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“Metamorfosi”, il mondo mutante di Ovidio a Villa Arbusto

Gianluca Castagna | Lacco Ameno – Al principio non c’è che il Caos, quella massa indistinta che, per iniziativa degli dei, o della Natura, fate voi, prende forma di fuoco, acqua, aria e terra. Così come le stelle affollano il cielo, gli animali cominciano a popolare il mondo. Fino a quando l’uomo, l’ultimo e il più nobile di tutti, tenta l’assalto al sacro, devasta la terra, mischia il suo sangue (e la sua ingordigia) con quella dei Giganti che muovono guerra all’Olimpo. La punizione di Giove è implacabile: la razza umana, infamia di questa terra, va distrutta. I fiumi straripano, non c’è più divario tra terra e mare.
Gli unici superstiti, Deucalione e Pirra, consumati dalla solitudine, commuovono la divinità. Le ossa della Grande Madre sono le pietre della Terra da lanciare dietro di sé: così fanno, ed ecco i sassi diventare uomini e donne.

Foto secondaria (in basso a destra)Comincia così, con questa instabilità vertiginosa e febbrile, ai confini tra Genesi e Apocalisse, sogno e veglia, finzione e realtà, la rilettura delle “Metamorfosi” di Ovidio messa in scena da Salvatore Ronga a Villa Arbusto per il cartellone estivo realizzato con il comune di Lacco Ameno, mirato alla promozione del Museo Archeologico Pithecusae e alla diffusione del suo ricco patrimonio espositivo.
Il classico di Ovidio, colossale enciclopedia del mondo antico, fluisce sul palcoscenico sotto i nostri occhi mentre gli attori, al pari dei sassi che si trasformano in uomini, diventano più morbidi e attraversano tutti gli stati della materia. Si deformano, strisciano a terra, si protendono verso l’alto come alberi secolari, ruotano le teste e ringhiano come belve rabbiose. Anche lo spazio, attraverso il contrappunto di un lenzuolo, sembra improvvisamente aprirsi in fenditura, richiudersi e capovolgersi, nascondere l’intangibile soffio di un mondo superiore (o semplicemente altro), offrire riparo alla lingua dell’amore, o a quella della furia e della pazzia.
Su fronti opposti, i figli e le figlie di Deucalione e Pirra si guardano, si cercano, si amano. Da un racconto all’altro. Così Cerere vaga “da Ponente a Levante” in cerca della figlia Proserpina rapita da un “predone”, Plutone re dell’Ade, mentre coglieva i fiori sulle rive di un lago. Una Mater dolorosa persa in abissi psichici che non smette di errare in un Mediterraneo esotico, torrido ed erotico, dove gli insolenti vengono trasformati in lucertole e la “detection”, la rivelazione, non può che lasciare l’amaro in bocca (“ritrovare è perdere con più certezza”).

Foto 1Nelle pieghe delle storie di Ovidio, messe in scena da Ronga con ironia e, insieme, drammaticità, uomini e dei rompono il velo, si affacciano sulla platea, ci tendono (chiedono?) la mano, sfidano le nostre ritrosie e ci offrono una chiave di conoscenza/sopravvivenza dentro un gioco allusivo e paradossale di trasformazioni continue.
E’ un mondo dominato totalmente dal desiderio, dall’apparenza, dall’instabilità, dall’illusione. Come quella di Orfeo che tenta di strappare Euridice, passata a miglior vita dopo fatale morso di serpe, dal regno degli Inferi. Una via ci sarebbe (gli dei, anche quelli dell’Oltretomba, sanno essere magnanimi, ma ci infilano sempre il trappolone): mai, ma proprio mai, guardare l’amata fino all’uscita dall’Averno. Il musico trasgredisce al patto e la povera Euridice viene risucchiata indietro.
Non se la passa meglio Eco, ninfa provvista di stupefacente facondia che, appunto per questa qualità, viene ingaggiata da Giove per distrarre Giunone con lunghi discorsi in modo da consentire allo stesso di cornificare la consorte con divinità e fanciulle terrene. Non solo la sventurata sarà punita da Giunone diventando capace solo di riferire le parole che altri pronunciano, ma – i guai non arrivano mai soli – si innamorerà di Narciso, bellissimo giovinetto desiderato e corteggiato da tutti ma capace solo d’innamorarsi di se stesso. Morale della fabula? La gioventù è una maschera, forse una beffa, e non sempre la bellezza favorisce l’amore. Anzi, talvolta si trasforma in impedimento: sollecitando i desideri, allontana i corpi.
L’ultima metamorfosi è ai bordi di una fonte, quando l’elegante pochette di un dandy che ha perso la bellezza, si trasforma in fiore e viceversa.

Foto 2L’impegno di Marina Ascione, Leonardo Bilardi, Daniele Boccanfuso, Milena Cassano, Domenico D’Agostino, Irene Esindi, Rosanna Nocera, Roberto Scotto Pagliara, attori che si avvicendano in più ruoli e più registri, è davvero ammirevole; così come le musiche di Antonio Monti, precise e al tempo stesso sfuggenti. Poco importa se alla fine di questo tourbillon mitologico non si ricordano tutte le vicende, i profili, le drammaturgie, gli enigmi, le allusioni o gli intrecci infiniti tra cielo e terra. Allo spettatore resta la sensazione d’essere lui stesso spurio, contaminato, mutante. Non più condannato a una vita predefinita ma più libero di vivere (nel)la realtà proprio grazie all’instabilità delle forme. Vivere, perire, agitarsi, stramazzare al suolo e tornare alla carica.
La condizione umana è incerta e sofferente, eppure vitale. Il teatro, e non solo i Miti, ce lo ricorda. Continua a guardarci, mentre noi, pubblico, ci illudiamo sempre di essere quelli che lo vanno a “guardare”.
(photo: Lucia De Luise)

 

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