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Le infiltrazioni istituzionali

di Orazio Abbamonte

La perquisizione compiuta nella casa e nell’ufficio dell’appena dimessasi presidente della commissione antimafia della regione Campania, sembra esser la beffarda risposta che la cronaca ha inteso dare allo stupefacente dibattito animatosi lungo circa una settimana, per confutare l’ovvia affermazione di un’altra presidente di commissione antimafia, l’on. Rosy Bindi: la quale, lo si ricorderà, aveva parlato della camorra come di elemento costitutivo della società napoletana. La presidente campana, Monica Paolino, risulta indagata, assieme al coniuge, sindaco di Scafati, alla segretaria generale di quel comune e ad un gruppetto d’altre persone, per rapporti con il locale clan camorristico Ridosso Matrone ed anche, giusto perché onnipresente, con il clan dei Casalesi. In cambio di favori per appalti pubblici indirizzati verso imprese legate alle organizzazioni criminali, la consigliera si sarebbe assicurata pacchetti di voti, quelli con i quali è ascesa all’assemblea regionale, per essere lì nominata presidente d’una commissione di garanzia, come tale spettante alle opposizioni nella loro funzione di vigilanza sull’esercizio del potere da parte della maggioranza. Siamo ancora alle indagini, ça va sans dire. Solo che aprono uno spaccato al quale siamo da tempo adusi e che assai spesso trova poi conferma nei successivi approfondimenti, poi sfocianti nelle tante sentenze che si susseguono, instancabili ed inefficaci, su analoghe tematiche. C’è – in questa ipotesi accusatoria – un po’ tutto quel che normalmente si ritrova in trascorse vicende, che hanno poi avuto definitive conferme: in primo luogo, organizzazioni criminali ben strutturate e dalla conseguente potenza di condizionamento; in secondo luogo, v’è la politica disposta a lasciarsi condizionare, quando non anche alla ricerca d’appoggi e dunque lì a proporsi per interessate alleanze e condivisioni; c’è quindi l’infiltrazione istituzionale, anche in posti in cui è paradossale incontrarla, perché avrebbero il compito di prevenire e reprimere proprio il fenomeno; c’è, ancora, il mondo imprenditoriale che talora solo subisce le pressioni della delinquenza organizzata, talaltra ne è addirittura mascherata diramazione, avendo la criminalità direttamente investito i propri facili proventi in attività produttive della più varia natura. C’è insomma la piena commistione di criminalità, politica, istituzioni, economia. Si tratta purtroppo di costatazioni evidenti ed elementari, che non richiedono sofisticate indagini socioeconomiche; basta osservare e, quel che è più grave, basta osservare nell’esperienza di ciascuno di noi come questa realtà abbia forgiato mentalità diffuse e rassegnate: ciò che è più difficile da modificare, da estirpare, perché attiene all’abitudine di ciascuno, riguarda le categorie con le quali si giudica e ci si atteggia, le aspettative che si ripongono nel contesto in cui si vive. Perché quello camorristico è un atteggiamento ben più diffuso e radicato di quanto non dicano i fatti eclatanti di cronaca. È l’atteggiamento che si raccoglie con troppa frequenza quando si hanno rapporti con le istituzioni pubbliche, meglio con coloro che si rivestono delle relative funzioni. Dove, al di là della capillare corruzione che vi si riscontra, il miglior segno dell’assenza d’ogni serio limite istituzionale e del concetto steso di pubblica funzione è il comportamento personalistico e d’arroganza con il quale ci si deve misurare. Pubblica funzione intesa come potere personale, da gestire per proprio tornaconto ed in favore di famigli e clienti d’ogni risma, in una parola illegalmente. E perciò che quel dibattito sulle parole della Bindi è apparso ai più surreale. A cos’altro dovremmo assistere per comprendere che questo è il dato di fatto? Quando questi fenomeni attraversano liberamente politica, istituzioni, economia e cultura, in che modo dovremmo chiamarli, se non elementi costitutivi della società? Perché la società è proprio questo, la sua cultura, le istituzioni attraverso cui s’organizza, le rappresentanze che dovrebbero guidarla, soprattutto l’economia che in questo contesto produce e che a sua volta riproduce modi di vita. Baloccarsi in distinguo vari per negare la capillarità e la gravità del fenomeno è davvero poco serio. Mentre il problema è talmente serio, che non si può affrontare con indagini e lunghi processi, ma richiederebbe uno speciale regime di polizia. Ma probabilmente è troppo tardi per capovolgere le cose.  

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