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«I limiti dei cani in politica»

Si potrebbe dire tanto, molto, sia sugli atteggiamenti come sulla ricerca di notorietà di certi personaggi in questo periodo che anticipa e ci separa dalle elezioni a Forio. Alcuni si esprimono con margini ampissimi di libertà dialettica e di linguaggio. Di norma per manifestare la propria candidatura alle prossime elezioni o per testimoniare al popolo che una soluzione, rispetto all’attuale vuoto amministrativo in cui versa Forio – per altri si tratterebbe di “stabilità mancata” -, la si trova sempre. Si evidenzia quello che ha aspettato cinque anni in silenzio per levarsi sassolini dalle scarpe oppure quell’altro che ne approfitta per mettere insieme persone allo scopo di creare la valanga capace di travolgere Del Deo, o in altre parole la sua amministrazione percepita “inesistente” (fatta eccezione per qualcuno che ne fa parte, anche nella lingua italiana). Va detto che alcuni dei “nuovi” che si espongono non sono certo migliori del “vecchiume” attuale. La prova è racchiusa tanto nei modi di fare quanto in quelli di dire, per esempio le bruttissime espressioni “gettarsi in politica” o “scendere in campo”, come se ci stesse organizzando per giocare una partita di calcetto o andare allo stadio. Danno il senso di quanto chi aspiri a ricoprire un ruolo pubblico sia inadatto e manifesta addirittura la limitazione di guardare le cose in modo diverso. Parafrasando Wittgenstein “i limiti del modo di esprimersi rappresentano le barriere del mondo di ognuno”.

In non poche occasioni pare di assistere al mercatino dell’ovvio compendiato da espressioni simili ma conosciutissime come “abbiamo fatto” o “abbiamo risolto” che ritmano l’abituale ritornello quinquennale senza però la dimostrazione di fatti a supporto di ciò che si afferma. Ciò non vale solo per chi ricopre tuttora una carica pubblica, è chiaro, ma comprende pure chi un compito, magari di rilievo, negli anni precedenti, l’ha riempito. Oggi, intanto, si apre una nuova occasione: sguardo in alto e petto in fuori certuni sono pronti a immolarsi sull’altare del protagonismo a tutti i costi. Qualche volta si può avere la fortuna di ascoltare idee sensate il cui grado di fattibilità corrisponde alla cornice di un progetto possibile per il paese. Finora ne ho sentite da Stani Verde e da chi lo sostiene o dal trio “Coppola – Pezzullo – Gigi Lista”. Ce ne saranno altre ma, scusatemi, devono essermi sfuggite. Se non vi da noia mi piacerebbe conoscerle. M’interessa sapere qual è la visione degli schieramenti, pure opposti tra loro, specie su temi delicati e complessi come lo sono certe materie che non riguardano soltanto Forio o singolarmente altri comuni ma l’isola intera. Un aspetto fondamentale, insomma, è che tanto le parole – o le espressioni che si utilizzano – quanto l’italiano, saperlo parlare insomma, rappresentano rimandi importanti. Linguaggio e mente – e perciò comportamento – sono strettamente connessi. Da piccole sfumature può ricavarsi il senso dell’interlocutore che abbiamo di fronte o di chi come in questo caso ambisce a ricoprire la carica di consigliere comunale o di Sindaco.

Non sto dicendo che basta conoscere la lingua madre per governare, cosa che, di fatto, esclude l’errata convinzione che sia sufficiente aver frequentato la scuola superiore o l’università per essere qualcuno, tanto di forma quanto di sostanza. Non bisogna essere per forza laureati in lettere o economia, certo che no. Al contrario aver frequentato un corso universitario, o la scuola dell’obbligo fino alle superiori, non fornisce alcuna garanzia sull’uso di modi di pensare o sui comportamenti in grado di valicare i confini delle abitudini mentali. Ciò che dico potrebbe apparire banale e perfino inutile, come domandarsi se i cani abbaiano. Chiederselo è banale non però inutile. Non so voi ma io sono stanco. Pure perché, converrete con me, di linguaggi e comportamenti da cani, in politica, ne abbiamo avuti fin troppi.

Facebook Graziano Petrucci

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