IL COMMENTO Legalità contro anarchia

DI LUIGI DELLA MONICA
Sono rimasto colpito, attonito e sconcertato dal vedere un ragazzo incappucciato, poi rivelatosi quello della porta accanto, almeno stando alle prime indagini, salvo conferma o revoca degli esiti peritali, brandire un martello alla schiena di un altro ragazzo di 29 anni, padre, amico, fratello, ma colpevole di indossare una divisa in nome e per lo Stato. Badino bene i lettori, non sto commettendo piaggeria verso le Forze dell’Ordine, che come noi cittadini, nessuno escluso, sono soggette alla legge, ma l’evidenza delle immagini rivela un dato sociologico straziante. In nome di un diritto di protesta, lecito, illecito, opportuno o sconveniente che fosse, un uomo si avventa contro un altro uomo per nuocergli deliberatamente. Tempestivo e sincronico come una bomba intelligente sovviene il buonismo di certa parte politica e dei genitori, assolvendolo, in fondo, in fondo, come un bravo ragazzo. Spietata ed irrevocabile è stata altrettanto la sentenza di indifferenza verso il giovane palestrato, ripeto, colpevole di indossare una divisa segno di dovere, sacrificio e rispetto delle Leggi democratiche, quella della Polizia.
Vi immaginate, cari lettori, che di fronte ad una invocazione di aiuto voi assistereste alla scena che un drappello di poliziotti si volti dall’altra parte, oppure faccia finta di non sentire? Come ci rimarreste? Sgomenti ed indignati che, nonostante si paghino le tasse per pagare i loro stipendi, questi sbirri si siano fatti da parte, possano diventare inerti di fronte ad episodi di illegalità. Certamente sto descrivendo un quadro paradossale, ma quanto esposto potrebbe avvicinarsi al vero: gli agenti ed il loro responsabili spesso intervengono in un contesto di incertezza sulle regole di ingaggio, che potranno essere sempre sindacate dalla Magistratura, la cui indagine, come minimo provvedimento provvisorio comporta o il trasferimento, ovvero il blocco della carriera. Non dimentichiamo poi, che gli stipendi sono notevolmente risibili rispetto ad altri Paesi occidentali, pur essendo i nostri ragazzi, fra i più preparati ed affidabili al Mondo.
A questo punto della storia italiana, barcamenatasi dall’epoca fascista in cui lo Stato incentivava le donne nubili a sposare un esponente delle Forze Armate, alla contestazione degli anni ’70 dove un giovane veniva appellato come fallito se si arruolava in Polizia e\o in Esercito ed altre Istituzioni, siamo davvero in un momento di disorientamento generale. Un tributo di sangue alla crescita della società, un braccio forte ed inossidabile a supporto dell’ordinamento giudiziario, della difesa dei confini dello Stato, stanno per diventare tutti fumetti per bambini, che cozzano brutalmente con la dura realtà. Agenti inquisiti per una reazione di impeto a confronto di un’arma giocattolo puntata con toni minacciosi, per aver sparato a malviventi in fuga che dapprima avevano freddato colleghi in servizio, per aver inseguito sospettati di reati, contusi, feriti, nel corpo e nella mente, spezzati dalla disistima di una parte della collettività, ma sempre ritti ed orientati al sacrificio. Sono nostri zii, nostri fratelli, nostri figli, nipoti che si guadagnano il pane onestamente, ma che per la funzione pubblica espletata, spesso richiamano su di loro un’attenzione mediatica che non meritano, ovvero che dovrebbe essere all’inverso maggiormente incisiva. Invece, assistiamo a processi radical chic, che non si discostano una virgola dal monologo di Aldo Fabrizi, nel capolavoro di neorealismo “Guardia e Ladri”, in cui afferma con veemenza: “bella gente noi italiani, quando abbiamo un ladro in casa urliamo aiuto polizia! Se non ci riguarda da vicino, diciamo poveretto, aveva fame, lasciatelo stare”: oserei dire un pietismo da “vergine cuccia”, per non scomodare il poeta Parini. Improvvisamente ti vedi comparire dei murales, parenti a quelli ignobili di “10, 100, 1000 Nassyria”, per significare che bisogna ridurre gli sbirri, aumentare gli orfani e le vedove. Evidentemente, si è rotto il cervello di qualcuno, le sinapsi sono ormai andate in corto circuito, oppure se non è affare di matti o di psichiatri, la questione è veramente, ma veramente drammatica. Aumentano esponenzialmente i suicidi degli uomini in divisa, spesso giovanissimi, che cadono sotto il peso di tante responsabilità pubbliche e personali, mentre la comunità invece che amarli, li atterrisce, li umilia, li denigra.
Diceva un Presidente della Repubblica: io a questo gioco al massacro, non ci sto, con una erre moscia, ma aggiungo io noi non possiamo accettare questa ignominia, come all’inverso non possiamo tollerare soggetti cui il popolo italiano ha delegato l’uso democratico della forza che la mutino in violenza indiscriminata. Nel solco della virtù del giusto mezzo di latina memoria, dobbiamo capire da che parte vogliamo stare, da quella dei genitori del ragazzo con il martello alle spalle, o di quella del giovane papà comandato di ristabilire la calma e l’ordine pubblico in un quadrato di manifestazione degenerata in violenza urbana, che sarebbe potuto tornare in un cappotto di legno. Io sono dalla parte del poliziotto.





