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L’inchiesta CPL voleva la testa di D’Alema, era una partita di potere

ISCHIA. “Due bande contrapposte, una che giocava in attacco, l’altra in difesa, per una partita che non ammetteva regole. Era infatti la partita del potere. Giusto per ricordare, lo stesso gruppo di ufficiali qualche anno prima forzato un’altra inchiesta per la metanizzazione di Ischia, tirando dentro a forza la cooperativa CPL Concordia e avendo come obiettivo la testa di Massimo D’Alema”. Un concetto breve, chiaro e illuminante, che non fa altro che confermare quello che era un qualcosa di già delineato e che pure in tempi non sospetti si era marcatamente intuito. Quando scoppiò l’indagine che sconvolse e stravolse l’isola d’Ischia, c’è una verità storica: l’obiettivo era l’ex leader del Partito Democratico. E’ quanto scrive una volta di più il quotidiano La Stampa nella sua edizione di ieri, parlando senza mezzi termini di quello che era a tutti gli effetti un disegno preordinato. Le cose, come racconta la storia, non andarono come era lecito attendersi, col risultato che a finire nei guai furono tra gli altri l’allora sindaco d’Ischia, Giosi Ferrandino, il tecnico Silvano Arcamone – entrambi assolti con formula piena dal Tribunale di Napoli – e il fratello dell’attuale eurodeputato, l’avvocato Massimo Ferrandino, che il suo processo lo sta portando avanti in quel di Modena. Agnelli sacrificali, di fatto, rimaste vittime di un sistema più grande di loro. Per la serie, la sfortuna di trovarsi nel momento (storico) sbagliato al posto sbagliato.

Quella storia che si verificò già nel processo sulle presunte tangenti del metano a Ischia, rivelatesi poi ovviamente inesistenti, e quei rapporti infarciti da alcuni carabinieri, sembrano rivivere in un clamoroso dejavu in un’altra inchiesta che se vogliamo ha fatto ancor più rumore. Parliamo del caso Consip, che rischia di avere un epilogo clamoroso. Per la serie, tanto rumore per nulla, con una richiesta di archiviazione in arrivo per Tiziano Renzi, padre dell’ex segretario del Pd già presidente del Consiglio. Così come dal medesimo filone investigativo e/o processo escono anche l’imprenditore Alfredo Romeo e il suo più stretto collaboratore, Italo Bocchino.

Intanto però di fango ne è stato sparso a bizzeffe, anche se poi – come sottolineano i giornalisti del quotidiano torinese, Francesco Grignetti ed Edoardo Izzo – alla fine la nemesi sarebbe arrivata, un effetto boomerang che richiama nomi abbastanza familiari dalle nostre parti. E capaci, verosimilmente con atteggiamenti forse troppo faciloni se non addirittura premeditati, da fare in modo che anche l’inchiesta ischitana prendesse una strada che non avrebbe mai dovuto essere intrapresa. La Stampa scrive: “Resta nei guai, invece, chi a quelle chiacchiere ha dato troppo peso. Chi come un gruppo di ufficiali dei carabinieri, fin troppo desiderosi di crederci, in forza al Comando Tutela Ambiente, vedi il maggiore Giampaolo Scafarto o il colonnello Alessandro Sessa, di cui si fidavano ciecamente i pm della Procura di Napoli a cominciare da John Henry Wooscock. Sono stati loro ad avere forzato le procedure, infarcito le informative di errori, non rispettato la catena gerarchica preferendo scegliersi i capi. Di contro la cerchia che attorniava Matteo Renzi (il deputato dem Luca Lotti o Tullio Del Sette, ex comandante generale dell’Arma, o ancora il generale Manuele Saltalamacchia, ex comandante dei carabinieri della Toscana) ha temuto un attacco al potere e si sarebbe attivata per sabotare l’inchiesta: la Procura di Roma chiede di mandarli a processo per violazione del segreto d’ufficio o addirittura per favoreggiamento”. Scafarto, per la cronaca, nel frattempo, è diventato anche assessore a Castellammare di Stabia. L’Italia è un grande paese. Ricco, soprattutto, di straordinari paradossi. Ma è chiaro che anche l’epilogo della vicenda Consip dimostra come dietro ci fosse una trama o una regia chiara, che aveva scopi altrettanto evidenti. E destabilizzatori, senza se e senza ma.

Gaetano Ferrandino

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