CULTURA & SOCIETA'

Le tragiche storie passate della “spagnola” e dell’“asiatica”. L’isola d’Ischia eroica racconta i morti per le sue paure

Tre episodi mortali che videro colpiti dalla terribile febbre del secolo (1918-1920) I piccoli Vincenzo Ungaro, Aniello e Salvatore d’ Acunto dio Ischia e Mons. Giovanni Regine di Forio Vescovo di Trani in Puglia

La paura, come da sempre si dice, fa novanta (90). Per l’isola d’Ischia, dove spesso, nel bene e nel male si esagera, sta facendo… novantuno (91), per colpa dell’influenza ultima della storia, la Coronavirus (Cinese) dei nostri giorni, diretta discendente dell’Asiatica del 1957 e della Spagnola del 1918-20. Questa influenza , a cui si sta dando troppa importanza ,tiene in queste ore gli isolani impegnati a difendersi oltre misura, alcuni con quarantene autoimpostesi. per evitare il contagio.

Donne di Brisbane, Australia, durante l’epidemia di Spagnola del 1918

Altri, chi preoccupati e chi incavolati, e addirittura chi terrorizzatati, hanno scelto Facebook per dirsele senza giri di parole e dandosele di santa ragione. Una vera e propria faida mediatica dove si sono messi a peggiorare la situazione, almeno per la nostra isola anche giornali e televisioni nazionali e locali. Salute ed affari in oziosi dibattiti per imporre le ragioni delle proprie tesi. E l’isola sempre più nell’occhio del ciclone accusata di razzismo per aver tentato di cautelarsi quando ha invitato gli amici del Nord a rimandare la loro vacanza ad Ischia di qualche mese. Apriti cielo…Ischitani contro ischitani in una guerra di parole al vento. Chi pro e chi contro, dimenticando, vivaddio di essere in salute, alla faccia del Coronavirus cinese.

ANIELLO E SALVATORFE D’ACUNTO

Non si può dire lo stesso degli ischitani del 1918-20 e del 1957 aggrediti sul serio da due terribili epidemie subito diventate pandomie nel senso della diffusione di portata mondiale, la febbre spagnola prima e quella asiatica dopo. A quel tempo i mezzi di comunicazione erano estremamente carenti e l’informazione sull’isola pressoché inesistente, in special modo per la spagnola sulla cui entità ci si affidava alle notizie che arrivavano via radio ed ai consigli del medico condotto ed alla preghiera. Per l’asiatica, l’approccio alla malattia fu più agevole che però allo stato terminale lo stesso portava alla tomba. La Spagnola nel mondo seminò milioni di morti, sull’ isola d’Ischia alcune centinaia, fra bambini, giovani ed anziani. L’asiatica, meglio curabile non registrò nel numero mortalità altissime. Nel mondo si contarono due milioni di morti. Sull’isola per tutto il periodo che l’influenza rimase in atto morirono una cinquantina di persone.

LA CASINA REALE DEGLI ANNIO 1919-1920 OVE FURONO RICOVERATI AMMALATI DELLA SPAGNOLA

Tra il 1918 ed il 1920 la febbre Spagnola ad Ischia per davvero seminò paura e morte certa per la incurabilità del male e la mancanza di farmaci di aiuto. Molte sono le storie tragiche ed al contempo commoventi che hanno riguardato tranquille famiglie ischitane colpite a morte dal terribile febbre che portava via in pochi giorni a qualsiasi età madri, figlie, fratelli, padri e nonni senza dar loro vie di scampo. La fede in Dio e nel proprio santo patrono a cui le genti locali. nei momenti del bisogno solitamente si rivolgono, rappresentava la medicina di maggior sollievo per sopportare le pene. Fra le tante storie del dolore, ne riportiamo sole tre vissute per la mortale febbre spagnola fra il 1918 ed il 1920 da tre famiglie isolane, le famiglie Ungaro e D’Acuto di Ischia e la famiglia Regine di Forio. La storia della famiglia dei coniugi Marianna Barile e Michele Ungaro riguarda un loro figlio di nome Vincenzo di appena 4 anni e mezzo, bello, vispo, paffutello, bruno e dai capelli ricci,insomma un amore di figlioletto che per lui il padre Michele sognava una vita futura da uomo di mare.

LA MADONNA NELLA CHIESA SI SAN DOMENICO A ISCHIA

Infatti una sera papà Michele uomo baffuto e robusto del Borgo di Celsa ad Ischia Ponte, per stare in tema si intratteneva seduto intorno ad un tavolo col figlio Vincenzo costruendogli con le proprie mani, alla luce di un vecchio lume, con fogli di quaderno alcune barchette di carta per inculcargli l’idea che da grande, studiando, poteva diventare capitano di lungo corso comandando una di quelle barchette,più grandi e vere però. Ad un certo punto il bambino distolse l’attenzione verso le barchette di carta e sbiancò dimostrando di sentirsi male. Le cure immediate di mamma Marianna e di papà Michele servirono per fargli passare la nottata. All’indomani mattina al primo chiarore dell’alba, assalito dalla febbre spagnola chiuse gli occhi per sempre. La seconda storia, quella della famiglia D’Acunto di Ischia ce la racconta direttamente una parente delle persone colpite, Francesca Boccanfuso con le seguenti parole: “Era il 2/1/1919 giovedì , e i miei bisnonni piangevano la morte di due figli Aniello e Salvatore , rispettivamente di 8 e 5 anni colpiti dalla influenza denominata spagnola .Mia nonna materna Francesca D’Acunto , sorella di Aniello e Salvatore, figlia unica femmina , aveva da poco compiuto 18 anni si era ammalata anche lei . In occasione della benedizione delle salme dei suoi fratellini , il parroco di San Domenico si avvicinò al suo letto e le chiese se avesse voluto confessarsi .

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MONS. GIOVANNI EGINE MORTO CON LA FEBBRE PAGNOLA

Francesca rispose : non preoccupatevi domenica prossima verrò in chiesa per ringraziare la Madonna della misericordia e mi confesserò e comunicherò . Domenica 5/1/1919 Francesca si recó in chiesa a San Domenico, si confessó e comunicó non prima di avere ringraziato Gesù Cristo e la Madonna . La sua fede la aveva salvata. Preghiamo”. La terza storia vide coinvolto una famiglia di Forio del ramo dei Regine che vantava un proprio congiunto prestigioso uomo di chiesa. Si trattava di Mons. Giovanni Regine amato Vescovo isolano lontano dalla su Forio, con sede vescovile nella città di Trani in Puglia.Il prelato ischitano. Ogni anno in estate tornava a Forio per le vacanze estive e per rivedere sopratutto la sua famiglie e gli amici ed estimatori che erano in tanti. Quella ultima volta che fece ritorno a Forio era l’anno in cui nel mondo, in Italia e nella sua Trani imperversava la terribile febbre, la Spagnola. Mons. Regine preoccupate per ciò che accadeva ai sui fedeli della Diocesi di Trani interruppe la vacanza ischitana e tornò in episcopio frta la sua gente. A nulle valsero le esortazioni dei suoi famigliare a restare a Forio ancora per altri giorni. Ma Giovanni Regine non cambiò la sua decisione e partì. Quello che gli accadde subito dopo lo racconta Mons Onofrio Buonocore in una sua cronaca del tempo.

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STEMMA VESCOVO GIOVANNI REGINE

Ecco uno stralcio della storia: “Menava strage per l’Italia quell’influenza malefica, che fu detta spagnola; la città di Trani andò fortemente colpita. Il Pastore solerte, al sapere che in Trani si moriva, accorciò le vacanze. Come il cuore dettava si tuffò senza calcolo: amministrava cresime, ascoltava le confessioni; si adoperava per ogni dove. E il male l’attaccò di virulenza: in due giorni lo condusse alla tomba. Eppure menava vanto di non essere stato ma infermo! Quando il Capitolo della Cattedrale ed il Clero della città di Trani affollarono la camera, nel solenne corteo del Viatico, dinanzi a tanto spettacolo, il Pastore buono, sereno nel volto, dell’abituale parola soave, dispiegando le bracca in quel gesto che gli era tanto in uso: “Questo è Paradiso!” e s’addormentò soavissimamente in Dio. Correva il 4 ottobre 1918. E chiuse la giornata laboriosa nel silenzio. A causa dell’epidemia infuriante, il rito sequiale si svolse privo del convenevole decoro; l’entrata e l’uscita dall’Archidiocesi Tranese s’incontrarono in armonica intesa. Trovò compimento un’intima convinzione, che sovente amava ripetere: Ama nesciri. (Desidera di essere ignorato n.d.r.).

antoniolubrano1941@gmail.com

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