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CULTURA & SOCIETA'

“Mestieri” domestici di una Ischia di altri tempi sfruttati dalla borghesia locale. Quando le nostre incallite lavandaie lavavano i “panni sporchi” dei cosiddetti “signori”

LA STORICA “CULATA” E IL LAVORO DURO DELLE “LAVANNARE ISCHITANE” Dopo il lavaggio di biancheria e panni comuni,si passava poi all’asciugatura: in estate era il sole a fare gran parte del lavoro. D’inverno si utilizzava una stufa. I panni erano poi riposti in una cesta o in un fagotto e riconsegnati ai rispettivi proprietari. Tracce e influenza dell’antico modo di lavare i vestiti si trovano oggi a corredo dei più moderni lavatoi: alcune case isolane ne sono dotate. Tutti coloro che vogliono creare, infatti, un piccolo spazio lavanderia nella propria abitazione possono comprare dei lavatoi dotati di apposito strofinatoio, destinati a quelle operazioni di lavaggio che la lavatrice non può compiere. Infatti non tutto il bucato può essere sempre lavato in lavatrice: alcuni capi (vuoi perché sono particolarmente delicati o perché troppo macchiati) vengono lavati a mano e il lavabo del bagno o della cucina non è sempre adatto per queste operazioni. In fin dei conti la nostra lavandaia insegna ancora

Le “lavandaie” moderne delle correnti lavatrici del nostro tempo tengono a mettere uno steccato divisorio tra loro ed il passato delle “ colleghe” costrette a rompersi la schiena per portare a termine un bucato decente. Non intendono confondere un’epoca priva di comodià con quella di oggi dove le dette comodita abbondano e fanno di gran lunga la differenza. In illo tempore, per ogni famiglia benestante, di buon casato o ritenuta famiglia di “signori”, c’era una lavandaia o “ lavannara”, come la si definiva nel dialetto locale. L’isola d’Ischia, in ogni tempo, pullulava di “lavannare”.

ANNO 1910 - PRATICA DI DETERSIONE DEI PANNI LAVATI A MANO A CASAMICCIOLA
ANNO 1910 – PRATICA DI DETERSIONE DEI PANNI LAVATI A MANO A CASAMICCIOLA

Per lo più venivano dalla campagna con gambe e braccia forti, a volte vedove. Il ruolo era ricoperto da una o più donne di famiglie del popolo, specie contadine, al servizio della borghesia locale. Le famiglie bene di Ischia Ponte e Porto d’Ischia erano servite da donne per lo più di Campagnano, Piano Luguori e zone vice. Lo stesso accadeva a Forio Centro, a Casamicciola, Lacco Ameno, Barano e Serrara Fontana. Era la cultura della servitù diffusa, prestata anche a compensi da fame incassati per necessità, quando ci si imbatteva in “signori” d’ epoca tirchi e senza scrupoli. C’era però anche chi riconosceva con coscienza le prestazioni ricevute e pagava adeguatamente. Le lavandaie ischitane in ogni modo erano orgogliose del loro lavoro. Spesso si guadagnavano la fiducia delle famiglie che le assumevano e restavano al loro servizio nello specifico incarico per più anni fino a quando il rapporto di lavoro non si interrompeva consensualmente. Fare la “Culata” cosi le popolane la chiamavano, non era poi tanto semplice. Lavare lenzuola, federe, coperte, camicie da notte ed altri indumenti della intimità della famiglia presso cui si era al servizio, comportava un processo di lavorazione complesso e faticoso, a cominciare dall’epoca in cui i panni venivano lavati in grossi lavatoi pubblici o in improvvisate vasche sistemate nei cortili e sulle terrazze di casa delle famiglie interessate.

DIPINTO DI CLASSICHE LAVANDAIE ISCHITANE
DIPINTO DI CLASSICHE LAVANDAIE ISCHITANE

Una lavandaia locale si metteva anche al servizio di più famiglie in tempi naturalmente alternati, per guadagnare di più. Accadeva che alcune di loro, le più intraprendenti, per l’ottimo lavoro svolto, diventavano popolari e meglio richieste. La lavandaia di famiglia di casa nostra, negli anni ’40, era una brava donna di Campagnano, si chiamava Giuseppina che andò in sposa poi al corriere Mancusi di Ischia Ponte. Giuseppina era tanto abile quanto resistente, specie davanti alla caldaia che conteneva il grosso bucato con gli strati di “cernitura” fino all’orlo del recipiente sistemato sopra i carboni ardenti. SI trattava del primo rudimentale processo di lavaggio al caldo della biancheria di famiglia che anticipava il lavaggio che avrebbe fatto dopo la moderna lavatrice. Il mezzo meccanico, ossia l’attuale lavatrice, diffusasi in modo industriale dopo la seconda guerra mondiale, ha completamente rivoluzionato la nostra vita, cancellando dal dizionario una parola che per tutti prima era familiare: la lavandaia. Perché in ogni famiglia c’era una lavandaia: un lavoro che spettava di norma alle donne, ovvero quello di prendere uno sgabello e un banco, e di lavare con un tinello di acqua i vestiti di tutta la famiglia. La nascita delle lavatrici, in realtà, è da collegare a ben prima degli anni cinquanta del secolo scorso: la sua invenzione risale alla seconda metà del Settecento, quando videro la luce i primi modelli di macchine meccaniche per lavare.

FATICOSO BUCATO A MANO DI UNA DONNA DEL VATOLIERE A BARANO
FATICOSO BUCATO A MANO DI UNA DONNA DEL VATOLIERE A BARANO

Ma è solo due secoli più tardi che queste invenzioni entrarono nel mercato domestico, complice lo slancio industriale e le conquiste che le donne avevano ottenuto in tutto il mondo. Fino ad allora esistevano le lavandaie sull’isola come in terra ferma, che si dedicavano al lavaggio o inposti predesignati (luoghi in muratura dotati di vasche dove le donne di casa si ritrovavano per adempiere a questo compito) o, in assenza di questi, lungo i torrenti, per le lavandaie del continente. Immaginatevi il duro lavoro delle lavandaie della terras ferma.L’operazione di lavaggio era il più delle volte fatta o in luoghi predisposti o sulla riva di un corso d’acqua, soprattutto nelle zone di campagna o in quelle più povere, non dotate di spazi ad hoc. I luoghi dediti ai curandai hanno piano piano lasciato spazio sempre più a quelli delle lavandaie, che si occupavano del bucato, lavando la biancheria sporca. Quello della lavandaia era un lavoro personale (ovvero coinvolgeva donne che lavavano i panni della propria famiglia) o un lavoro vero e proprio: c’erano infatti lavandaie che lavavano i panni dei propri padroni: la borghesia del tempo, infatti, non si occupava di questo lavoro di manovalanza. Sull’sola d’Ischia succedeva in parte la stessa cosa. I “signori” assoldavano le lavandaie dalla campagna sottoponendole ad un lavoro molto duro. Le stesse lavandaie avevano dopo il compito di provvedere al lavaggio dei panni della propria famiglie e stenderli dopo al sole o al vento per l’operazione di asciugamento. Il trutto si concludeva con la stiratura della biancheria lavata.

Foto Giovan Giuseppe Lubrano Fotoreporter

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Rossy

Come tutte le altre cose queste fate chiamate lavandaie non esistono più, sono solo ricordi. Ed io ne ho un ricordo di quando ero piccola. Nata in una famiglia molto numerosa ( come lo erano prima) mia madre ne aveva bisogno. Maria la lavannara. Una donna nemmeno dall’aspetto forte ma le sue braccia erano magiche. Arrivava presto la mattina e si metteva subito all’opera. Dopo aver finito si tratteneva con noi anche a pranzo. Nei miei ricordi posso dire che era una di famiglia. Ora questa figura di donna è stata sostituita da macchine fredde. Si potrebbe dire che è una fortuna, è così. Ma chi non rimpiange quei tempi? Di certo non i giovani.

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