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Lettera allo psicanalista – La solitudine delle Feste

Preg.mo Professore,

si avvicinano le feste natalizie e, a dispetto dei volti illuminati e felici della pubblicità, io non faccio i salti di gioia. Si addobbano case, strade e negozi, si spende in regali, si preparano pranzi e cenoni, e a me tutto questo attivismo non procura particolare allegria e neppure tristezza, ma indifferenza. Mi sento un estraneo che partecipa a un rito per lui senza significato e, volendola mettere sullo scherzo, penso di sentirmi come Guglielmo Inglese – il giardiniere pugliese che storpia le parole – a cui Totò, in un suo film, dice: «E si ricordi, villico, che qui, in Italia, lei è un ospite, uno straniero!».

La ringrazio per l’attenzione e, in barba a quanto le ho appena scritto, le auguro un Buon Natale!

 

LA SOLITUDINE DELLE FESTE

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Gentile lettore,

apprezzo la sua verve ironica, forse l’unica ancora di salvezza a cui possiamo appigliarci quando il mondo ci diventa così estraneo da farci sentire degli estranei nel mondo.

Anche i riti invecchiano e muoiono, seppure assi lentamente, in funzione di mutate condizioni storiche ed esistenziali. La nostra coscienza, allora, cerca nuove modalità per decifrare i rapporti con gli altri e per stabilire quali ragioni abbiamo di esistere. Tutto ciò che non risponde alle mutate esigenze del nostro essere, sbiadisce, perde attrattiva e capacità di coinvolgerci, di chiamarci alla partecipazione.

Abbandonare qualcosa, però, è benefico solo se tendiamo a raggiungere una condizione migliore, altrimenti può tradursi in una semplice rinuncia nichilistica: il ritiro, infatti, ci svelle da un humus psichico e culturale che, malgrado tutto, esiste e resiste, e corriamo il rischio di non spiccare il salto verso un livello più alto, di aprirci a un diverso orizzonte.

Perciò, prima di congedarci anticipatamente da questo ennesimo Natale, rintracciamone rapidamente le radici.

Alle origini, la celebrazione contemporanea s’inscrive nel solco dei Saturnali romani, le feste che, intorno al solstizio d’inverno, contemplavano scambi di strenne, banchetti e crapule. Un rito plurimillenario il nostro, dunque, che ha un presupposto anche nelle feste dedicate a Crono, dio del tempo, nell’antica Grecia.

In tempi ancora più arcaici, quando era la Grande Madre l’unica divinità adorata dai popoli mediterranei e nordici, in questo stesso periodo dell’anno si compivano i sacrifici di giovani uomini o bambini, per fecondare la terra fredda e arida con il sangue fumante delle vittime. Ancora non si era messa in relazione la gravidanza con l’intervento sessuale maschile e la nascita era considerato un evento magico interamente frutto dello potenza femminile, a sua volta assimilata a quella della Terra Madre, generatrice delle ricchezze della natura e dell’agricoltura.

Poi, col tempo, le società matriarcali furono penetrate dai popoli patriarcali indoeuropei, che s’insediarono in Iran, Turchia e Grecia. Tranne che in occasioni di eccezionale calamità, nelle quali ancora si provvedeva a massacrare un capro espiatorio umano, si fece degli animali le vittime designate. Un esempio lampante di questo fondamentale passaggio è testimoniato dalla tragedia di Euripide Ifigenìa in Aulide o dal racconto biblico del sacrificio di Isacco.

Frattanto, i re, precedentemente figure pro-tempore destinate al ciclico sacrificio, si erano insediati sempre più stabilmente al comando delle tribù e dei popoli. Il loro imperio si estese nel tempo, fortificandosi, e, nei secoli, società e religione divennero appannaggio prettamente maschile. Soltanto la Luna, con le sue fasi, continuò a rappresentare la persistenza del potere femminile. A Roma, il primordiale culto italico per il Sol Indiges si trasformò, poi, sotto l’imperatore Eliogabalo, in quello per il Sol Invictus, dio, nato da una Vergine, che conduceva la luce a trionfare definitivamente sulle tenebre. Questi attributi in buona parte derivavano dalla figura del dio Mithra, con il quale il Cristo appare strettamente imparentato (non a caso si celebra la nascita di Gesù il 25 dicembre). Ciò detto, bisogna ben rammentare che il messaggio cristiano rappresenta, per molti altri motivi, un unicum nella storia culturale dell’ Occidente.

Anche ognuno di noi muore e rinasce psicologicamente più volte nella propria vita, passando attraverso periodi di confusione e smarrimento e riapprodando ad altre forme di piacere e a nuove prospettive di coscienza. Sempre che non abbia smesso di decidere per se stesso quel che è bene e quel che è male, lasciandosi trascinare da forze invisibili in un vicolo cieco dove la vita s’inaridisce e appare totalmente priva di senso. Questa esperienza è quanto chiamiamo genericamente “depressione”: una condizione tragica e solitaria che può produrre frutti insperati o insterilire definitivamente l’individuo.

Tutto dipende da come l’Io si rapporta al suo stesso diventare spettatore della propria esistenza: si sente la vittima totalmente alla mercé di un processo che lo trascende o sa di essere complice di questa condizione? E che utilizzo fa della propria consapevolezza: la interpreta come una condanna inappellabile alla sofferenza eterna o come la prova a cui è sottoposto chi, inabissatosi negli inferi, ne risale dopo un lungo viaggio recando qualcosa di prezioso da offrire a sé e agli altri?

Prendiamo la Divina Commedia e consideriamola in un’ottica semplicemente psicologica. Dante ne è Autore e al contempo il protagonista. Si sdoppia, si osserva come personaggio, si conosce e si riconosce in una versione metafisica del suo cammino esistenziale. La scrittura di quest’opera ineguagliabile accompagna tutta la maturità del Poeta fino alla morte e diventa un doppio della sua vita; in questa penetra una luce trascendente, espressione di una inarrestabile aspirazione alla conoscenza, attraverso un purificatorio cadere nell’abisso, di un fare proprio tutto il male e tutto il bene dell’Uomo. Dante procede nella scrittura e l’atto stesso dello scrivere lo traduce in una dimensione superiore: la sofferenza, e persino il disdegno e il desiderio di rigetto che nutre nei confronti dei contemporanei, per il dolore che gli hanno procurato, divengono uno strumento non di rifiuto ma di amore, che lo aiuta a illuminare il mondo di una luce nuova, unica, insuperata. Possiamo presumere che l’Alighieri senza la Commedia avrebbe perso ogni gusto alla vita, sarebbe caduto in una profonda prostrazione o in un cieco malanimo contro quella società che lo aveva costretto all’esilio e agli stenti.

Senza vantare la grandezza poetica del massimo fiorentino, ma non meno degno di trasformare la sua pena solitaria in un contributo al mondo, ciascuno di noi può scorgere in questo periodo dell’anno, oltre gli aspetti routinari, materialistici, superficiali, il simbolo di un nuovo possibile attaccamento alla vita, l’occasione per dare spazio al desiderio di scambio e di condivisione, l’opportunità per ricercare il mistero profondo dell’esserci. Per sé e per l’altro.

 

 

 

 

 

 

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