IL COMMENTO Maturità: l’attesa è finita, le materie sono servite

Ogni anno l’annuncio delle materie della maturità arriva come uno spartiacque: prima c’è l’attesa, dopo c’è il conto alla rovescia. Quest’anno più che mai, tra sorprese e conferme, non sono mancati i mugugni. La “matematica al classico” ha spiazzato molti, quasi fosse un promemoria improvviso che nessun percorso di studi è mai davvero al riparo dalle svolte inattese. A Ischia l’annuncio è rimbalzato tra corridoi, chat di classe e tavolini dei bar. Nei pressi delle scuole, per strada, sull’autobus, si incrociano ragazzi con lo zaino in spalla e lo sguardo già proiettato a giugno. Parlano a mezza voce, fanno ipotesi, cercano rassicurazioni: dove ci metteranno all’esame? I professori esterni saranno severi? Ci verranno incontro? Domande sussurrate con un sorriso tirato, perché sotto c’è l’ansia vera, quella che accompagna ogni passaggio importante.
L’attesa delle materie ha sempre qualcosa di rituale. È il momento in cui l’esame smette di essere un’idea lontana e diventa improvvisamente concreto. I mesi che separano dalla prova finale sembrano pochi, pochissimi, eppure sono densi di giornate che pesano come macigni e di altre che scorrono veloci, tra ripassi, simulazioni e promesse di “da domani studio sul serio”. Gli scontenti non mancano mai. C’è chi avrebbe voluto un’altra disciplina, chi si sente tradito dalla sorte, chi già si vede in difficoltà. Ma forse è proprio questa la prima, vera lezione di maturità: imparare a fare i conti con ciò che non abbiamo scelto. Non è solo un esame di programmi e nozioni, è una prova di adattamento, di resistenza, di fiducia nelle proprie capacità. Negli istituti superiori dell’isola la trepidazione è stata palpabile. Docenti e studenti hanno atteso insieme l’annuncio, consapevoli che da quel momento ogni lezione avrebbe avuto un peso diverso. Non più solo spiegazioni, ma prove generali di un congedo. Perché la maturità non chiude soltanto un anno scolastico: chiude un ciclo di vita.
Dopo verrà altro. Per qualcuno un’università vicina, per altri una città lontana; per qualcuno il lavoro, per altri ancora strade che oggi nemmeno immaginano. In ogni caso sarà un salto in avanti. La maturità segna il confine sottile tra l’essere accompagnati e il dover camminare da soli. Forse è per questo che, dietro l’ansia delle tracce e dei commissari, si nasconde una nostalgia anticipata. Quelle chiacchiere davanti ai cancelli, le paure condivise, le battute per sdrammatizzare sono già memoria che si sta formando. Tra qualche anno ricorderanno questi giorni con tenerezza, persino la sorpresa della matematica al classico. L’augurio è che arrivino preparati, sì, ma non solo sui libri. Preparati a cambiare, a sbagliare, a scegliere. Perché la maturità vera non è un voto in centesimi: è la capacità di attraversare l’incertezza senza smettere di andare avanti. E quando l’ultima prova sarà consegnata, con le mani ancora tremanti e il cuore leggero, capiranno che quell’esame non era un punto d’arrivo, ma una porta. Oltre, c’è la vita adulta, con tutti i suoi “ma” e i suoi “se”. Sta a loro aprirla.





