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LETTERE A UNO PSICOANALISTA –

Gentile Professore,

ho seguito con curiosità i suoi “resoconti dall’Argentina”, nei quali si è divertito a “sdoppiarsi” in un”Io stanziale” e un “Io viaggiatore”. Mi sembra che le due figure abbiano  ingaggiato uno scontro dialettico senza quartiere per far prevalere ciascuna le proprie ragioni. Ne sono risultati degli articoli godibili, movimentati e originali.

        Il suo procedimento corrisponde ricorda molto dappresso la  drammatizzazione teatrale e, infatti, lei dichiara palesemente di adoperare “tecniche di psicodramma”. Essendo io una autrice di teatro e, prima ancora, un’attrice con buoni trascorsi formativi, le devo confessare di aver sperimentato, come allieva, lo psicodramma in vari corsi. In effetti, ho riscontrato che la tecnica si mostra estremamente efficace nel facilitare l’immedesimazione nelle situazioni sceniche, ma ho anche verificato che il suo utilizzo “selvaggio” da parte degli insegnanti non terapeuti generava una serie di gravi destabilizzazioni negli allievi: riapriva senza cautele, cioè, ferite personali sanguinanti, senza la minima comprensione del problema sollevato.

        Dunque, il mio rapporto con lo psicodramma si è fatto adesso assai  ambivalente: in effetti, mi alletterebbe approfondire l’esperienza, ma voglio  evitare qualsiasi contesto in cui la mia personalità sia esposta senza garanzie e protezioni.

        Vorrei chiederle, perciò, maggiori notizie sul lavoro psicodrammatico e sulla sua praticabilità in contesti sia terapeutici che formativi.

 

 

INCONTRO E SPONTANEITÀ

 

 

«Un incontro a due: sguardo nello sguardo, faccia a faccia. E quando sarai vicino io coglierò i tuoi occhi e li metterò al posto dei miei, e tu coglierai i miei occhi e li metterai al posto dei tuoi, poi io ti guarderò coi tuoi occhi e tu mi guarderai coi miei.»

(Jacob Levi Moreno, Motto, in Einladung zu einer Bbegegnung, Vienna, 1914)

 

Gentile lettrice,

approfitto da subito della sua stimolante lettera per compiere una rettifica relativa proprio all’ultima delle mie corrispondenze sudamericane. In quella avevo erroneamente affermato che lo scopritore dello psicodramma, Jacob Levi Moreno (1889 – 1974), non si era mai recato in Argentina: invece, eseguendo un semplice controllo sul Web, ho scoperto che Moreno e sua moglie Zerka Toeman furono ospiti d’onore del IV Congresso Internazionale di Psicodramma, tenutosi a Buenos Aires nell’agosto del 1969.

Ciò premesso, mi accingo a rispondere al suo quesito.

Il punto principale è di tenore filosofico, etico e spirituale: lo psicodramma – frutto spiccante dalla cornucopia di geniali intuizioni e sperimentazioni moreniane in campo sociale e clinico – nasce dall’anelito radicale, vorace, inestinguibile del suo fondatore: quello all’incontro “dionisiaco”, “chassidico” e “cristico” con l’altro attraverso l’esperienza della spontaneità. È un dispositivo che intende soddisfare l’immensa fame di empatia, di giustizia, di reintegrazione degli esclusi e di universalità covata dal grande psicologo e sociologo, un profeta “religioso” nato nell’epoca del trionfo della tecnologia e delle scienze. Se, pertanto, si assume soltanto la tecnica dello psicodramma, scotomizzandola dal suo contesto, si compie molto più di un’effrazione: si effettua una violenza.

È certamente indubbio che le tecniche socio e psicodrammatiche possono rivelarsi proficue in numerosi ambiti, da quello clinico a quello educativo, dal lavorativo al formativo; eppure, se lo scopo ultimo dell’intervento non è generare un’esperienza di trascendenza dell’Io attraverso la comunanza con l’altro (e, al contempo, con l’Altro, ovvero lo sconosciuto che ognuno di noi rappresenta rispetto alla propria dimensione cosciente), ebbene, allora, ci troviamo di fronte a una strumentalizzazione, nel senso più stretto della parola. Quali effetti sortiscono da questa strumentalizzazione? Nel più fortunato dei casi, una patetica parodia dell’autentico psicodramma; nel peggiore, un danno arrecato alla personalità dei partecipanti, traditi mentre fiduciosamente si schiudono al cospetto del regista e del gruppo.

Non va dimenticato che in merito lo stesso Moreno aveva assunto prese di posizione estremamente critiche nei confronti sia della psicoanalisi che del teatro: la prima perché, secondo la sua opinione, espletava la propria funzione terapeutica nell’universo fittizio dello studio professionale – un recinto ermeticamente chiuso rispetto al vero fluire della vita; il secondo perché simulava, tramite gli attori, la realtà dell’autentico incontro umano, senza mai coglierne l’essenza fluida e imprevedibile. Sosteneva che persino Pirandello (1867 – 1936), il drammaturgo moderno che egli più ammirava, non era riuscito ad abbattere l’ultima barriera tra il pubblico e gli attori, limitandosi a rappresentare la rottura degli schemi tra i ruoli tradizionali, senza mai però effettivamente attuarla.

L’efficacia dello psicodramma risiede nello sprigionare una corrente di tele capace di rompere schemi psichici artificiosi. Questi, effetto di condizionamenti  familiari, sociali e culturali, impediscono elle emozioni più profonde e genuine di manifestarsi all’interno delle relazioni, siano esse di coppia, di gruppo o, nel caso del sociodramma, di intere comunità (il concetto di tele è stato coniato dallo stesso Moreno e, in base alla sua etimologia, significa “influenza a distanza”). Il cambiamento emotivo che sorge dall’instaurarsi della nuova situazione comunicativa produce una riorganizzazione psichica più ampia e complessa nei partecipanti, poiché investe la loro sfera sensoriale ed ideativa. Il gruppo umano diventa il luogo per eccellenza di un incontro con la propria natura personale e quella dell’altro, segnato dal riconoscimento reciproco delle differenze e delle identità, degli aspetti di soggettività più che rendono veramente unico/a ciascuno di noi.

Tutto ciò diventa possibile, dunque, solo a partire dall’abbandono di stereotipi e preconcetti, di quei condizionamenti che sono soliti velare l’esperienza dell’istante. Ecco la ragione per cui nello psicodramma si attribuisce particolare valore al “qui e ora” dell’interazione tra i partecipanti. Infatti, l’azione psicodrammatica impone l’evidenza della verità racchiusa nelle loro immagini profonde, solitamente neglette o negate, finalmente messe in scena a dispetto di ogni mistificazione.

Le sessioni psicodrammatiche possono svolgersi nei modi più variabili, ma, ineludibilmente, comprendono le seguenti fasi: un “riscaldamento” emotivo dei partecipanti – che li prepara al gioco vero e proprio; l’emergere di un tema e/o di un/a protagonista (o di molteplici); la ridefinizione, ad opera del regista, del vissuto inizialmente abbozzato dal/la protagonista – indispensabile alla messa in scena; la scelta dei personaggi tra i membri del gruppo e l’attribuzione dei ruoli (da parte del/la protagonista); l’interazione – che si produce spontaneamente e nel presente, sulla scorta dei vissuti di coloro che giocano (ma anche in eventuali spettatori che possono attuare come ulteriori “io ausiliari” di quanti sono direttamente coinvolti nella dinamica); la conclusione del gioco, che può essere caratterizzata da una “catarsi” (parola greca che indica una “purificazione” emotiva, e che Freud (1856 – 1939), legandola all’esperienza della parola, indicava come “abreazione”) o da una “ristrutturazione terapeutica”, cioè una miglioria apportata a una condizione che procurava sofferenza; chiude l’esperienza la “condivisione” dei vissuti personali riguardo al gioco svolto, compiuta dall’insieme dei componenti del gruppo. In tutto ciò si configura un ampio spazio per gli interventi del regista-terapeuta, il quale opera mediante molteplici canali verbali ed espressivi: il tipo di ascolto che offre; le domande che pone; le scelte registiche con le quali asseconda o meno l’immaginario dei pazienti (in cui, rammento, si annida la matrice del loro rapporto con la realtà del mondo); gli eventuali “doppiaggi” del/la protagonista e dei personaggi in scena; le valutazioni offerte alle condivisioni del gruppo; e, infine, le eventuali interpretazioni psicologiche finali.

Nonostante questo intervenire costante del regista nell’andamento della rappresentazione, lo psicodramma funziona in maniera estremamente “democratica”, in quanto la sperequazione di potere tra terapeuta e paziente è assai meno marcata che in altri approcci terapeutici, psicoanalisi compresa. Di fatto, qualsiasi scelta arbitraria da parte del conduttore produce un impasse nel gioco, dalla quale è possibile uscire soltanto aderendo alla verità intersoggettiva che sospinge per emergere nel/la protagonista e nel gruppo.

Mille altre informazioni potrei aggiungere per rendere più completo questo veloce schizzo dello psicodramma, ma spero che per il momento quanto detto basti a soddisfare, mia cara lettrice, la sua più immediata curiosità.

 

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