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Luci, forme e colori dell’isola nella Mostra “Inchiostri” di Manuel Di Chiara

Gianluca Castagna | Forio – Il racconto di un viaggio, a ritroso nel tempo e nella memoria, in 50 composizioni grafico –pittoriche sul tema del “Mediterraneo” utilizzando gli inchiostri (ecoline) come medium espressivo. I paesaggi, la luce, le architetture impregnano la carta e ci narrano forme e colori (reali e simbolici) della sua isola, Ischia, definendo geografie più ampie e mutevoli che in fondo appartengono a tutti quelli che si mettono in cammino oltre i propri confini.
Manuel Di Chiara, artista isolano in trasferta germanica da quasi un anno, torna a Forio per una personale, “Inchiostri”, da domani sera 7 settembre alla Galleria Eloart, nel vicoletto S. Gaetano a Forio.
I lavori, sviluppati su carta per acquerello, hanno tutti il medesimo formato (20x50cm): cinquanta frame per una narrazione in cui Di Chiara riconosce le mie origini ma anche tutti gli elementi che ci appartengono e con i quali il nostro spirito è in continuo dialogo. Le isole del Mediterraneo come condizioni dell’esistenza, più che luoghi iperdefiniti.
Trovarsi dentro o fuori, anche a distanze geografiche, culturali, emotive ragguardevoli, è pur sempre un modo di viverle.
«Per questa mostra ho sviluppato oltre 50 inchiostri sul formato 20x50cm» racconta l’artista.
«La formula sarà quella di presentare sempre lo stesso formato unificando quindi anche il prezzo al pubblico. Dell’importo totale, tra l’altro, il 20% netto verrà devoluto alla Help-Children Foundation, di cui la Galleria Eloart è da tempo convinta sostenitrice.»
«Il Mediterraneo, con le sue mille combinazioni cromatiche, le sue architetture morbide e bianche, i suoi vicoli stretti, le sue piante grasse e non, insomma la terra in cui sono nato e cresciuto è il filo conduttore di questa personale», precisa. «Ho lavorato a questi “pezzi” ogni sera negli ultimi due mesi, di ritorno a casa dalle mie ore di lavoro in studio. Ora vivo ad Amburgo, dove dedico tutto il mio tempo ai miei soggetti navali e architettonici. Ma ho pensato, in parallelo, di concentrarmi su un progetto più leggero nelle ore serali».

Il discorso pittorico di Manuel Di Chiara in realtà nasce in città e si alimenta di tutto ciò che è urbano. Dopo i primi lavori dedicati agli spazi di un luogo che vive, si muove e si modifica, la sua attenzione viene attratta dai complementi della città, dalla sua ritmica ed in particolar modo da ciò che ne rappresenta il lato più dinamico. L’impiego delle “ecoline” ispira invece un ritorno dello sguardo su forme e atmosfere più distese, forse anche meno incrostate di materia(li).
«Era da tempo che non utilizzavo le “ecoline” che altro non sono che inchiostri con tonalità molto lucide e vivaci, e ritrovandole in commercio qui ad Amburgo, in un espositore di “Boesner” (bellissimo negozio di attrezzatura per belle arti con oltre 2000mtq di esposizione) dopo anni di assenza sul mercato, è stata una gradita sorpresa. Ho iniziato a lavoraci ogni sera con in mente una sola cosa, la mia terra e i suoi colori. Di questa tipologia di inchiostri ho sempre amato la lucentezza, a differenza degli acquerelli, simili nell’uso. Avere una tinta già diluita sicuramente ne facilita l’uso, rispetto alla tecnica dell’acquerello, avendo come punto di partenza sempre la medesima consistenza e intensità cromatica. L’uso di diversi pennelli a punta o piattine ne caratterizza il tratto su carta. L’abilità dell’artista in questo caso è quella di saper controllare la pressione esercitata sui pennelli per differenziarne il tratto, sottile o spesso a seconda delle necessità grafiche»
Il bianco accecante delle case, la morbidezza delle architetture, la luce calda e avvolgente, i colori del cielo che si sposano con quelli del mare. Un luogo dell’anima, forse senza tempo, dove l’uomo non compare quasi mai.
«E’ così. L’uomo resta l’artefice di molti elementi raffigurati ma non compare mai. Non amo la sua presenza nei miei elaborati perché per me è quasi un elemento di disturbo. In una composizione equilibrata di architetture ,la presenza di una figura umana focalizzerebbe tutta l’attenzione dell’osservatore, vanificando ogni tentativo di equilibrio compositivo».
Una scelta che accomuna tutti i lavori di Di Chiara. Anche quelli meno recenti, dove pure l’elemento naturale ha poco spazio. Basti pensare ai porti, alle loro piazze artificiali create da pile di container in attesa di essere movimentati, alle gru in controluce (e in lento movimento), alle navi moloch in entrata e in uscita. Tutto un mondo pervaso da un senso di silenzio che avvolge e cela un lavoro febbrile che viene svolto come in una dimensione “altra”.
«La distanza spesso aiuta a sparecchiare il ricordo da qualsiasi elemento di disturbo. In Inchiostri – spiega – la mia isola viene rappresentata oggi, senza traffico, senza insegne al neon, senza persone. La vita è presente, ma non caotica. Mi piace pensare ad un’isola che non ha bisogno del disegno preliminare, tutto ciò che non serve non verrà rappresentato.»

Ma le ecoline, questo medium così importante da finire nel titolo di una personale, segnano forse un ritorno al mondo delle illustrazioni?
«E’ un campo espressivo interessante. Ha le sue leggi e di solito è “legato” al mondo dell’editoria. In passato ho avuto modo di illustrare alcuni racconti di Pia Schenk ( Der Hatschifabrikant), o di Andrea Esposito con il suo commissario “Ciro Carbone”. Le tecniche utilizzate erano tra loro ben diverse. Nel primo libro troviamo 12 tavole realizzate a pastelli con un montaggio dell’ immagine digitalizzato. Mentre nel secondo, le tavole furono realizzate a penna Bic su carta. Credo nell’importanza del legame tra tecnica scelta e storia narrata. Naturalmente non credo di eccellere in nessuna di queste tecniche, ma studiare il modo giusto per arrivare a concludere un progetto è parte del mio lavoro e cerco di farlo nel migliore dei modi.»

Manuel Di Chiara da quasi un anno vive e lavora ad Amburgo. Una scelta, affatto definitiva, dettata da una serie di motivazioni, tutte di un certo peso e determinazione. Il sistema dell’arte è fatto (anche) di interlocutori, clienti, denaro e giochi con cui bisogna fare i conti senza subirlo troppo né ignorarlo. E’ ingenuo combatterlo, come è pericoloso sedurlo. Ogni artista, prima o poi, dovrebbe riconoscere dove e come collocarsi. Un percorso comune a tanti, più o meno giovani, più o meno affermati, per raccogliere la sfida di integrarsi, di emergere e di valorizzare il proprio lavoro in un contesto forse più meritocratico, ma anche più competitivo.
«Ho scelto Amburgo perché tra le tante città nordeuropee che avevo visitato in passato era sicuramente quella che maggiormente mi aveva affascinato. Il legame della città con il suo porto, l’intervento di note firme dell’architettura contemporanea sulla sua morfologia, la qualità della vita sono soltanto alcuni dei punti forza di questa città che conta quasi due milioni di abitanti.»
Un’esperienza dura ma costruttiva. «Le difficoltà non sono mancate, perché ricomporre una struttura lavorativa funzionale, necessita di vari passaggi. Dal trovare un atelier adatto alle proprie necessità, passando per la ricerca di un appartamento (io e la mia compagna siam sopravvissuti a sei traslochi in otto mesi) sino alla messa in moto di tutti quegli ingranaggi che ti permettono di poter essere competitivo sul mercato.»
Quali sono gli artisti contemporanei che ama di più? «Non credo di avere una preferenza assoluta verso altri artisti, ma apprezzo molto alcune caratteristiche del loro lavoro. Se nomino Ron van Der Ende mi viene subito in mente la sua bravura nell’utilizzo del legno riciclato, l’incredibile ricerca cromatica che è alla base di ogni sua realizzazione, la ricerca di soggetti mai banali nelle forme e nelle inquadrature. Di Okuda San Miguel, noto graffittaro spagnolo, apprezzo molto la scelta cromatica e lo sviluppo poliedrico dei suoi soggetti. Per finire, notevole è la tecnica di Alejandro Quincoces che con semplici pennellate veloci e materiche spatolate, riesce nei suoi quadri ad rappresentare la cupa modernità di certe periferie urbane».

“Inchiostri”, alla Galleria Eloart, segna anche il “tempo” di un ritorno (Di Chiara ne è stato in passato il curatore per almeno un paio d’anni). «Al di fuori dell’arte, il Tempo è quell’unità di misura che, appunto, “misura” le mie priorità. Oggi, dopo 8 mesi passati qui in Germania dedicati al mio lavoro, credo sia tempo di ritornare ad Ischia e riabbracciare la mia famiglia e i miei amici. Nella mia visione artistica il tempo è sicuramente quello contemporaneo, congelato in un unico frame e interpretato pittoricamente tenendo conto di tutte quelle sensazioni provate nel momento dello scatto fotografico.»

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