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Lettera (di dissenso) al presidente Mattarella

DI FRANCO BORGOGNA

 

Caro Presidente,

 

Quello che Lei ha detto, nel suo messaggio di fine anno, risponde sicuramente ad un Suo sincero sentimento ed effettive sue sensazioni. La sua buona fede è fuori discussione. L’avesse detto un “ premier” di governo, l’avremmo giudicato un quasi doveroso tentativo di tenere su, nonostante tutto, il morale degli italiani. Perfino Berlusconi  aveva qualche ragione, quando edulcorava la situazione economica del Paese, per evitare che la sfiducia e il pessimismo finissero col deprimere ulteriormente l’economia. Ma un Presidente della Repubblica, rispetto a un premier, ha un dovere più alto: quello di dire la verità, quello di rappresentare tutti gli italiani, facendo una fotografia del Paese con il grandangolo e quanto più rispondente possibile all’intero Paese.  Presidente, non basta vedere “ intorno a sé “ quella parte di italiani ( che esiste) la quale, disinteressatamente, fa opera di solidarietà o si adopera per il bene collettivo prima che individuale. Non Le viene il dubbio che il suo ruolo, di grande responsabilità, sia – per natura istituzionale – un po’ lontano dalla realtà e sofferenza quotidiana, dalla carne viva e dalla materia incandescente del vivere giorno per giorno? Certo, Lei fa di tutto per essere presente, per stare vicino agli italiani, nelle emergenze e nel bisogno. Come ha giustamente fatto anche con i terremotati della nostra isola. Ma Lei è convinto che , nei percorsi guidati, controllati, preparati, che è costretto a fare per il ruolo che Le compete, riesca a percepire lo stato effettivo e i reali bisogni della gente? Ci permetta di avere il dubbio che, con tutta la Sua buona fede e con tutto il senso della Sua reale partecipazione, quello che vede è una rappresentazione artefatta della realtà. Lei, signor Presidente, avrà sicuramente dei collaboratori stretti, bravi consiglieri personali, che l’aiutano nell’interpretazione dei fatti che accadono in Italia. Ma non per questo ci vede meglio di un  Istituto di ricerche sociologiche, come il Censis, che è in grado di misurare la febbre effettiva del nostro Paese. Il primo dubbio è che, al contrario di quello che Lei ha detto, una serie di motivazioni, storiche ma anche contingenti, hanno determinato una situazione sociale di “ odio”. E’ stato fatto di tutto per mettere giovani contro anziani, come se la differenza generazionale costituisse un male in sé e non fosse invece vero che ogni generazione può dare il proprio diverso contributo al progresso sociale ed economico dell’Italia. Perfino, di recente, la giusta rivendicazione delle donne per ristabilire una parità di diritti nei riguardi degli uomini, si sta trasformando in una guerra fra sessi, come se lo scopo principale non fosse l’amore, l’unione, la comprensione. Certo che sono molti gli uomini che si comportano in maniera prevaricante, ma lo scopo educativo, l’ideale di giustizia e parità di genere, non può essere la chiamata alle armi, bensì una nuova e seria “ educazione sentimentale”. E che dire del rinserrarsi negli egoismi territoriali, del timore delle contaminazioni, della difesa di presunte identità, quando poi quegli stessi che reclamano tali esigenze, affondano quotidianamente il loro stesso territorio, con abusi e sfregi della natura e della storia dei luoghi; quando quegli stessi che  invocano l’identità, litigano con i propri familiari, i vicini, i compaesani, per futili motivi, intasando le sedi giudiziarie. Del resto, allo stato attuale, il partito che riscuote maggior consenso è quello dei 5 Stelle, che qualcuno ha definito dei “ 5 rancori” e la cui ideologia si radica sulla violenza verbale del Vaffa Day.

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Caro Presidente, nella nostra isola, non piccola ma neppure grande, ci sarebbero tutti i motivi ( sufficiente benessere, sufficiente senso di sicurezza pubblica, bellissima ambientazione paesaggistica e climatica) per assicurare la felicità dei cittadini e, in particolare, dei giovani. Eppure non è così. Con allarmante frequenza, vengono a galla fenomeni di disagio giovanile ( e non solo): dalla depressione ai disturbi dell’alimentazione, all’etilismo, alla droga, fino allo spaccio, per non parlare dei troppi casi di suicidi. E spesso si tratta di figli o nipoti di conoscenti, amici, famiglie normali, di cui mai sospetteremmo difficoltà particolari. Presidente. è sicuramente al corrente degli allarmi di psicologi, sociologi, filosofi, sul male giovanile del secolo: il nichilismo, parola che viene dal latino “ nihil” ( niente), il vuoto della mente, del cuore, dell’anima. Certamente è al corrente degli “ haters” ( gli odiatori sociali) che invadono le reti sociali, i social ne work. In questa situazione, di “ scollamento” sociale, di “ isolamento” individualistico, di “ monadi senza finestre”, non è facile invitarci, e soprattutto invitare i diciottenni, al dovere del voto. In tal senso, è più che opportuno il richiamo, che abbiamo fato, alla monadologia del filosofo Leibniz. La società attuale a tende a micronizzarsi in atomi spirituali impermeabili ai fattori esterni. In altre parole, la società di “ monadi” è sorda a qualunque appello, anche a quello della responsabilità sociale del voto. E’ una sorta di autodifesa. Presidente, non crede che votare solo per dovere, senza convinzione, senza un vincolo di effettiva fiducia in uno dei partiti dell’agone elettorale, votare magari solo “ contro” qualcuno anziché  “ per “  qualcuno, sia peggio del” non voto” ? Perché ritenere l’astensione ( nessuna legge  o articolo della Costituzione lo dice) il venir meno ad un dovere democratico? Chi si astiene, non può voler dire : “ Nessuno dei gruppi candidati mi soddisfa”? Altro teorema, indimostrato, è la dottrina del “ voto utile”: Qualsiasi voto, dato ad una forza politica piccola, impossibilitata a raccogliere la maggioranza dei voti o contraria a partecipare a un “ rassemblement” eterogeneo, viene ritenuto inutile, sprecato. Del resto, Presidente, a prescindere dal mio umile dissenso, come si spiega che la seconda e terza carica della Repubblica, quella stessa di cui Lei è il numero uno, e cioè Grasso e Boldrini , militeranno in un piccolo nuovo partito di sinistra, nato per scissione? Sono gli stessi massimi organi istituzionali a non vedere, nei partiti esistenti, quello giusto. Non ci ha mai convinto la famosa opzione di “ turarsi il naso” e scegliere il male minore. Mi permetto di richiamare alla Sua attenzione un ottimo pezzo giornalistico di Repubblica, a firma del costituzionalista Michele Ainis, incentrato proprio sulla scelta del “ male minore”. Scrive Ainis: “ Riecheggia una filosofia che fu cara a Spinoza non meno che ai primi teologi cristiani: la dottrina del male minore. Meglio le prostitute che l’adulterio diceva Sant’Agostino. Meglio le guerre umanitarie che una dittatura sanguinosa ripetono ora i suoi discepoli. Tuttavia all’uno e all’altro si oppone l’obiezione di Hanna Arendt. Perché questo calcolo economico ci abitua a stare in confidenza con il male, a piegarci ai suoi ricatti, invece di combatterlo”. Proprio così, Presidente, per molte volte anche noi abbiamo rifiutato di optare per il “ male minore”. Ci illudiamo quando aspettiamo tempi migliori e contendenti migliori? Non è detto che il ragionamento varrà anche per il turno del prossimo 4 marzo. Valuteremo. I diciottenni, con i limiti imposti dalla loro limitata esperienza, di ciò che la scuola è stata in grado di trasmettere loro in fatto di storia, educazione civica, diritto ed economia, decideranno. Ma se si asterranno, Presidente, non chiamiamoli “traditori”. Semmai, i traditori ( delle speranze, delle attese, dei bisogni) saranno stati altri. Proprio quelli ( troppi) che ci invitano forzosamente a votare!

Con rispetto,

 

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