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L’utilità del carbone nel vecchio focolare domestico ischitano

Di Antonio Lubrano

 

Quando nell’immediato dopo guerra ed anche prima del secondo confitto mondiale, giungevano quasi in contemporanea intorno alle nove del mattino  nel porto d’Ischia ed al pontile di legno ad Ischia Ponte le due vecchie motobarche, la “ Scarola” e il “Salvatore Padre” provenienti, la prima dal porto di Torre Annunziata e la seconda da Pozzuoli, cariche di carbone, nei due centri, già animati dal  vociare  e dal via vai di donne e uomini, chi diretti al mercato per la spesa quotidiana e chi  al posto di lavoro, si inscenava una piccola e simpatica festa. Una festa di paese sicuramente, ma tanto improvvisata quanto ricca di buoni auspici. Due personaggi del popolo, per l’attesa circostanza, abilitati a farlo,  scendevano in piazza, per le strade principali e per i vicoli a dare il benvenuto alla “varca re caraun” giunta ad Ischia, annunciandone l’apertura della vendita al peso di un kilogrammo ed oltre, sia al Ponte che al Porto per chiunque ne avesse di bisogno. In realtà si trattava di due “banditori” con licenza di ricoprire quel ruolo. Tore ‘e Carretta a Ischia Ponte e Saturino a Porto d’Ischia, con voce tuonante e prolungata annunciavano al popolo, l’atteso “evento” che in pratica, permetteva di rifornire case, aziende, comunità di pescatori, cantieri navali, contadini che producevano il vino cotto e quanti altri ancora dipendevano per la vita, dall’uso  di quel prezioso prodotto nero che fra l’altro sporcava anche.  La festa, ignari di quanto accadeva, la facevano i bambini che seguivano divertiti i due banditori, come se ciascuno di essi fosse il flauto magico.  Il carbone a quei tempi ed anche molto prima, era un prodotto necessario  per il focolare domestico degli ischitani. Col carbone si accendeva il fuoco resistente per cucinare, per riscaldare la casa, attraverso la funzione di un apposito braciere, divenuto subito oggetto utilissimo e di arredo per ogni abitazione. Col carbone inoltre si accendevano grossi fuochi sotto altrettanti grossi pentoloni per la tintura delle reti dei pescatori, per la tradizionale “culata” che consisteva nel mettere a mollo caldo la biancheria di casa (lenzuola, federe, asciugamani, camice da notte) rigorosamente di lino pesante ricoperti in superficie da uno strato di cenere chiamata col linguaggio popolare “cernitura” . Col carbone del tipo carbon fossile, in fine lavoravano sull’isola le botteghe  dei fabbriferrai per piegare il ferro sulla fiamma rovente. I carbonai a Ischia non sono stati in molti. Due o tre per Comune per servire una popolazione nel suo fabbisogno domestico.  A Ischia  Ponte con proprie botteghe lungo il Corso hanno fatto la storia di questo mestiere negli anni ’50 Gilda  (Gildarella) Di Meglio-Cortese e un simpatico personaggio conosciuto col nome di Palluottolo con un mezzo sigaro spento abitualmente fra le labbra. A Porto d’Ischia, proprio lungo via Porto, si ricordano le bottghe-depositi di Mancinelli, il quale insieme ai colleghi degli altri comuni dell’isola, si riforniva direttamente dai barconi quando questi, oltre alla motobarca “Scarola”,  giungevano nel porto di Ischia da Torre Annunziata e da Torregaveta. Per chi non ne fosse informato, riteniamo giusto illustrare  qualche dato per capire meglio la natura stessa e la sua evoluzione del carbone che stiamo trattando in uso domestico e per qualcos’altro.  Esistono

vari tipi di carbone, classificati secondo la loro età e dunque secondo il loro contenuto di carbonio: La torba è il carbone più giovane e meno pregiato, con un alto grado di umidità. La lignite ha un maggiore contenuto di carbonio ed è l’unico tipo di carbone che si trova in Italia, nella Sardegna meridionale, ed è quello che arrivava ad Ischia con le motobarche. Il litantrace e l’antracite

 

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costituiscono il carbon fossile propriamente detto e sono i soli sfruttati su larga scala, perché più ricchi di carbonio e quindi dotati di maggiore potere calorifico in uso presso le botteghe dei nostri fabbriferrai. I giacimenti di carbone si trovano a diverse profondità e per il loro sfruttamento vengono realizzate miniere costituite da cave a cielo aperto o da pozzi molto profondi (fino a 1000

metri), dai quali si diramano gallerie che raggiungono i filoni di carbone. Il carbone che lo si ottiene dalla legna a Ischia non ha avuto mai storia, perché i nostri boschi avevano tutt’altra destinazione e protetti dagli ecologisti ed ambientalisti fino ai giorni d’oggi e per l’avvenire, presumiamo. Volendo approfondire la tecnica in uso nei luoghi lontani dall’isola,  aggiungiamo che  la prima fase del lavoro consisteva nella preparazione della legna. I carbonai, in tutt’altro ruolo diversi dai nostri semplici carbonai che il carbone a Ischia  lo vendevano ,  tagliavano gli alberi, generalmente nel periodo di luna calante, in una parte di bosco loro assegnato, rispettando alcune disposizioni di legge che prevedevano un diradamento delle piante e non un esbosco. Un documento storico della fine dell’800 così recita: “… La legna di faggio per fare carbone deve provenire dai tagli di diradamento eseguiti nelle giovani faggete e dai materiali di scarto.” Dopo la diramatura del legname, questo veniva portato ad una lunghezza di circa un metro e, dopo 10-15 giorni di essiccazione veniva trasportato nella piazza da carbone, ossia nell’area riservata al carbone.

 

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