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Lettere allo psicanalista

del dott. Francesco Frigione

 

Gentile professore,

malgrado i miei quarant’anni, mi sento inguaribilmente votato al rischio e al cambiamento. Non nego di aver rimediato numerose sconfitte e aver sofferto, in amore come nel lavoro, con gli amici come con i familiari; eppure, sono convinto che la mia vita sarebbe stata assai grama se avessi rinunciato a desiderare qualcosa di meglio, a cercare esperienze più consone al mio animo. Ho potuto provare che il nascere di un’altra passione, la scoperta di una nuova affinità – per quanto rari siano questi momenti – sortiscono un effetto talmente potente da impreziosire tutto il mio mondo e ripagarmi di ogni precedente delusione.

        Spesso, invece, mi confronto con persone che non solo non condividono la mia propensione,  e questo posso comprenderlo, ma mi trattano come se fossi un illuso o uno sciocco, al quale la vita non tarderà a somministrare la meritata punizione.

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        Lei che ne pensa?

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VIVERE DA BURROPARDI

L’illusione che crea il mondo

 

Gentile lettore,

le sue parole mi fanno correre subito la memoria a una delle poesie che più ho amato in gioventù: George Gray. La lirica del grande poeta Edgar Lee Masters (1868 – 1950) è compresa nella celebre Antologia di Spoon River, che compone un’intera visione del mondo attraverso le immaginarie iscrizioni di lapidi di un paesino degli Stati Uniti. Nei versi che riporto di seguito l’attitudine partecipe alla vita che lei ha così chiaramente espresso viene richiamata per contrapposizione, attraverso il rammarico dell’incompiuto, della mancanza di coraggio, del non essere stati quello che si sarebbe potuti essere.

 

«Ho osservato tante volte

il marmo che mi hanno scolpito –

una nave alla fonda con la vela ammainata.

In realtà non rappresenta il mio approdo

ma la mia vita.

Perché l’amore mi fu offerto ma fuggii le sue

lusinghe;

il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.

Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.

Ora so che bisogna alzare le vele

e farsi portare dai venti della sorte

dovunque spingano la nave.

Dare un senso alla vita può sfociare in follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vago desiderio;

è una nave che desidera il mare ardentemente ma ha

        paura.»

(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Rizzoli, Milano 1986 – p. 171).

 

Il dramma psicologico evocato dalle parole del poeta investe la sfera della paura che tarpa il desiderio di osare. Ma cosa fa insorgere questo timore, cosa lo fa prevalere? Io penso che il problema vada ricercato nell’esperienza traumatica della delusione. Spiegherò perché.

Ci spiega il geniale pediatra e psicoanalista inglese Donald Woods Winnicott (1896 – 1971) – e non è l’unico a pensarla in questa maniera – che l’essere umano, sin dagli esordi dell’esistenza, esprime una spontanea spinta all’individuazione. Egli tende, cioè, a realizzare un proprio potenziale fisico e psichico di pienezza e indipendenza che, soprattutto in infanzia, l’ambiente materno e familiare (sano) sostengono devotamente, col prestargli cure, col fornirgli stimoli, col tributargli attenzioni.

Grazie a questo aiuto, l’organizzazione mentale di un bambino procede da una magica illusione di onnipotenza nei confronti del mondo, uniformato ai propri bisogni e desideri, al graduale riconoscimento dell’indipendenza degli “oggetti” con i quali si relaziona dal proprio potere di controllo. Tale maturazione è faticosa e non priva di insidie, naturalmente, e si accompagna alla capacità di passare per l’esperienza della disillusione. In questo senso, l’ambiente affettivo, in primis quello materno, riveste un ruolo fondamentale nel recepire con le sue sensibili “antenne” di quali effettive risorse disponga quello specifico bambino, in quel particolare momento, e quanto riesca a tollerare  il mitigarsi della propria “onnipotenza narcisistica”. Un’irruzione troppo precoce del senso d’impotenza, infatti, comporta per il piccolo (e per la futura personalità adulta che si sviluppa da quella infantile) un fattore traumatico d’insicurezza, oppure lo costringe a un adattamento fasullo. Tale adattamento forzoso sprofonda nell’inconscio il nucleo della vera personalità (Winnicott lo definisce il “Vero Sé”), divenuto adesso fragile, spaventato e rabbioso.

In verità, questo nocciolo autentico continua a spingere per emergere alla ricerca disperata di ascolto, riconoscimento e accoglienza, ma quasi sempre lo fa in forme che ne rivelano la difficoltà ad esistere a pieno titolo, a causa della profonda inettitudine e dell’immaturità che lo tormentano. Un senso di vergognosa squalifica aleggia nel soggetto oberato dal Falso Sé rispetto a tutto ciò è più intimamente proprio, dalle percezioni alle idee, finché il solo contatto con questi contenuti dolorosi non diventa intollerabile alla sua coscienza. Possiamo affermare allora che l’inarrivabile esperienza della disillusione ha ceduto il posto a quella della delusione, sinonimo di una perdita angosciante di . Accompagna costantemente gli individui delusi il terrore di impattare in situazioni che li riportino al trauma di una propria totale impotenza nei confronti dell’indipendenza dell’altro. Ciò comporta come conseguenza, pertanto,  che evitino i rischi e gli attaccamenti affettivi, le passioni e le avventure che li conducono in terreni sconosciuti.

Se, invece, l’evoluzione infantile procede “sufficientemente bene”, il bambino, pur facendo fronte a maggiori frustrazioni, viene pienamente ripagato da una serie di eccezionali esperienze: può, di fatti, esplorare e conoscere il mondo in base alle proprie attitudini, esercitando una sempre maggior libertà dal vincolo simbiotico con la madre e con l’ambiente originario.

Si schiude, allora, per lui quell’universo di gioco nel quale la realtà si fonde inestricabilmente con la fantasia: un universo di meravigliosa ricchezza, che il ricercatore inglese chiama “spazio transizionale”, popolato di oggetti mentali, che assumono il valore di simboli, poiché fungono da ponte tra il mondo “interno”o del soggetto e quello a lui “esterno”. Si tratta di un mondo vivamente animato, innervato da una comunicazione libera di muoversi e inventare leggi e confini, di descrivere i più diversi stati mentali, dolorosi o piacevoli.  Si apre, dunque, il mondo della creatività tout court.

In questa dimensione sorgono e interagiscono gli indimenticabili personaggi dei Peanuts, creati dalla matita di Charles Monroe Schulz (1922 – 2000), che sanno parlare alle persone di tutte le età. Tra loro quello che più freneticamente gode del piano “transizionale” è certamente il piccolo cane  Snoopy, in grado di assumere ruoli e caratteri differenti, riuscendo a perdersi nel registro dell’illusione magica senza credervi totalmente, e dunque senza impazzire, riconoscendo cioè la propria identità inalienata anche quando si perde nell’Altro, personificato dalla sua inesauribile fantasia. Come Don Chisciotte, che sbalzato a terra da cavallo dai mulini a vento, si rialza con la propria dignità ancora perfettamente intatta, e afferma senza tema di smentita: “Io so chi sono!”.

Mi rammento, a questo proposito, di una streap in cui Snoopy assume la identità di “burropardo”, un mitico animale d’inaudita ferocia, solito appostarsi negli orridi in attesa che vittime ignare si trasformino in prede. Questo gioco di illusione potrebbe miseramente sgretolarsi se egli non trovasse nei bambini  Charlie Brown e in Linus due pazienti alleati, i suoi fedeli Sancho Panza, pronti a non smentire le trame dell’immaginazione, ma , anzi, felicemente convinti nel sostenerle. Tanto che essi affermano al momento dell’attacco (il cucciolo salta sulle loro teste e vi si appollaia con aria truce) la “reale” esistenza dei burropardi.

Quando riceviamo conferma ai disegni della nostra immaginazione diveniamo più fiduciosi nei nostri mezzi, e ciò dà impulso al nostro dare un senso alla vita – come ci ricorda Lee Masters – facendoci confidare di tollerarne anche le inevitabili sofferenze.

 

 Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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