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“Meglio farsi i… cavoli propri”: il cavolfiore tra storia, storiella e i proverbi del… cavolo

Il cavolo arriva alle prime battute di questo nostro inverno 2018, carico di gloria e di onori: presso gli antichi Greci, da Crispo e Pitagora e Ippocrate, l’odoroso (?) ortaggio era considerato una panacea per curare tutti i mali. I latini come Catone e Plinio lo veneravano: si dice che per sei secoli i Romani curassero con il cavolo ogni tipo di malattia, lo stesso Plinio guarì dalla gotta grazie ad un’alimentazione a base di questo  ortaggio. Ma esiste oggi chi usa il cavolo per esprimersi  anche in certo modo. Ad esempio:  “testa di cavolo”, “non me ne importa un cavolo”, “col cavolo!”, “pensa ai cavoli tuoi”, “non capisci un cavolo”, oppure, semplicemente, “cavolo!”, “c’entra come i cavoli a merenda”, “Sono cavoli amari”. Poi la famosa, per chi la conosce, storiella del lupo, della pecora, del cavolfiore e il barcaiolo. Ma andiamo a conoscere  meglio i personaggi di questo  storiella che ha innevosito più di uno che voleva spiegarsela. Innanzitutto, il barcarolo. Un signore agreste, uomo di campagna, rematore. Di mestiere trasporta oggetti, bestiame o umani oltre il fiume (non esistono ponti, in ‘sto paese: son tempi grami, e pochi sanno nuotare).

Gli aspiranti passeggeri, oggi, sono tre: un lupo, una pecora, un cavolfiore (probabilmente non si sono presentati alla partenza da soli: è difficile che una pecora, o un lupo, o un cavolfiore, soprattutto, si rechino, in autonomia, alla biglietteria dei traghetti o alla fermata dell’autobus, insomma qualcuno, si presume, avrà incaricato il vettore cioè il barcarolo di provvedere al loro trasporto, ma non divaghiamo) – dicevamo, i tre passeggeri sono pronti, ma sorge un problema di logistica e di logica: il battello è di ridotte dimensioni. Talmente ridotte da non permettere lo spostamento in un’unica soluzione dei viaggiatori. Il barcarolo può quindi trasferire solo uno dei tre alla volta. E sin qui non ci sarebbe nulla di male, a parte la seccatura di dover far avanti e indietro. Però: occorre anche prestare attenzione a cosa combinano i due passeggeri rimasti soli mentre il barcarolo è in acqua con il terzo. Mi spiego meglio. Infatti se il barcarolo si muovesse, al primo giro, in compagnia  del lupo, nel frattempo, a terra, vedrebbe la perdita quasi certa di uno dei suoi tre clienti, ossia il cavolfiore, di sicuro mangiato dalla pecora nell’attesa del turno. Se invece il barcarolo scegliesse di far salire a bordo, per primo, il cavolfiore, ebbene, nel contempo, sull’arenile, il lupo mangerebbe la pecora.

L’obiettivo è quindi di ideare un modo per avere i tre sani e salvi sull’altra sponda del fiume, evitando accoppiamenti pericolosi per la pecora e il cavolfiore, entrambi commestibili. Ma come? La cosa migliore sembra essere: prendere a bordo la pecora, per prima. D’accordo. Ma se al secondo turno  la si lasciasse raggiungere, alla stazione d’arrivo, dal cavolfiore o dal lupo, saremmo daccapo (qualcuno si ciberebbe del compagno di viaggio più indifeso o più gustoso profittando dell’assenza vigile del barcarolo, tornato indietro a pigliare l’ultimo avventore. Quindi come finisce?

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