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Lettere allo psicanalista

Gentile Professore,

in questi giorni si discute alle Camere la cosiddetta “Legge Cirinnà” sulle unioni civili e la “stepchild adoption”, cioè, più banalmente, il diritto ad adottare il figliastro. Il dibattito è acceso e gli schieramenti – spesso trasversali – si scontrano per questioni di principio e per calcolo elettorale. Il dibattito non lascia indifferente il paese, credo, perché i diritti civili sono qualcosa d’importante che influenza immediatamente la vita delle persone. In questo caso, poi, sembra essere in gioco un tema fondante della società stessa: la famiglia. Personalmente, mi sembra di avere le idee chiare su alcuni punti, ma non su tutti i passaggi. Mi piacerebbe sapere lei come la pensa in merito.

 

LA LEGGE CIRINNÀ E IL NUOVO ASSETTO SOCIALE

 

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Gentile lettore,

concordo con lei sul punto chiave della sua lettera: i nervi sono scoperti nella dialettica parlamentare, come da tempo non si vedeva sulla scena politica italiana, poiché il disegno di Legge del quale è prima firmataria la senatrice PD Monica Cirinnà investe non solo la sfera dei diritti civili ma anche e soprattutto la concezione che la nostra società, piuttosto tradizionalista, ha della famiglia.  Ma forse la questione è ancora più sottile: nei fatti, il nostro paese ha già costituito nuovi tipi di famiglia e sono convinto che la maggioranza dei nostri concittadini non ha alcuna difficoltà a riconoscersi e a riconoscere ad altri il diritto di strutturare la propria vita affettiva secondo criteri e scelte personali, senza subire discriminazioni. Con ciò, ovviamente, non alludo soltanto alle coppie omosessuali, ma anche a quelle eterosessuali, le cui unioni fuori dal matrimonio, che spesso implicano la presenza e la cura di figli, oltre che il riconoscimento del partner in situazioni di malattia, morte, eredità, da lungo tempo attendono di essere omologate a quelle dei coniugi sposati.

Tutto cambia, però, nel momento in cui, elevandosi dai singoli casi personali a una visione più generale della società, i cittadini si trovano a dover prendere posizione in merito a una diversa definizione dell’assetto sociale, poiché lì s’innescano altri meccanismi, dei quali parlerò più avanti.

Prima, sento di dover affermare che arriviamo tardi, colpevolmente tardi, a una legge necessaria, all’atto che regolamenti con equità e chiarezza una situazione nei fatti ampiamente diffusa. E ci arriviamo tardi anche nel confronto con altre nazioni, che, in passato, ci hanno ammirato per la capacità di scioglierci dagli anatemi clericali, votando a favore di leggi, quali quella sul divorzio e sulla interruzione di gravidanza.

Si può essere più o meno d’accordo su alcuni punti e passaggi delicati, ma non con l’impianto del “DDL Cirinnà”, io credo, poiché significherebbe negare il mondo che ci è intorno, vagheggiando un’età dell’oro della famiglia, che, in verità, non è mai esistita.

Il riferimento, poi, alla biologia come inespugnabile baluardo della sacralità della famiglia monogamica, propugnato dalla Chiesa Cattolica, è contraddittorio e, mi si consenta, ridicolo. Esso è intimamente antispirituale. Ci insegnano l’etologia, l’antropologia e la storia che la visione di famiglia a cui siamo pervenuti nella modernità occidentale non compare che in rarissimi casi in natura e, di certo, non è appartenuta alla consuetudine dei nostri progenitori; neppure ha contraddistinto le epoche storiche più prossime alla nostra civiltà. In epoca precristiana e anche molto dopo, generare biologicamente un bambino non implicava assolutamente doversene assumere la paternità. Nell’antica Roma, ad esempio, diventava figlia o figlio solo colui che il padre innalzava pubblicamente sopra il proprio capo, in un gesto di solenne elevazione. Il costrutto che oggi sembra lentamente dissolversi, o perlomeno, perdere la sua priorità assoluta, si è dunque sedimentato lentamente e a fatica nel tempo ed è dall’azione del tempo – attraverso il lavorio degli eventi, delle idee e delle credenze sulla coscienza sociale – che deriva. Tale impianto familiare si è affermato nella nostra società, pertanto, per ragioni culturali e spirituali contra naturam, e tutto ciò non va affatto a detrimento del suo valore. Tutt’altro. Proprio la Chiesa di Roma ha avuto il merito, in epoche oscure, nelle quali vigeva l’assoluta subordinazione della donna, di proteggerne i diritti, almeno nel suo ruolo di madre. Quando ripercorriamo gli orrori di cui le gerarchie ecclesiastiche si sono macchiati nei secoli passati, come la caccia alle streghe, dobbiamo anche tenere presente che, in molti casi, essa ha rappresentato l’unico riparo del genere femminile di fronte allo strapotere e all’arbitrio di padri, mariti e figli.

La chance che ci viene offerta oggi è, invece, completamente nuova: comporta l’attribuzione di maggior valore alle scelte dei soggetti individuali rispetto alle imposizioni collettive: stiamo parlando, cioè, di libertà personale, in termini psicologici e sociali. E quando introduciamo una corrente di libertà nel contesto sociale, qualora la libertà si coniughi alla giustizia sociale, checché se ne dica, si accresce anche il livello di responsabilità delle persone che lo compongono.

 

 

A chi si oppone alla legge, pretestuosamente affermando che essa aprirebbe il passo a nuove forme di sfruttamento della donna, bisogna far notare che la querelle sulla “adozione del figliastro” non implica e non deve comportare la pratica, a mio giudizio palesemente immorale, della “maternità surrogata”, o come brutalmente si dice in genere, del “l’utero in affitto”. Credo, infatti, che questa pratica apra scenari inquietanti di corpi femminili appaltati da agenzie private che lucrano sulla miseria di alcune fasce della nostra popolazione o, come più spesso si verifica, di donne di paesi più poveri, disposte a separare la gravidanza dalla maternità per denaro.

Ciò premesso, credo che valga la pena di inquadrare in termini psicologici il problema della forte opposizione presente in parte della popolazione alla legittimazione ufficiale delle coppie omosessuali e più ancora alla possibilità per loro di formare una famiglia con figli. Come in parte anticipavo, ritengo che una fatto sia relazionarsi ai singoli casi altro, invece, ragionare per principî generali: avviene allora che nell’indispensabile astrazione del pensiero s’insinuino fantasmi psichici latenti; le persone temono il crollo della base stabile su cui poggia la labile e mutevole costruzione sociale; provano sgomento o, per lo meno, si angosciano a causa di fantasie che costantemente  abitano gli individui e i gruppi, che prevedono la dissoluzione in un insieme caotico e minaccioso nel quale scompare ogni identità psichica e culturale. Rispetto a tali ancestrali timori chi detiene una visione più lucida e complessa deve procedere con tatto e fermezza, smontando una ad una le argomentazioni irrazionali e, al contempo, rassicurando sulla tenuta più salda che una visione nuova e diversa del rapporto tra individuo e famiglia assicura all’assetto sociale.

 

 Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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