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L’ISOLA ( NELL’ITALIA) CHE NON C’E’

Della gravità del momento che sta attraversando il nostro Paese, a Ischia, sembrano accorgersene in pochi. Non prendo nemmeno in considerazione le fazioni e le “ bande” dei social che si sono schierate pro o contro il Presidente della Repubblica, come se fosse un giochino innocente, l’ultimo passatempo mediatico. E’ la prima volta che non si è capito bene se ieri, 2 giugno, si sia celebrata la Festa della Repubblica o piuttosto la festa “alla” Repubblica. Nel tiro e molla di M5S e Lega avverso il Quirinale, fortunatamente la corda, sdrucita al massimo, non si è spezzata, ma l’Italia ne esce comunque screditata. Il mio amico Franco Iacono, che collabora a varie testate napoletane e locali, ha invece talmente accusato la difficoltà dei tempi da gettare la spugna o – se preferite – appendere la penna al chiodo e dichiararsi – con grande onestà intellettuale – ormai inadatto ad interpretare le azioni e i pensieri dell’attuale società e dell’attuale classe ( se così possiamo definirla) dirigente, effettivamente incomprensibili a chi ha adottato – fino ad oggi – solo lo strumento della Ragione. Possiamo affermare, senza tema di smentite che ciò che manca oggi alla società italiana non è tanto il “ capitale economico” ( che c’è, sia pure concentrato in poche mani e mal distribuito) bensì il “ capitale sociale”. Lo spiega benissimo proprio Carlo Cottarelli ( sotto i riflettori di questi giorni convulsi) nel suo ultimo libro “ I sette peccati capitali dell’economia italiana”. Che cos’è il “capitale sociale”? E’ la presenza diffusa di spirito civico, un sistema condiviso di regole e la propensione a rispettarle, l’abitudine a mettere in atto comportamenti non lesivi degli altri. E’ questo che manca e al suo posto c’è evasione fiscale, corruzione, burocrazia eccessiva, lentezza e inefficacia della giustizia e, soprattutto, sovvertimento di ogni ordine istituzionale, erosione di qualsiasi certezza scientifica, culturale, etica. Una cosa è la libertà individuale di giudizio e di pensiero, altro è la pretesa odierna di considerare, sullo stesso piano scientifico e dialettico il cittadino qualunque e il Presidente della Corte Costituzionale, Orietta Berti e Mario Draghi, Rocco Casalino e il Presidente Mattarella. Trionfa il criterio dell’uno vale uno, come se l’impegno, lo studio, l’esperienza, la coerenza di anni, non rappresentassero un valore aggiunto rispetto all’inesperienza, all’incoerenza, all’insufficiente istruzione. La pretesa di parlare sempre “ nel nome del popolo”, come se ne fossero unici ed autentici interpreti. Il “ voto” come parametro unico ed assoluto per determinare le gerarchie politico-istituzionali. Senza tener conto che nei tempi attuali il voto è molto più “ mobile” di una volta.

Di fronte ad un’insoddisfazione di fondo del popolo, con grande volatilità si vota ora l’uno ora l’altro, per tentativi. Si sperimenta il nuovo, tranne a ruotare fino al punto di tornare al partito di partenza. Abbiamo un rimedio? E se sì, quale ruolo può avere ciascun cittadino e quale ruolo può avere un’isola di un arcipelago del Golfo di Napoli, tuffata in piena area di crisi del Mezzogiorno? Con tutto il rispetto per alcuni amici che pensano che, comunque, si possono assumere in loco provvedimenti in grado di migliorare il livello socio economico e politico dell’isola, penso che siano “ pagliuzze”, gocce d’acqua nell’oceano di un mondo di grandi aggregati. L’isola geografica non è un’isola socio economica e politica. Facciamo parte del Meridione, quindi dell’Italia, dell’Europa e,infine, del mondo globalizzato. Io penso che i Comuni rappresentino la spina dorsale della democrazia italiana, ma che lo sono a condizione di non rendersi avulsi dal contesto regionale, nazionale ed europeo. Un piccolo esempio: alcuni cittadini, di buona volontà, si stanno adoperando nell’isola per la riduzione dell’impatto delle materie plastiche nel nostro mare, con proposte varie. Poi è stata emanata, in questi giorni, una direttiva europea che sancisce nuove regole per ridurre, entro i 2025, la dispersione in mare di prodotti di plastica monouso e attrezzi da pesca abbandonati. A queste regole ci dovremo conformare, a dimostrazione che sarebbe sterile pensare di risolvere da soli problemi che sono planetari. Allora siamo inermi? Non possiamo fare nulla? Qualcosa, come comunità locale, possiamo e dobbiamo fare. Possiamo e dobbiamo ripartire dalla scuola, dall’istruzione, dal sapere. Sono tutti pazzi per il sovranismo? Dobbiamo tifare e impegnarci per la sovranità del sapere, della conoscenza. Non basta l’abilità dialettica comunicativa; questa è – al massimo -la pellicola esterna. . Noi abbiamo bisogno di sostanza, di argomentazioni vere, di studio, di fatica intellettuale. Fino ad oggi e da alcuni decenni la politica ad Ischia non è stata in grado di far compiere passi avanti alla società civile. All’interno di quest’ultima, si alzano voci individuali di grande pregio, ma manca la collegialità, la coesione, la saldatura. Tocca alla scuola porre le basi per una rinascita, per un potenziamento scheletrico della nostra struttura civile .Con questo non diciamo che è insoddisfacente il livello scolastico isolano. Anche qui, come nel resto della società civile ischitana,ci sono eccellenze tra i Presidi, tra i professori, tra il personale tecnico amministrativo. Ma non c’è coralità e non c’è sufficiente collegamento con le restanti istituzioni pubbliche. Non c’entra la “ Buona scuola” o le varie riforme ( più o meno fallimentari, succedutesi). Due sono le cose di fondo che la scuola isolana può tentare di attuare, a prescindere dalle direttive ministeriali, pur nel rispetto delle regole e dei programmi.

Una, fondamentale: l’educazione sentimentale, una materia impalpabile che solo insegnanti sensibili, preparati, non risucchiati dal banale quotidiano, possono trasmettere. Insegnare il rapporto con l’altro, di qualsiasi genere, di qualsiasi provenienza, di qualsiasi credo, di qualsiasi capacità fisica ed intellettiva. Insegnare ciò che veramente conta nella vita e ciò che no,, la differenza tra l’essere e l’apparire, la differenza tra la pace e la guerra. Seconda cosa: far capire il significato vero di “ capacità critica”, di “ autodeterminazione” del cittadino. In tempi di regime si instillavano parole d’ordine conformiste che avevano l’obiettivo dell’uniformizzazione della cultura, si voleva la più totale “ acculturazione” dei cittadini. Oggi, purtroppo, molti insegnanti, presunti anticonformisti, insegnano l’estremo opposto ( ma ugualmente grave) e cioè che bisogna assolutamente dubitare di qualsiasi verità di organi scientifici, istituzionali, degli organi di informazione. Dire sempre il contrario di quello che ci viene trasmesso e comunicato. Il nichilismo dell’istruzione, l’annientamento di ogni certezza e l’assurdo principio che ogni fonte alternativa è superiore all’opinione corrente e consolidata. Mi dispiace usare il termine ma questa visione “ complottista”, eternamente ostile e alternativa è “ fanatismo” che non ha nulla a che vedere con l’autodeterminazione del discente. E’ piuttosto una manipolazione del docente. Bisogna rendersi conto, come ha scritto il filosofo Umberto Galimberti, che “ i professori sono gli unici possibili reali dialoganti, rimasti agli studenti, in  quell’età in cui, per fisiologici processi della psiche, la parola dei genitori è inefficace e  quella del mondo troppo disorientante”. E poi ha aggiunto “ Le riforme della scuola non servono a nulla se non si interviene sul disinteresse emotivo e intellettuale dell’insegnante, che si trasmette pari pari allo studente”. Le scuole stanno per chiudere i battenti e le scuole d’Ischia vengono da un anno di sofferenza post-terremoto. Abbiano dunque anche gravi problemi strutturali e fisici. Ma questo non deve essere un handicap, bensì un incentivo a sfoderare maggior forza morale e il massimo dell’impegni civile. Si chiudono i battenti a giugno, si aprano a settembre le porte del più grande sforzo educativo dal dopoguerra di cui siamo capaci.

Franco Borgogna

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