Miccio e l’overbooking di Aree Marine Protette
Dopo la costituzione dell’AMP dell’isola di Capri, parla il direttore del Regno di Nettuno che plaude al risultato ma non esclude problemi gestionali: il rischio è di aree vicine che si troveranno ad adottare regolamenti non omogenei che finirebbero per avere ripercussioni sulle zone limitrofe. E spunta la proposta coordinamento…

Direttore Miccio, la prima domanda che le pongo è tanto scontata quanto inevitabile: che cosa significa aver “chiuso questo cerchio”, questo triangolo delle isole?
«Vuol dire riconoscere, una volta di più, quanto il Golfo di Napoli abbia caratteristiche davvero uniche. Credo che difficilmente esista, al mondo, un’area che concentri in uno spazio così ristretto un numero tanto elevato di realtà tutelate. Parliamo infatti di cinque aree marine protette o comunque fortemente vincolate: partendo da Ischia, passando per Punta Campanella, Capri e arrivando poi ai due parchi archeologici sommersi, quello di Baia e quello della Gaiola.
In un certo senso, forse, la soluzione ideale sarebbe stata quella di istituire un’unica grande area marina protetta, capace di ricomprendere l’intero Golfo. Questa nuova istituzione è senza dubbio una notizia positiva, ma è altrettanto vero che rischia di porre non pochi problemi sul piano della gestione».
Posso chiederle perché?
«Perché ci troviamo di fronte a tre aree marine protette molto vicine tra loro, che probabilmente adotteranno regolamenti e disciplinari non perfettamente omogenei. Anche un singolo provvedimento adottato da una di queste aree, come ad esempio la limitazione del numero delle imbarcazioni in un’area come Capri, finirà inevitabilmente per avere ripercussioni sulle aree limitrofe. È un effetto domino che va considerato con grande attenzione».
Sarebbe stato quindi auspicabile, come una sorta di “comune unico”, un’area marina unitaria. Secondo lei è un progetto sul quale, a bocce ferme, si potrà ancora ragionare oppure lo ritiene francamente utopistico?
«Credo che, allo stato attuale, si tratti di un’ipotesi piuttosto utopistica. Tuttavia, ciò che sicuramente si potrebbe fare – e che sarebbe altamente auspicabile – è creare un forte coordinamento tra le diverse aree. Un coordinamento che potrebbe essere promosso da un ente sovracomunale, come la Regione o lo stesso Ministero. Stiamo parlando di aree estremamente vicine, che insistono sulla medesima utenza e sulla stessa fruizione. Il diportista che frequenta Nerano, nel novanta per cento dei casi, si muove anche verso Ischia. È evidente, quindi, che la politica del diporto e dei trasporti marittimi debba fare capo a un livello decisionale superiore. In caso contrario, la gestione rischia di diventare estremamente complessa, anche perché i numeri in gioco sono davvero molto elevati».
Ci ha illustrato quelli che possono essere i contro. Quali sono invece, a suo avviso, i principali vantaggi dell’istituzione di questa nuova area marina protetta?
«Il primo aspetto positivo riguarda senza dubbio l’impatto in termini di immagine. Il fatto che l’area marina sia istituita a Capri comporta una straordinaria visibilità e un ritorno simbolico molto forte sul tema della tutela del mare. Il nome stesso di Capri è in grado di veicolare, a livello nazionale e internazionale, l’importanza della protezione dell’ambiente marino. Inoltre, l’istituzione di una nuova area marina protetta così rilevante consente di estendere in maniera significativa la tutela di porzioni di mare di grande pregio, rafforzando il sistema complessivo di salvaguardia del Golfo».
Le aree marine protette aumentano: cresce di pari passo anche la sensibilità dei diportisti o siamo ancora lontani da questo obiettivo?
«La realtà è piuttosto articolata. Esiste una parte del mondo del diporto che continua a percepire l’area marina protetta come un vincolo, quasi come un problema, perché l’introduzione di regole di comportamento limita quelle libertà a cui si era abituati in passato. Allo stesso tempo, però, registriamo anche molti riscontri positivi. Le attività di sensibilizzazione e di informazione – anche le più semplici, come le operazioni di pulizia del mare – incontrano spesso una risposta molto incoraggiante. Le persone comprendono che si tratta di azioni svolte nell’interesse collettivo e non a beneficio di singoli o di categorie ristrette».
In vista della stagione 2026, in che cosa vorrebbe vedere un salto di qualità, un’asticella che si alza rispetto al passato?
«Dal punto di vista dei monitoraggi ambientali, devo dire che siamo già abbastanza soddisfatti. I dati sui cetacei, sulla posidonia e, più in generale, sullo stato di salute del mare indicano una situazione complessivamente positiva, pur in presenza di alcune criticità inevitabili. L’area marina protetta svolge il suo ruolo e, sotto questo profilo, non possiamo lamentarci. Quello che mi auguro davvero, però, è che le buone pratiche sviluppate all’interno delle aree marine protette vengano finalmente recepite anche da chi gestisce la fascia costiera al di fuori di esse. Mi riferisco in particolare agli enti comunali e soprattutto alla Regione, che ha una responsabilità complessiva sulla gestione del litorale. Solo attraverso scelte più consapevoli e coordinate sarà possibile migliorare la fruizione del mare. Altrimenti continueremo, come purtroppo accade spesso, a essere prigionieri del nostro stesso turismo nautico».
Ha citato enti e istituzioni. Com’è oggi il rapporto con quelle locali e, più in generale, quanto è cresciuta la loro sensibilità? E infine: Ischia avrebbe potuto valorizzare meglio, negli anni, il brand dell’area marina protetta anche come attrattore turistico?
«Tutto, naturalmente, può essere migliorato. Le aree marine protette, un po’ come le aree geologiche, si muovono con grande lentezza. Per funzionare davvero hanno bisogno di un consenso diffuso, di un sentimento positivo condiviso dai cittadini, e questo richiede tempo. È fondamentale sapersi confrontare con le persone in modo umile, senza atteggiamenti di superiorità, perché altrimenti non si costruisce nulla. Negli ultimi tempi, devo dire, riscontro una maggiore attenzione da parte delle amministrazioni comunali e auspico che lo stesso avvenga, in maniera ancora più marcata, anche a livello regionale. In passato questo non sempre è accaduto, ma confido che con l’attuale amministrazione si possano finalmente individuare obiettivi comuni. Obiettivi che, in definitiva, puntano a una migliore protezione della fascia costiera e a un miglioramento concreto della qualità della vita per tutti».







