Leonardo Di Costanzo incontra gli studenti del Mattei
Il regista di fama internazionale, originario di Buonopane, è tornato in quella che fu la sua scuola per un ritorno alle origini carico di emozione e ispirazione: il messaggio ai giovani su una serie di tematiche quanto mai attuali

Nei giorni scorsi, l’Istituto Tecnico “Enrico Mattei” ha ospitato un incontro speciale: Leonardo Di Costanzo, regista di fama internazionale e originario di Buonopane, è tornato nella sua scuola per dialogare con gli studenti. Un ritorno alle origini carico di emozione e ispirazione. Di Costanzo, che si è diplomato proprio al Mattei prima di proseguire gli studi all’Orientale e poi in Francia, ha raccontato il suo percorso umano e professionale, fatto di passione per il racconto reale, di impegno sociale e di uno sguardo sempre attento ai margini della società. Regista pluripremiato, ha ricevuto il David di Donatello come “miglior regista esordiente” per “L’intervallo”, “miglior sceneggiatura originale” per “Ariaferma”, e il “Globo d’oro” per L’intrusa”. Di recente ha ottenuto anche “il Premio SIGNIS alla Mostra di Venezia” per “Elisa”, il suo ultimo lavoro, che affronta il tema della colpa e del possibile recupero umano. L’incontro con i ragazzi ha toccato molti temi: dalla sua formazione in Francia alla lunga esperienza come insegnante nei paesi del Terzo Mondo, fino al suo lavoro di documentarista, con cui ha raccontato per un anno intero “la vita di una scuola di periferia”, tra alunni e insegnanti, osservando il cuore della relazione educativa. Proprio da quell’esperienza nasce il passaggio alla scrittura e alla finzione, sempre con uno sguardo realistico e umano. “In Ariaferma”, girato in un carcere, e poi in “Elisa”, storia vera di un omicidio compiuto da una giovane donna ancora reclusa, Di Costanzo pone una domanda cruciale: “esiste una possibilità di recupero per chi ha sbagliato?”. Mentre la criminologia tradizionale si ferma all’analisi del gesto, il suo cinema indaga il disagio profondo che può generare colpa e violenza. “Negli Stati Uniti”, racconta il regista, “ci sono scuole che studiano il recupero umano prima ancora che il reato. E il cinema può contribuire a far riflettere su questo”.
Durante l’incontro con gli studenti dell’Istituto “Enrico Mattei”, Leonardo Di Costanzo non si è limitato a raccontare il suo percorso artistico. Ha aperto una riflessione profonda su temi universali come la colpa, la giustizia, la formazione e il ruolo del cinema nel dare voce all’invisibile. «Sono un cristiano non frequentante», ha detto, «ma mi interrogo da sempre su come trattare la colpa, non solo dal punto di vista religioso, ma anche attraverso i “miti e la tragedia greca”, che ci hanno insegnato che il male è parte dell’uomo». Nel film “Elisa”, racconta proprio una colpa “assoluta”: una ragazza che uccide sua sorella. Un atto estremo, incomprensibile. Ma Elisa — ha spiegato il regista — non appare come un mostro. Non ha avuto un’infanzia difficile, non è cresciuta nella violenza. Il male, in lei, affiora lentamente, senza spiegazioni semplici. «Elisa tenta di girare intorno alla colpa, di giustificarsi, ma non riesce a farlo fino in fondo. Il suo è un disagio profondo, che non trova parole». Per Di Costanzo, la colpa non è solo individuale, ma legata “al tempo in cui viviamo”. «Dai tempi di Caino e Abele, la colpa nasce dalla rottura di un patto, di regole minime di convivenza. Dopo la guerra, quelle regole sono diventate legge. Ma oggi stiamo tornando indietro: le regole vengono meno, e con esse il senso della colpa vera». Il regista non impone giudizi. Anzi, crede che il film inizi con lui, ma finisca nello spettatore: «Chi guarda interpreta, completa, rielabora. Il cinema, come la letteratura, è uno specchio che riflette anche ciò che non vorremmo vedere». Parlando del “ruolo dell’educazione”, Di Costanzo ha raccontato la sua esperienza personale: “A casa mia si parlava solo dialetto, ho dovuto faticare per imparare l’italiano e poi il francese. L’università è stata una conquista, e anche scrivere è stato un percorso lento, faticoso, ma formativo”.
Nel suo cinema, l’educazione è centrale. Le scelte che una persona compie sono spesso “figlie del contesto in cui è cresciuta”, della cultura ricevuta o mancata. A colpire i ragazzi, anche la sua visione sul rapporto con i giovani, «L’insegnamento mi affascina.I ragazzi oggi sono sotto pressione, devono riuscire, dimostrare. Con il cinema, forse, riesco a comunicare con loro, a insegnare in un altro modo». Infine, un ricordo affettuoso dell’attore Toni Servillo: «L’ho conosciuto in teatro, quando staccavo i biglietti. Abbiamo fatto percorsi diversi, ma non ci siamo mai persi di vista. È un rapporto semplice, che dura nel tempo». Gli studenti del Mattei hanno seguito con attenzione e partecipazione, dimostrando quanto sia importante offrire occasioni di confronto reale, che uniscano cultura, esperienza e vita vissuta. Un incontro che ha lasciato il segno. Perché come insegna il cinema di Di Costanzo, “educare è ascoltare, osservare, e credere che dietro ogni storia ci sia sempre una persona “. Un ritorno a casa carico di emozioni, ricordi e riflessioni sul cinema, sull’educazione e sul valore della fragilità. “Ho frequentato questa scuola all’inizio, ma quell’anno fummo tutti bocciati”, ha raccontato sorridendo. “Non mi sentivo libero, gli insegnanti erano molto severi. Con il professore Albanelli litigavo spesso per motivi politici, mentre con Giovanni Di Meglio ho avuto un rapporto profondo, fatto di incontri e scambi anche dopo la scuola.” Ha parlato anche della scrittura, “Mettere su carta i pensieri è difficile. Ci metto molto. Prima mi documento, ascolto, vivo. E spesso è il pubblico che, alla fine, mi dice cosa ho raccontato davvero. Anche questo è un dialogo”.
Un passaggio toccante riguarda “il ruolo del cinema nella sua vita privata”: «Il lavoro assorbe tutto, diventa un’ossessione. “Ho vissuto poco mio figlio, me ne rendo conto. Ho delle colpe, che provo a colmare con gli abbracci”. Ma quando vuoi davvero fare qualcosa, le rinunce sono inevitabili». Infine, ha ribadito la sua visione della giustizia: «Non credo nel carcere come punizione, ma come possibilità di riabilitazione. Trattare le persone come irrecuperabili le allontana ancora di più. Dovremmo chiederci cosa le ha portate a sbagliare, e offrire un’altra possibilità. In carcere c’è pochissima umanità. Di Costanzo ha condiviso una sincera riflessione sulla sua insicurezza: «Mi hanno inculcato l’idea di essere incapace. Forse per questo nel mio primo film, “L’intervallo”, ho scelto due ragazzi esordienti chiusi in uno spazio ristretto, un racconto essenziale, fragile. Ma proprio quella fragilità ha fatto nascere qualcosa di vero». La protagonista di quel film, oggi, “lavora con bambini difficili. «Il cinema è stato una scuola anche per lei». Parlando dell’uso dei telefoni a scuola, ha detto: «Se fossi un insegnante, mi porrei il problema. Lo smartphone oggi è come un’estensione del corpo, ma serve educazione, non divieti. Bisogna insegnare come e quando usarlo». Sul mondo della recitazione ha lanciato un monito ai giovani: «Ci sono troppe scuole e corsi che sono solo macchinette mangiasoldi. Poche sono quelle serie”. E poi, serve sempre un piano B. Questo è un mestiere che richiede talento vero: bisogna capire se si è capaci davvero di raccontare, di rappresentare. E non è facile: esporsi, “mettere a nudo le proprie fragilità”, può essere doloroso». L’arte, secondo Di Costanzo, nasce da un’intuizione: «Non si trova mai ciò che si cerca, ma spesso qualcosa che ci sorprende. È la capacità di mettersi in discussione, di accogliere ciò che arriva». Complimenti alla dirigente Rosaria Scotti e al corpo docenti, prof. Anna Di Scala, prof. Solimene, che continuano a promuovere eventi di alto profilo come questo, capaci di ispirare e di approfondire lo studio anche con uno sguardo rivolto verso l’esterno.











