mi fece notare un professore universitario: come definisco l’ultimo ramo? Come faccio a notare il pattern? Riprendendo ad esempio i vari “coywolf”, dato che ce ne sono diversi di pattern parentali li posso “splittare” in diverse specie? Come sempre, il definire qualcosa (azione tipica del nostro cervello) può portare a diverse categorizzazioni; ciò può portare ad eventuale confusione. Il concetto di specie è un chiaro esempio di “mind playing tricks on us”, della mente che ci gioca brutti scherzi che influenzano il nostro modo di agire.

*BsC in STeNa e specializzando in Scienze della Natura presso “La Sapienza” di Roma

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