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Lettere a uno psicanalista

del dott. Francesco Frigione

Gentile professore,

ho ventotto anni: sono un’appassionata di cinema e ne scrivo per alcune testate on line. Onnivora, spazio dal film intimista al “noire”, dal “blockbuster” all’epico-eroico, dal fantascientifico all’horror. Per far ciò spesso mi sobbarco  trasferte anche con il mare grosso e in pieno inverno. Talvolta, mi spingo in città distanti, oltre Napoli, per assistere a festival e rassegne particolarmente interessanti.

        Di recente ho visto un film che, se lo avessero prodotto in America, a mio giudizio, sarebbe già un caso internazionale: “Lo chiamavano Jeeg Robot”, di Gabriele Mainetti. Vi recitano splendidi attori di casa nostra, come Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. Vi si narra, in un clima fiabesco, una storia di estrema violenza e sensibilità, che parte dalla dura realtà della periferia di Roma ed esplode nel suo centro. Ma questo racconto deborda dai confini romani, o italiani, e assume una valenza universale.

Ho notato che lei, spesso, in questa rubrica affronta temi psicologici partendo da trame cinematografiche, per cui la mia speranza è che questa pellicola non le sia passata inosservata. Avrei molto piacere di sapere che impressione le ha suscitato e quali riflessioni ne ha tratto.

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IL SUPERUOMO È UN MISANTROPO CHE SI UMANIZZA

 

 

Gentile lettrice,

una giovane fervida e appassionata di cinema come lei, rappresenta una risorsa culturale per l’Isola, e non solo. Per cui le auguro di proseguire con fortuna la carriera in questo campo, se è quanto desidera.

Le rispondo di sì, che, per mia fortuna, ho visto “Lo chiamavano Jeeg Robot” e condivido a pieno il suo entusiasmo. Anzi, le dirò di più: vado spargendo la voce tra conoscenti e amici che questo film sta al genere supereroico fracassone americano né più né meno come “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone si pose, cinquantadue anni fa, rispetto al vecchio genere Western. Una rivisitazione talmente ironica e originale di trame sfruttate  – come, nel caso odierno, quella del celebre Batman di Stan Lee –  da saper introdurre nell’involucro fumettistico l’autenticità di personaggi per nulla plastificati e di far parlare il contesto propriamente italiano, in cui l’azione si svolge, attraverso scelte registiche e narrative pienamente riuscite.

Val bene la pena di notare che, scena dopo scena, i riferimenti al nostro cinema più recente si susseguono caleidoscopici: a puro titolo di esempio, valgono gli ammiccamenti (più o meno ironici) a veri capisaldi noire, quali ormai sono “Romanzo Criminale” e “Gomorra”. Inoltre, è opportuno specificare come, malgrado i contenuti costi di lavorazione, la fotografia e il montaggio risultino eccellenti, e che su tutto rifulga l’ottima sceneggiatura di Nicola Guaglianone e di Menotti, quest’ultimo uno dei nostri migliori fumettisti.

Dato che la pellicola è ancora presente nelle sale, cercherò di soffermarmi sulla trama soltanto il minimo indispensabile. Citerò, piuttosto, solo quanto serve a far emergere la sostanza psicologica dei tre personaggi principali: Enzo, Zingaro e Alessia.

I primi due sfuggono sin da subito alla tipica scissione tra “il buono” tutto di un pezzo e “il cattivo” gratuitamente sadico. Enzo, di fatti, è un ladruncolo che conduce una vita solitaria all’interno di una squallida tana di periferia, nel quartiere di Tor Bella Monaca, una nota “banlieue” romana.  Basico in ogni suo comportamento, si alimenta di soli yogurt alla banana (una nota certamente frivola) e trascorre il tempo tra un furtarello e l’altro nell’oscurità del suo ricovero, eccitandosi con film porno. Non sappiamo nulla della sua famiglia, delle sue origini, del suo contesto relazionale, poiché esso è evaporato, segno di un’alienazione pressoché totale: il suo personaggio esprime disgregazione psichica, dovuta a un vuoto affettivo e sociale, prima subìto e poi ricercato. Enzo non reca tracce di desiderio verso l’altro, la sua misantropia è totale e automatica: lo si scorge passare da un momento di sopravvivenza al seguente, da un furtarello improvvisato a una fuga animalesca (con la quale si apre la storia), al frutto magrissimo di questo disperato procedere raccolto dalle mani di un ricettatore.

Eppure a Enzo accade l’incredibile: per sfuggire a un concitato inseguimento della polizia, è costretto a calarsi nelle acque del Tevere, entrando in contatto con una sostanza radioattiva che lo renderà invulnerabile e fortissimo. Allo stesso tempo, il ricettatore a cui il protagonista consegna un orologio appena rubato e che abita al piano immediatamente inferiore al suo, è il padre di una bella ragazza, dolce e fragilissima, Alessia – apparentemente infantilizzata e psicotizzata dalla perdita della madre. Si dimostrerà lei la vera eroina del film, capace di produrre la sua verità animica al di fuori dell’ordine della violenza. Lei, la vittima, troverà il modo di mostrarsi più forte delle violenze sessuali subìte e del mondo impazzito che la circonda, un mondo dove la misteriosa violenza politica – punteggiata di attentati e di onnipresenti notiziari televisivi – e quella criminale scorrono come due flussi che non s’intersecano mai, ma di cui lo spettatore, così come lo Zingaro, intuisce il legame nascosto, necessario e mai esplicitabile.

Alessia è ben lontana dal modello di donna statunitense proposta dagli schermi – una combattente interamente votata al successo personale – o di bambinona bisognosa di protezione dal supermacho di turno, che caratterizza i tipici blockbuster hollywoodiani. La giovane porta poeticamente alla ribalta la dimensione di uno sfasamento mentale, che si rivela essere, infine, l’aspetto veramente salvifico dell’anima dell’eroe, quando questi – dopo molte vicissitudini – apprende a entrare in rapporto con lei. Alessia, la supposta malata mentale, ha il ruolo effettivo di terapeuta. Ricerca e cura l’anima di Enzo, a lungo mortificata dalla fuga dalle relazioni affettive e amicali,   degradata per l’inconsapevolezza, vagante in un limbo. Riscatta un’anima ombra di sé stessa, persa nei meandri di un labirinto di “normalità” abbrutita e disperata.

Come, secondo il Simposio di Platone, Diotima fa con Socrate, Alessia introduce Enzo ai misteri dell’amore – e non solo di quello sessuale (Eros), ma anche di quello che salda gli esseri umani attraverso il desiderio di conoscenza reciproca (Filia) e a di quello che suscita un senso di prossimità e profonda empatia verso dei perfetti sconosciuti (Agape), tanto da poter condurre al sacrifico in loro favore. In ciò trovano posto la propensione etico-politica dell’agire sociale e l’anelito spirituale dell’individuo.

Infine, rifulge nella sua “tarantiniana” crudeltà Zingaro – l’antieroe, il trickster, l’istrione perverso, figura che si dimostra molto più di un semplice contraltare dell’eroe positivo. Zingaro esprime il pressante desiderio (pervertito poiché frustrato in partenza dalla condizione sociale di marginalità) di uscire dai propri stati di sudditanza e impotenza, sia psichico che materiale.

La sua massima aspirazione, in fondo, sarebbe conquistare la notorietà, come un qualunque concorrente de “Il Grande Fratello”, o di “Amici”, ma l’incontro tragico con il destino lo condurrà a scoprire in sé un abisso di  malvagità, priva di sentimenti di colpa, dunque, un’abnorme psicopatia. La stessa psicopatia che, in varie forme e misure, è divenuto il tratto distintivo della condizione contemporanea.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è, in definitiva, un film sostanzialmente cristiano per il messaggio sacrificale di cui si fa latore. Ma in esso vi è di più, psicologicamente parlando. Nella giocosità ludica dell’infanzia recuperata, nell’aspirazione di riscatto sociale degli emarginati e nello stile “pulp” dei suoi scontri, dipinge un quadro allarmante del nostro mondo psichico, sociale e culturale; allo stesso tempo, tenta poeticamente di guardare oltre l’orrore presente, facendo leva su una sensibilità delicata, tenera, gentile, che evita di compiacersi della propria stessa crudeltà e tratteggia, così, un respiro di autentica speranza per l’anima.

 

 

 Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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