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Lettere allo psicanalista

del dott. Francesco Frigione

Gentile Professore,

sono un architetto. Mi appassiona il rapporto tra territorio e creazione, come ci ha insegnato, tra gli altri, un grande visionario quale l’urbanista torinese, allievo di Frank Lloyd Wright, Paolo Soleri. Soleri aveva coniato, già negli anni ’50 del secolo scorso, il termine di “Arcologia” per definire il suo approccio ecologico all’architettura e ha creato, a metà degli anni ’60, un esperimento unico al mondo nel deserto dell’Arizona, nei pressi di Phoenix, la cittadina di “Arcosanti”. Qui, prendendo esempio dalle costruzioni dei nativi americani, ha immaginato e costruito un luogo funzionale in totale simbiosi con l’ambiente, nel quale ogni anno giovani di tutto il mondo condividono nuove idee e soluzioni progettuali.

Oggi più che mai avremmo bisogno di concepire un rapporto innovativo con il territorio nel quale l’essere umano si ritrovi armonicamente e dinamicamente. Invece, assistiamo ancora allo scempio di ciò che ancora resiste e all’utilizzo di materiali antiecologici: malgrado tanto sia stato detto e fatto in proposito, manca ancora una visione dell’approccio all’arte del costruire, dell’abbattere e del ricostruire, che nel segno del rispetto e dell’amore per l’ambiente naturale, ci metta in sintonia con esso. Lei, da psicologo, che ne pensa?

 

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PSICHE, TERRITORIO E LABIRINTO

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Gentile lettore,

la lettera che mi ha scritto reca impresso il segno di una fervida passione per la sua missione professionale, che lei concepisce in maniera fortemente innovativa e, al contempo, profondamente radicata nella dimensione istintuale dell’uomo, quella che affonda nella natura e nel rapporto con la mater-materia, cioè con la materia “madre”, generatrice della ricchezza psichica dell’uomo.

Proprio di recente, ho avuto modo di presentare lo stimolante libro del collega e amico Ivan Battista, Psicoarchitettura [Cangemi editore, Roma, 2015], dedicato al tema che lei introduce. Uno dei capitoli più stimolanti del testo richiama il concetto di “participation mystique”, coniato dall’antropologo francese Lucien  Lévi Bruhl (1857 – 1939) e riutilizzato dal grande psicologo svizzero Carl Gustav Jung (1875 – 1961) in maniera assai più estensiva, per definire uno stato di fluidità e continuità tra il mondo fisico, psichico e spirituale che rende carico di un’energia “numinosa” oggetti, ambienti, piante, animali. Questa esperienza non è prerogativa degli appartenenti alle culture non occidentali o antiche – quelle che una volta venivano definite “primitive” -, ma di ciascuno di noi quando entra in contatto con un funzionamento mentale più basico e archetipico.

Seguendo l’affermazione dell’ingegnere, economista e psicologo analista elvetico Theodor Abt (1947), ovvero che per i popoli “primitivi” il proprio territorio rappresenta la «topografia dell’inconscio», Ivan Battista pone il problema di quanto la perdita di appartenenza reciproca tra l’essere umano e il tessuto naturale e urbanistico, tipica del soggetto massificato, rappresenti una ferita che sanguina silenziosamente nell’anima, un’alienazione della quale paghiamo il fio quotidianamente senza neppure più avvedercene.

Personalmente, penso che la risposta psicologica più convincente a questa condizione ingrata risieda in pratiche sociali derivanti dall’attitudine poetica verso l’esistenza, quel “fare anima” che il filosofo e psicologo junghiano James Hillman (1926 – 2011) evoca citando il poeta romantico inglese John Keats (1795 – 1821). E proprio viaggiando sul filo dell’immaginazione poetica mi torna subito alla mente la straordinaria identificazione tra Jorge Luis Borges e la città di Buenos Aires. In una delle sue prime poesie, che s’intitola “Le strade”, il grande autore argentino scrive:

 

«Le strade di Buenos Aires

Sono già le mie viscere.

Non le avide strade

Scomode di folla e trambusto,

ma le strade svogliate del quartiere,

quasi invisibili per l’abitudine,

intenerite da penombra e tramonto

e quelle più fuori

prive di alberi pietosi

dove austere casette si avventurarono appena,

oppresse da immortali distanze,

a perdersi nella profonda visione

di cielo e di pianura.

Sono per il solitario una promessa

Perché migliaia di anime singolari le popolano,

uniche davanti a Dio nel tempo

e senza dubbio preziose.

Verso l’Ovest, il Nord e il Sud

si sono dispiegate – e sono anche la patria – le strade:

spero che nei versi che traccio

ci siano quelle bandiere.»

[Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, in Poesie (1923-1976), Rizzoli, Milano, 1980 – p. 57].

 

E in un’altra poesia coeva, dedicata a “MONTEVIDEO”, dice:

«Città che si ascolta come un verso.

Strade con luce di patio.» [Jorge Luis Borges, Luna di fronte, in Poesie (1923-1976), Rizzoli, Milano, 1980 – p. 75].

Non è un caso che lo stesso Borges sia il anche grande cantore del concetto di labirinto, una chiave per descrivere l’esperienza esistenziale in generale oltre che il mondo della letteratura. La realtà simbolica del labirinto esemplifica infatti, per eccellenza, l’intimo rapporto tra struttura psichica e struttura architettonica.

Per intendere meglio questo punto dobbiamo considerare che le differenze tra sfera fisica, psichica e spirituale, che correntemente la nostra coscienza concepisce, possono essere smentite d’improvviso da fenomeni che Carl Gustav Jung definiva «psicoidi», ovvero fatti misteriosi, e al contempo carichi di senso, che penetrano nella nostra vita in momenti critici e trasformativi della storia personale e collettiva. Essi appaiono ben esemplificati da quelle “coincidenze” di ordine «sincronistico» [cfr. Carl Gustav Jung, Wolfgang Ernst Pauli, Sincronicità – un principio di corrispondenza acasuale, 1952] che ben conosce chi, possedendo una mente particolarmente porosa e  sensibile,  affronta un’esperienza creativa sul piano intellettuale, artistico o spirituale. Sono manifestazioni, afferma lo psicologo svizzero, dell’archetipo dell’Unus Mundus, che in qualche modo potremmo definire un “meta-archetipo”, cioè un processo capace di raccogliere il tutto in un luogo e in un istante, né più né meno come  il mitico “Aleph” del celebre racconto di Borges [1949].

Il labirinto è uno di questi luoghi di sintesi di esperienze estremamente complesse, che toccano la vita di ciascuno, e al cui interno si condensa l’incontro tra le diverse dimensioni umane; rappresenta la concretizzazione architettonica dell’esperienza del disorientamento nei meandri dell’esistenza percepita dal suo rovescio, ovvero dal “Mondo dei Morti”. Questa immagine mitica e metafisica trova a sua volta una corrispondenza nella realtà notturna, quella che, nel torpore del sonno, ci mostrano i sogni. Ciò che per gli antichi era il  “mondo infero”, l’Erebo, l’Averno, l’Ade, l’Acheronte, l’Orco, lo Stige, o come ci piaccia di chiamarlo, rappresenta nel nostro linguaggio attuale, il luogo della profondità psichica per eccellenza, quello dove vicissitudine umbratili portano alla luce verità nascoste utile al mondo di superficie. Queste esperienze animiche dotano le nostre esistenze di uno spessore che la vita tutta tellurica è inetta a esprimere.

Il labirinto implica un ingresso iniziatico alla vita della morte, nella quale dobbiamo avere la capacità di scendere e dalla quale dobbiamo apprendere a risalire non uguali a prima. Le sue volute sono tutt’uno con le coreografie di una danza invisibile che gli antichi popoli, invece, imparavano a riprodurre per insegnare agli adepti a “ricordare” il giusto percorso, senza disorientarsi, e arrivare nella legittima dimora trascendente.

L’esecuzione concreta e materiale di questo simbolo è contemporaneamente un atto che incide a ritroso sulla psiche di chi lo esegue, né più ne meno come il racconto di un sogno o il disegno di un’immagine mentale. La nostra realtà urbanistica è dunque una traccia di noi stessi, una forma speculare del nostro inconscio, sia perché lo esemplifica, sia perché lo modella.

Ancora una volta per intendere questa asserzione dobbiamo rifarci alle esperienze primigenie e ancestrali del segno considerato “sacro”. Cito a proposito Paolo Santarcangeli:

«Naturalmente, la stella come simbolo celeste, il labirinto come processo di iniziazione, il disco come immagine solare, come schema grafico, sono anch’essi dei simboli convenzionali, o almeno lo furono all’inizio. Ma evidentemente vennero subito investiti da concomitanti emotive così intense da esaltarne subito la funzione. In molte civiltà, tracciare uno di questi segni è considerato un fatto magico o sacro, cioè gli si attribuisce la capacità di agire sulle forze che rappresentano, e non solo di indicarle a chi guarda. La loro vitalità, che si è rivelata quasi perenne, dipende proprio dalla capacità di concentrare entro un nucleo semplice e compatto un altissimo tasso di esperienze misteriose, oscillanti fra il tremendo e il sublime. Sono, in altre parole, non la registrazione di una nozione, ma il ricordo e lo stimolo di uno choc emotivo.» [Paolo Santarcangeli, Il libro dei labirinti – Storia di un mito e di un simbolo (Prefazione di Umberto Eco) Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2000 – p. 124).

Le città, quelle visibili e quelle immaginarie, come quelle invisibili di Italo Calvino, riflettono dunque il labirinto del nostro viaggio più grande; afferma in proposito il Marco Polo di Calvino:

 

«Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.» [ Le città invisibili, Einaudi, Torino, 1972].

 

Queste città, come la Dublino dell’Ulisse di James Joyce, estrinsecano con le loro mura, le vie, gli spazi, gli intervalli, il nostro “flusso  interiore” di fantasie, di emozioni, di pensieri.  Esse hanno le conformazione, come suggerisce Borges, delle nostre viscere, e in loro, dunque, si conserva la sostanza della nostra stessa vita più intima.

 

 Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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