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POLITICA

Luigi Iacono: «Vi spiego perché l’autonomia non è la secessione dei ricchi»

Ha ricoperto la carica di sindaco di Serrara Fontana, poi il lavoro l’ha portato nel Nord Italia. Ma sul regionalismo differenziato ha una visione decisamente diversa. E l’intervista è l’occasione per parlare anche di altro

Il dibattito politico di questi ultimi mesi si concentra soprattutto sullo scontro che si sta creando tra Nord e Sud del Paese intorno alla richiesta delle Regioni Veneto, Emilia Romagna e Lombardia di maggiore autonomia nell’ambito del cosiddetto regionalismo differenziato previsto dall’art. 116, comma 3, della Costituzione. Lo scontro coinvolge costituzionalisti, economisti oltrea politici e partiti. L’accusa più forte verso il Nord è quella di voler violare la Costituzione con un colpo di mano attuando la secessione dei ricchi, spaccando l’Italia e creando cittadini di serie A e cittadini di serie B. Il quadro politico vede la Lega a favore e invece i 5stelle, il PD, Forza Italia e gli altri che di fatto sono contrari. Il presidente della Campania De Luca ha minacciato di impugnare l’eventuale legge che fosse approvata dal Parlamento davanti alla Corte Costituzionale, perché sarebbe un furto con destrezza ai danni del Mezzogiorno, ma insieme rivendica maggiore autonomia e risorse per sé.

«Ci sono stati diversi episodi paradossali di cui sono stato vittima come Sindaco del Comune di Serrara Fontana, analoghi a quelli capitati ad altri, che non incoraggiano certo chi ha voglia di resistere a questo sistema per cambiarlo. Tra il caso asse e la mia decadenza, ho assistito a episodi a dir poco paradossali»
 

Su questo tema abbiamo sentito Luigi Iacono che grazie alla sua esperienza professionale e politica conosce la realtà del Sud come quella del Nord.

Allora, come vive questa contrapposizione sull’autonomia tra Sud e Nord?

«Con tutta sincerità la vivo con grande insofferenza e insieme preoccupazione. Da cittadino europeo, di origine napoletana e veneto d’adozione, sono stanco di assistere alle lamentele e rivendicazioni contro il Nord non del popolo del Sud, ma delle élite e di una classe dirigente corresponsabile del perdurante declino del Mezzogiorno dall’Unità ad oggi.L’economista Emanuele Felice nel suo libro “Perché il sud è rimasto indietro” sottolinea “il declino sempre più evidente del Paese, non solo economico ma anche istituzionale e civile” che si è verificatonegli ultimi decenni, al punto che “anche le istituzioni politiche ed economiche del Nord hanno preso ad assomigliare sempre più a quelle del Mezzogiorno. Continuando così nei prossimi decenni il divario si potrebbe forse colmare, ma al ribasso, con il Nord che si avvicina al Mezzogiorno. Per allora si sarà creato un altro divario, ancora più profondo, tra l’Italia e i Paesi avanzati”.Non c’è da stupirsi allora che le 3 regioni che sono state sino a qui la locomotiva del Paese e che devono competere con le regioni europee più dinamiche e sviluppate chiedano gli strumenti (competenze e risorse da investire sul territorio) per non perdere terreno. Il vero problema è il sistema centralista statale che ha governato sin qui l’Italia, redistribuendo lungo lo Stivale quantità enormi di risorse fiscali senza premiare la responsabilità e il merito, ma alimentando sprechi, inefficienze e clientele che hanno impoverito la maggioranza delle persone al Sud, abbandonando i giovani al loro destino, spingendo i più capaci ad emigrare».

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«Il Mezzogiorno, e mi riferisco alle tante persone perbene che subiscono un sistema di governo clientelare ed inefficiente, deve sceglierela strada del riscatto, della legalità e dell’intrapresa, fare sua la cultura della sussidiarietà e della responsabilità, perché il Sud ha tantissimi talenti, intelligenze vive e risorse strategiche da sviluppare»

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Con l’Autonomia differenziata delle Regioni si cambierebbe in meglio?

«Il regionalismo differenziato previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione attuato in linea con i principi costituzionali di responsabilità e solidarietàpuò essere un antidoto significativo al declino delle regioni locomotiva del Paese: in una trasmissione di alcuni anni fa sulla crescita economica, Piero Angela aveva portato in studio una mucca per spiegare che se non si produce latte, cioè ricchezza, non sarà più possibile alcuna redistribuzione. Del resto, non è evidente a tutti che le disuguaglianze aumentano, i servizi essenziali sono sempre peggiori nonostante oggi il Veneto o la Lombardia non abbiano l’autonomia differenziata che hanno chiesto? Come si fa al Sud a rimanere inerti, anzi a difendere l’attuale sistema di fronte alla desolazione che si vede in certi territori del Mezzogiorno? Le sfide culturali, tecnologiche ed economiche che oggi abbiamo davanti a noi mettonoanche i cittadini del Sud di fronte a due strade alternative, come ci ricorda Emanuele Felice: “La prima è quella di proseguire sullo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant’anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuano a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri paesi avanzati. È la prospettiva più probabile, anche se non obbligata. Ed è probabile anche perché alle ragioni già dette occorre aggiungerne un’altra: i cittadini meridionali hanno una libertà (e una concreta possibilità) che gli altri abitanti delle periferie del mondo non è data, almeno non nella stessa misura: la libertà di emigrare…La seconda strada è quella del riscatto. Ovvero rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; una modernizzazione che forse aiuterebbe l’Italia tutta ad uscire dalle secche in cui è finita. A chi scrive, questa strada appare più difficile, ma non impossibile”, però “Bisogna vederlo il cammino, per poterlo scegliere”. Il Mezzogiorno, e mi riferisco alle tante persone perbene che subiscono un sistema di governo clientelare ed inefficiente, deve sceglierela strada del riscatto, della legalità e dell’intrapresa, fare sua la cultura della sussidiarietà e della responsabilità, perché il Sud ha tantissimi talenti, intelligenze vive e risorse strategiche da sviluppare».

Ma cosa c’entra con questo l’autonomia?

«I Costituenti l’hanno inserita tra i principi fondamentali, all’art. 5, che recita:“La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. E nelle disposizioni transitorie e finali avevano stabilito: “La Repubblica, entro tre anni dall’entrata in vigore della Costituzione, adegua le sue leggi alle esigenze delle autonomie locali e alla competenza legislativa attribuita alle Regioni”. Si tratta di un principio dalla portata rivoluzionaria, che doveva rovesciare la piramide dello Stato centralista post-unitario e poi fascista, per costruire l’intero ordinamento democratico a partire dall’autogoverno delle comunità locali, più vicine ai bisogni e ai talenti delle persone, salendo progressivamente fino allo Stato centrale, che doveva essere a servizio dell’unità nazionale senza mortificare e soffocare le diverse realtà del Paese. Si tratta di un principio pressoché traditosino ad oggi dai vari partiti che si sono succeduti al governo: così in nome di una unità giuridica solo retorica e mai reale, ha prevalso il centralismo più sordo ed inefficiente, che ha generato irresponsabilità delle classi dirigenti locali, dunque privilegi e sprechi, nonostante il trasferimento di ingenti risorse dal Nord al Sud dell’Italia».

Davvero con una maggiore autonomia delle Regioni i cittadini avranno amministrazioni più efficienti? Se guardiamo all’esperienza della Sicilia non si direbbe.

«Certamente sì, se si concepisce l’autonomia come autogoverno responsabile e non come privilegio. Quella siciliana è invece un privilegio, che ha alimentato l’irresponsabilità della classe politica, l’assistenzialismo e gli sprechi, dunque il debito pubblico a danno anche dei cittadini del resto del Paese, né lo Stato è intervenuto ad impedirlo in modo efficace stante gli interessi dei partiti di volta in volta al governo nazionale, anzi è intervenuto a ripianare i debiti a piè di lista. Per evitare questo occorre che la maggiore autonomia legislativa ed amministrativa si accompagni all’autonomia finanziaria stabilita dall’art. 119 della Costituzione e dalla legge n. 42/2009 sul federalismo fiscale. Perché solo così si favorisce il controllo dei cittadini su chi governa, responsabilizzando gli amministratori locali sia sul fronte della raccolta delle imposte, sia sul fronte dell’efficienza della spesa di quelle risorse. Inoltre si consentono politiche pubbliche differenziate, adeguate alle diverse condizioni territoriali e preferenze dei cittadini e si favoriscono forme di competizione virtuosa fra le stesse regioni».

Cosa risponde a quelli che sostengono che si sta attuando “la secessione dei ricchi”?

«Che è falso. E offensivo per i cittadini del Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna che attraverso le tasse che pagano sostengono da decenni la solidarietà nazionale. In realtà l’art. 116, terzo comma, della Costituzione consente di ampliare la sfera di autonomia delle Regioni ordinarie che lo chiedono,per poter migliorare i servizi e le infrastrutture necessarie alla crescita e allo sviluppo in un’economia globale,assumendosene la responsabilità, avendone le risorse e presentando conti in ordine. Del resto se la sanità a Locri è poco sicura – nonostante le risorse erogate dal Fondo sanitario nazionale- non è certo colpa del Veneto, i cui centri di eccellenza consentono anzi al cittadino calabrese di scegliere di andare a curarsi altrove. Dunque per scongiurare la “secessione dei ricchi” basterebbe la buona amministrazione anche al Sud. L’Autonomia è infatti responsabilità, senza,si crea povertà.Accettiamo dunque la sfida dell’Autonomia differenziata per cambiare questo sistema che soffoca il Sud e penalizza proprio le persone che si impegnano per migliorare la situazione. La mia esperienza ne è un esempio».

Cosa intende dire?

«Ci sono stati diversi episodi paradossali di cui sono stato vittima come Sindaco del Comune di Serrara Fontana, analoghi a quelli capitati ad altri, che non incoraggiano certo chi ha voglia di resistere a questo sistema per cambiarlo. Quello che mi ha più colpito e indotto a rimanere a lavorare al Nord è questo: per aver rilasciato un’autorizzazione edilizia per un impianto tecnologico ad un’azienda alberghiera sono stato oggetto di due procedimenti, uno in sede penale per abuso d’ufficio, che si è concluso senza alcuna responsabilità a mio carico, e uno – ispirato di fatto dagli avversari politici – per far dichiarare la mia incompatibilità a continuare a fare il sindaco mentre era pendente il medesimo giudizio penale. In questo secondo giudizio, nonostantele due sentenze a mio favore del Tribunale e della Corte di Appello di Napoli, la Cassazione,in terzo grado, con una diversa interpretazione della norma,mi ha dichiarato decaduto dalla caricail 7 giugno del 2000,prima che si concludesse il processo in sede penale che ne era la causa. Quindi da sindaco eletto democraticamente e senza alcuna colpa a mio carico sono stato defenestrato in sede giudiziaria solo per l’interpretazione assurda di una norma, che poi il Parlamento nel 2002 ha dovuto correggere per evitare altre situazioni abnormi. I responsabili di questo sistema fallimentare si nutrono anche di questo, dei cavilli e non dei risultati. Ma questo non è tutto, nel 2011 sarebbe arrivata oltre al danno una ulteriore beffa».

Quale beffa?

«Dopo ben 11 anni, la Procura della Corte dei Conti nel giugno del 2011 notifica anche a me un procedimento per danno erariale,sostenendo in sostanza la mia corresponsabilità nella fallimentare vicenda di mala gestio del Consorzio Asse, solo perché ebbi a votare in consiglio comunale il 1° marzo del 2000 la delibera di adesione del Comune di Serrara Fontana al Consorzio stessoper gestire la raccolta del servizio rifiuti, essendo andata via l’azienda che aveva gestito il servizio a Serrara sino alla fine del 1999 a Serrara mentre eravamo in piena emergenza rifiuti in Campania. Col facile senno del poi la Corte dei Conti afferma che in quel momento avrei già dovuto prevedereche il Consorzio da poco costituito dai due comuni di Lacco Ameno e Casamicciola non era idoneo a gestire il servizio e sarebbe fallito. In realtà, poteva essere una scelta eccellente, che avrebbe evitato sprechi e ridotto i costi a carico dei cittadini mettendo insieme le sinergiepossibili dei tre Comuni.Infatti al Nord ci sono molti esempi di Consorzi tra Comuni che hanno generato gestioni di eccellenza, come ad es. il Consorzio Priula in provincia di Treviso».

Ma perché qui allora non ha funzionato?

«Perché anche nel caso dell’Asse ha prevalso poi la logica politica locale di costituire per lo stesso servizio pubblico più società o aziende da parte di ciascun Comune, creando aziende ‘domestiche’che rispondono più agevolmente ai desiderata degli amministratori locali anziché alle logiche di una sana gestione, generando costi e tariffe insostenibili per i cittadini e le imprese dell’isola, oltre che servizi inadeguati. Così Asse venne quasi subito caricato di spese insostenibili (visto che i Comuni non pagavano i servizi affidati) e così messo in liquidazione per poter costituire per ciascun Comune la propria società, anch’esse tuttavia dopo qualche anno in grande difficoltà. A dimostrazione che le esperienze passate nulla hanno insegnato e i vizi della politica locale rimangono sempre gli stessi».

Come è finito per lei il giudizio davanti alla Corte dei Conti?

«In modo ancora una volta paradossale: nella sentenza – arrivata dopo 19 anni dalla fine della mia esperienza di sindaco e che mi riservo di impugnare per revocazione –mi viene chiesto di pagare 5.700,00 euro, pur riconoscendo che essendo già cessato dalla carica di sindaco il 7 giugno 2000, cioè appena tre mesi dopo il voto in Consiglio Comunale,non avrei potuto far nulla per impedire le perditedal 2001 dell’azienda e l’omessa adozione di strumenti correttivi da parte degli amministratori sia dell’Asse, che dei Comuni. Stia certo che se non fossi stato dichiarato decaduto, da sindaco avrei vigilato sulla gestione di Asse e impedito che finisse così, con uno spreco di risorse alla fine sempre scaricate sui cittadini e lasciando impuniti molti dei veri responsabili. Si tratta di una vicenda che in un Paese europeo modernonon si sarebbe mai verificata: anzi sarebbe lo Stato a risarcire il sottoscritto per denegata giustizia. Questo sistema malato è invecefatto apposta per scoraggiare chi prova a cambiare le cose,mentre favorisce chi vi si adatta per approfittarne».

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