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La giornata di Leonardo alla Quinzaine di Cannes

Gianluca Castagna | Ischia Sperimentatori di convivenza civile. Così Leonardo Di Costanzo, filmaker ischitano e tra i documentaristi più apprezzati in Europa, ha definito i protagonisti del suo ultimo film “L’intrusa”, presentato ieri in anteprima al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Realizateurs.
Un titolo molto atteso dopo la prova eccellente de “L’intervallo”, che conferma le qualità del regista ischitano ancora una volta alle prese con storie di confine, ai bordi tra legalità e criminalità, in una terra di nessuno dove la vita delle persone colluse con la delinquenza si incrocia quotidianamente con chi si sforza di compiere scelte diverse.
Al centro delle zone grigie di ogni periferia urbana, dove tocca all’eroismo silenzioso del volontariato farsi carico di sottrarre, pezzo dopo pezzo, ogni (giovane) tassello a un progetto di violenza, crimine e sopraffazione. Rompere la catena di trasmissione, guadagnarli a un’altra cultura.

La Masseria, nella periferia di Napoli, è un centro ricreativo per bambini che vivono situazioni a rischio e in condizioni disagiate. A gestirlo è Giovanna, una donna di mezza età silenziosa e tenace. Accanto a lei, alcuni giovani, gente del quartiere, madri determinate a strappare i propri figli dalla spirale della criminalità organizzata e delle logiche mafiose. La situazione diventa incandescente quando, con un piccolo stratagemma, arriva “l’intrusa”: la moglie “bambina” di un camorrista che ha assassinato un povero innocente. Ingannata dalla ragazza, che era venuta a chiedere ospitalità per sé e per i figli, Giovanna si ritrova di fronte a una scelta difficile: continuare a ospitare la giovane donna e i suoi bambini, oppure cacciarli via, come chiedono tutti. Le madri del quartiere, la polizia, persino gli altri bambini del centro. Inizia così un braccio di ferro dall’epilogo amaro.
Cosa succede quando i “cattivi” invadono lo spazio dei “buoni”? Bisogna reagire con la stessa violenza oppure spostare il confronto su un piano differente? Chi è davvero “l’altro” e fino a che punto bisogna temerne l’intrusione?
«Come ogni mio film» ha dichiarato Di Costanzo nel suo incontro con la stampa internazionale del Festival, «ho fatto un lungo lavoro di ricerca sul territorio. Ho incontrato molte persone, ascoltato diverse storie e scelto ciò che più mi interessava raccontare. Qualcosa di ulteriore, e diverso, rispetto a ciò che raccontano queste testimonianze. Sapevo di voler chiudere il film in uno spazio circoscritto, un po’ come avevo fatto per “L’intervallo”. Solo che qui l’esterno si vede. Allora ho deciso di usarlo come le quinte di un teatro, un dipinto in fondo alla scena. La realtà è molto complicata da filmare frontalmente, più semplice mettersi di lato e sentirne gli echi».

Scritto da Di Costanzo con Maurizio Braucci e Bruno Oliviero, interpretato dalla coreografa Raffaella Giordano (era la lugubre madre di Leopardi nel “Giovane favoloso” di Martone), dall’esordiente Valentina Vannino e da attori non professionisti, “L’intrusa” è un film sulla difficoltà dell’inclusione, su ciò che percepiamo come pericoloso.
«Maria è una sposa bambina che diventa donna nel giorno in cui viene arrestato il marito» racconta Di Costanzo. «Ha vissuto in un mondo un po’ dorato, una vita fuggiasca senza dubbio, ma c’erano i soldi. Di fronte a una nuova realtà, torna nel centro come un animale ferito, si chiude in questo spazio in cui sa che non le verrà fatto del male, proprio come un animale che cerca la tana in cui proteggere se stessa e soprattutto i suoi figli. Lei non cerca ospitalità, non la chiede perché non sa chiedere. Viene da un mondo dove non si chiede, si prende e basta. E’ scontrosa, non è facile essere aperti, gentili e disponibili con lei. Nemmeno Giovanna riesce a capire se si sta redimendo o no».
Eppure, malgrado tutto, continua a pensare di dover aiutare questa ragazza e soprattutto i due bambini. «Queste persone affrontano quotidianamente dilemmi morali, sono in continuo contatto con il mondo del bisogno, degli individui problematici che devono cercare di recuperare» precisa il regista. «Ecco perché li sento come sperimentatori di convivenza civile. Le differenze che altrove sono nette, qui sono sfumate. Il Bene e il Male, ciò che è permesso e ciò che è interdetto, nessuna categoria rigida, ma linee che si spostano continuamente».

Sulla Giordano, scelta dopo una lunga ricerca, nessun problema di “inclusione” artistica. «Mi sono reso che conto che in un quartiere difficile spesso le persone arrivavo da fuori, da un “altrove”. Non necessariamente da fuori città, come il personaggio di Giovanna, ma anche da altri quartieri. Sapevo che questo era un film complicato, molto più de “L’intervallo”. E’ un film corale, i personaggi hanno pochissime battute per esistere, raccontarsi e prendere corpo. Avevo bisogno di qualcuno che venisse dal teatro, ma da un teatro che non fosse necessariamente di parola. Ho trovato Raffaella, inizialmente non voleva, perché non ha familiarità con la parola, è un codice che proprio non le appartiene, quindi ci ha messo molto prima di accettare. Poi, con molta umiltà e disponibilità, anche soffrendo, si è messa a disposizione del personaggio e della storia».
Il film è stato molto applaudito nelle proiezioni di ieri e Di Costanzo è molto soddisfatto dell’accoglienza festivaliera. «Il pubblico non mi ha chiesto di Napoli, ma di un problema più universale che affronta tutti i giorni anche chi, in Francia ad esempio, interviene nelle banlieues, cercando di allontanare i ragazzi dal fondamentalismo islamico. Ogni giorno si chiede se è giusto sacrificare il singolo ‘a rischio’ per salvare il gruppo».
“L’intrusa” arriverà sugli schermi italiani, in contemporanea con quelli francesi, a partire dal prossimo autunno.

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