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Lettere a uno psicanalista

del dott. Francesco Frigione

Gentile Professore,

da anni sono in psicoterapia e, per lungo tempo ho nascosto anche a me stessa il peso di una situazione familiare che mi ha profondamente mortificata da piccola e che seguita a condizionare la mia vita presente: le violenze quotidiane che ho subito da mio padre e che lui ha compiuto nei confronti di mia madre e di tutti noi figli. Lavorando a lungo e attraversando passaggi confusi e dolorosi, ho scoperto la ferita che mi sanguina dentro ancora oggi, non solo perché sin dai primi anni mi sono adattata a vivere in quel regime di crudeltà perversa, pieno di proibizioni assurde e incomprensibili e di percosse continue, ma perché tutti quelli esterni alla famiglia che sapevano – e non erano pochi – si sono girati dall’altra parte e sono stati zitti. Nessuno ci ha protetti, prima fra tutte mia madre che, essendo succube delle angherie di mio padre, dava per scontato che anche noi dovessimo essere vittime di quell’inferno; non ci hanno protetti i parenti, gli amici, i conoscenti. Nessuno è intervenuto. Ed è questo silenzio che mi ha fatto vergognare di me, di quello che sono e che sento.

E oggi piango un dolore antico, che non è soltanto il mio.

 

LA VIOLENZA DEL SILENZIO

 

 

La sua lettera è toccante, cara Lettrice: descrive lo scempio di un’oscena crudeltà che smuove la coscienza di ogni persona sensibile. Il disonore e il discredito non possono che ricadere su tutta quella sottocultura omertosa che ha lasciato suo padre impunemente libero di deturpare la sua, la vostra vita di bambini, di ragazze e di ragazzi.

So di cosa parla e comprendo che lei prova più di una compiuta amarezza, di un dolore cupo; lei sperimenta, purtroppo, anche confusione,  vergogna e colpa, poiché il comportamento ingiusto e violento di cui è stata oggetto, come vittima diretta e come testimone impotente, ha insinuato in lei gli stati di animo e i sentimenti che suo padre rifiutava di sé, tanto da scaricarli distruttivamente su tutti coloro su cui esercitava il suo meschino potere.

Nella mia vita professionale incontro molte situazioni analoghe o accostabili alla sua e mi rendo conto che le vittime soffrono durevolmente di insicurezza nel far ricorso alla propria autenticità psicologica e si sentono incapaci di affrontare in maniera spontanea le relazioni con il prossimo e di far fronte a numerose situazioni della propria esistenza. Tutto ciò diventa particolarmente evidente in età adulta, quando, si avvertono farsi strada le amputazioni dell’anima, e, cioè, esattamente quando, all’apparenza, la minaccia concreta alla propria incolumità psicofisica parrebbe svanita: le persone non si fidano di sé, della percezione che hanno della realtà e dei propri vissuti, dubitano di avere qualcosa di buono da esprimere e da offrire al mondo. Una profonda tristezza e opacità s’impadronisce delle loro vite e rischia di ghermirle in una spirale depressiva oppure di costringerle in una posizione di sterile e rabbiosa rivendicatività.

Le fondamentali funzioni di Intuizione e Sensazione (Carl Gustav Jung, Tipi Psicologici, 1921) sono state, in effetti, relegate in Ombra, ossia trascurate tanto da escludere dalla Coscienza le percezioni del mondo più profondamente soggettive. Il perché di tale negligenza è facilmente comprensibile: qualora fosse stato concesso spazio a quelle facoltà in giovanissima età – quando la dipendenza dall’ambiente familiare era massima – ciò avrebbe condotto il soggetto a rischiare la sopravvivenza, a causa delle ritorsioni degli adulti: la percezione soggettiva di situazioni patologiche e perverse corrisponde, in quegli ambienti in cui ogni verità deve essere distorta, a una denuncia, nei fatti, delle nefandezze che vi vengono compiute. È un processo che corrisponde – su scala sociale – a quanto avviene nei regimi autoritari, sul piano politico o economico – in cui  l’espressione che sfugge alle direttive del vertice o alla volontà del “Mercato” subisce persecuzioni o, semplicemente, viene consegnata all’oblio.

D’altronde, eliminare totalmente questi contenuti perturbanti (Sigmund Freud) dalla memoria psichica, “forcluderli” come diceva Jacques Lacan, getterebbe la personalità nella psicosi. Il miglior rimedio adattivo resta, dunque, quello di “rimuovere” (Sigmund Freud) i risultati di queste facoltà e lasciarle “dormire” nell’Inconscio, finché condizioni di vita migliori non consentano, attraverso passaggi critici, di riaprire i giochi. Ed è quello, che mi pare di capire, stia accadendo a lei, cara Lettrice.

Devo aggiungere, infine, una considerazione che, come socio/psicodrammatista ritengo debba trovare particolare rilievo nel discorso: non basta il lavoro terapeutico che svolgiamo con coloro che, tra le vittime di soprusi, abusi e violenze, hanno la forza, l’opportunità e la fortuna di iniziare un percorso clinico, dobbiamo far sì che la cultura del rispetto verso il più indifeso, il debole, il vulnerabile (donna, bambino, anziano, diverso, straniero, povero, escluso ecc.) stia al primo posto nella scala dei valori sociali: dobbiamo stimolare la comunità in cui ci collochiamo a vigilare su se stessa, ad analizzarsi, a comprendere il proprio disagio, a prevenirlo.

L’ipocrisia più vile consiste nel lanciarci nel linciaggio del “mostro” di turno, quando questo venga smascherato, dimenticando di colpo tutte le nostre collusioni, la pigrizia mentale, le quotidiane responsabilità e le innumerevoli omissioni che ci hanno impedito di comprendere e intervenire prima che fatti moralmente ripugnanti avessero luogo.

 

 Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

 

 

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