Lettera aperta al compianto Silvio Berlusconi

DI MARIA PUNZO
Caro Silvio, l’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze e i miei orizzonti. Sapevo che prima o poi ti avrei scritto. Sei stato troppo determinante nella mia visione della vita per non farlo. Mi chiedo sempre: se non fossi sceso in campo tu, chi avrebbe aperto la mente e il cuore ai principi liberali? Chi avremmo votato noi, figli di quella generazione? Chi sarebbe stato il nostro punto di riferimento, il nostro esempio di guida politica? Di certo, chi non è mai stato a sinistra per convinzione o per cultura familiare avrebbe forse preso altre strade, magari guardando ai Radicali. Ma ai Radicali mancavano una visione economica strutturata, una vera cultura di governo e una politica estera. Tu hai colmato quel vuoto in modo rivoluzionario. E che squadra straordinaria hai saputo costruire, soprattutto in quei primi due governi, che porto nel cuore. Ministri di altissimo livello, capaci di lasciare un segno indelebile. Penso ad Antonio Martino, che per me è stato un grande maestro: il più elegante, ironico e out of the box pensatore liberale che abbiamo avuto. Penso a Franco Frattini. Ricordo ancora con un fremito d’emozione quando, ai tempi in cui era Ministro della Funzione Pubblica, lo andammo a intervistare armati di una telecamerina amatoriale, per poi caricare il video su internet. Allora ci sembrava una rivoluzione copernicana e digitale. E penso a Lucio Stanca, proprio quando presentammo nella nostra rubrica “L’altra PA” un focus dedicato alle grandi innovazioni tecnologiche nella pubblica amministrazione da lui avviate. A proposito di Stanca, fosti proprio tu il primo a intuire l’importanza strategica dell’innovazione tecnologica nello Stato, istituendo quel Ministero che ha tracciato la strada. Se fossi qui oggi, sono certissima che istituiresti il Ministero per l’Intelligenza Artificiale, anticipando il futuro come hai sempre fatto. E poi c’era lui, Gianni Letta. Il vero Richelieu dei nostri tempi. Capace di attraversare ogni tempesta istituzionale con una grazia inarrivabile. Un pilastro insostituibile e uno degli uomini d’istituzione che più ammiro. Con lui ho anche la civettuola vanità di condividere lo stesso giorno di nascita. Accanto a lui e a tanti altri ministri di primo livello — come Gianfranco Ciaurro e gli altri — avevamo la sensazione di essere a un passo da una svolta decisiva. L’illusione di poter trasformare l’Italia in quel Paese in cui era possibile sognare tutto e realizzarlo. Proprio come nel mito americano.
Sai cosa ho sempre ammirato di te? Quella straordinaria capacità di essere completamente privo di quei bigottismi mentali che purtroppo vedo ancora oggi in molti politici. Nonostante fossi un cattolico e un uomo di un’altra generazione, sei stato il più libero di tutti. Voglio sgombrare il campo da qualsiasi equivoco. Questa mia non ha la presunzione di essere, né di imitare in alcun modo, le lettere che Tony Capuozzo ti dedica regolarmente. Quelle missive appartengono, per stile, profondità e talento, a un grande giornalista. E solo la sua penna sublime sa toccare quelle corde. Quindi lascio a lui il compito di parlarti di tutto. Io ti parlo di Forza Italia e mi confido con te sulla tua creatura. Comunque voglio darti una bella notizia: nonostante i gufi, il partito ce l’ha fatta. Dopo di te, pur avendo perso il suo fondatore e motore inesauribile, è riuscito ad andare avanti. Sotto la guida di Antonio Tajani. Ma ho la sensazione che galleggiamo. E tu lo sai bene: chi galleggia, prima o poi, rischia di andare a fondo. Galleggiamo perché non troviamo una via da seguire. La politica, secondo me, si articola su tre dimensioni fondamentali, che devono dialogare tra loro. La prima è quella di chi studia il mondo per intuire i grandi scenari futuri. Guai a non capire dove sta andando il mondo. La seconda è quella degli amministratori locali, che conoscono i territori palmo a palmo e sanno cosa vogliono le persone. La terza è quella del governo, sintesi perfetta di queste anime, che traduce le idee in azioni concrete e le sa mettere a terra. Al di là della sicurezza e della burocrazia – che restano la nostra piaga, anche se, a proposito, il tuo amico Zangrillo sta facendo bene, mostrando il suo spirito imprenditoriale, sebbene molto ci sia ancora da fare – le persone cercano la speranza in un futuro migliore. Vogliono la certezza che tutto si possa realizzare con il lavoro. Libere da ostacoli come la mancanza di tutele e una burocrazia idiota, che sembra fatta apposta per impedire ogni progresso. A partire, ad esempio, dal rigore e dalla concretezza che ci insegna la grande tradizione della Fondazione Einaudi. Oggi assistiamo a un dibattito politico intriso di promesse astratte. Si dimentica del tutto un principio fondamentale: ogni riforma, ogni punto programmatico e ogni ambizione politica dovrebbero essere accompagnati da un’analisi rigorosa della loro copertura finanziaria. Per te, che eri prima di tutto un uomo del fare e un grande imprenditore, la risposta a una visione passava sempre da un interrogativo basilare e ineludibile: «Dove prendo le risorse? Come si finanzia concretamente questo progetto?». Senza questa disciplina economica, la politica scivola inesorabilmente nella retorica vuota.
E qui vengo a una nota per me dolente. Da quando sono tornata nella tua amata Campania, avverto un senso di smarrimento. Il partito qui appare chiuso nei soliti schemi, arroccato su logiche di potere personale piuttosto che di crescita e di apertura. Si respira una preoccupante autoreferenzialità. Il confronto interno e il dibattito democratico sembrano soffocati da una narrazione preconfezionata e da un coro unanime che non ammette sfumature. Eppure, in politica, rifiutarsi di ascoltare un parere critico o un semplice alert proveniente da chi vive il territorio, da chi conosce la cosa pubblica e, o semplicemente, da chi nutre una autentica passione azzurra non è solo un errore di prospettiva. Prima ancora che un atto di umiltà, sarebbe un esercizio di intelligenza. Quella straordinaria intelligenza e quell’intuito politico sopraffino che a te non mancavano mai. Tu possedevi il dono raro dell’ascolto a trecentosessanta gradi. Sapevi accogliere e ponderare il punto di vista di chiunque. Persino di chi si trovava politicamente dall’altra parte, se l’argomentazione conteneva un nucleo di verità. Ancora oggi mi ritrovo a studiare i tuoi discorsi storici accanto a quelli dei grandi statisti del Novecento. Li trovo di un’attualità sconvolgente: lucidi, potenti e strutturati con una forza comunicativa inarrivabile. Pensando ai tuoi celebri discorsi e alle tue straordinarie intuizioni, guardo al mondo che muta, accelerando a ritmi impressionanti. A partire da quanto la geopolitica e i conflitti abbiano cambiato volto. Tu sei sempre stato, prima di ogni altra cosa, un uomo di pace. E di certo non ti saresti mai divertito di fronte agli orrori e alle tragedie della guerra. Eppure, da spirito pragmatico e curioso della modernità, avresti guardato con estremo interesse all’evoluzione tecnologica dei conflitti. Basti pensare che in Ucraina, oggi, il Ministero della Difesa è guidato da un giovane che ha radicalmente rivoluzionato la dottrina bellica integrando l’uso strategico dei droni. Tu, che hai sempre anticipato i tempi e guardato oltre l’orizzonte, avresti guardato con interesse a questa dirompente novità. E, conoscendo la tua inquietudine intellettuale, ti saresti interrogato con lucidità sul futuro di un mondo in transizione permanente. Ti saresti chiesto quale debba essere il ruolo della politica di fronte a una tecnologia che decostruisce e ricostruisce i confini della sovranità e della sicurezza globale.
Non c’è dubbio che i tuoi interventi – penso al celebre discorso della discesa in campo del 1994, con cui ci hai insegnato a non subire il declino e a credere in un “nuovo miracolo italiano”, fondato sulla libertà, sull’impresa e sul libero mercato contro ogni deriva illiberale; o al discorso al Congresso degli Stati Uniti del 2006, un vero capolavoro di diplomazia in cui hai difeso con forza l’amicizia indissolubile con l’America; fino al discorso di Onna del 2009, in cui hai saputo unire la memoria alla ricostruzione – restano pietre miliari di una classe dirigente che oggi fatichiamo a intravedere. Oggi il partito non sa più essere trainante e lo sento drammaticamente spento. I giovani sono pochi, non come al tuo tempo. E ti assicuro che io, che ho nipoti e frequento molti ragazzi, vedo che non percepiscono più quel carisma, quel sogno, quel fermento del “tutto è possibile”: “io ci credo, io posso, io realizzo”. Erano tratti tipici della tua leadership. Oggi, purtroppo, molti di loro sono attratti da una chimera, da un personaggio come il generale Vannacci, che so per certo non ti sarebbe piaciuto affatto. Il mondo intorno è cambiato profondamente. Sono lontani i tempi in cui l’America di Bush e la Russia di Putin andavano d’accordo. I tempi indimenticabili e carichi di speranza di Pratica di Mare. C’è stato il dramma del 7 ottobre, la guerra in Medio Oriente e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Un vero e proprio giro sulle montagne russe geopolitiche. Oggi, guardando alla politica estera, la situazione è un disastro. E l’Europa – te lo dice chi è sempre stato europeista convinto – è di una lentezza esasperante, quasi volesse farsi del male da sola. Non risponde con la dovuta velocità a un mondo che corre alla velocità della luce. Né possiede una vera visione economica per competere con colossi come Stati Uniti, Cina e India. Anche in Italia, in questo scenario così complesso, si avverte la mancanza di quell’audacia riformatrice. Prendi, ad esempio, un tema cruciale come il fine vita. Guardando a come si muove oggi Forza Italia su questo argomento, mi sembra tutto così tiepido, quasi timoroso. Lontano da quella laicità illuminata che tu hai sempre incarnato e difeso. Ci manchi perché ci hai insegnato ad avere sempre il “sole in tasca”. A non avere paura. A puntare dritti al futuro. E anche se il mare è mosso, noi restiamo qui, aggrappati a quel sogno che ci hai lasciato. Toglimi una curiosità. Ma sei riuscito a trasformare il Paradiso in una società per azioni? Un luogo senza burocrazia e dalla massima efficienza? A proposito, Dio è sempre il tuo vice? Come raccontavi nella tua barzelletta, immagino che anche lassù tu abbia trovato il modo di riorganizzare tutto.
Con l’affetto di sempre, da un’appassionata della libertà, in tutte le sue declinazioni.





