LE OPINIONI

MOLTO FREDDO, MOLTO SECCO CON LIME L’illusione è un sentimento

di Lisa Divina

C’è una domanda che la maggior parte della gente preferisce non farsi, perché la risposta è scomoda: quanto siamo pateticamente manipolabili? Non parlo di esperimenti da laboratorio o di astratti manuali di psicologia sociale. Parlo della vita reale, quella in cui un post scritto a dovere, una foto studiata, un video emozionale bastano a trasformare un dubbio in sentimento di certezza. La politica (e qualsiasi potere che campa di consenso) l’ha capito da decenni: la comunicazione non è un accessorio, è l’arma principale. Noi non siamo cittadini con cui ragionare. Siamo pubblico da persuadere. Un pubblico da intrattenere, commuovere, indignare e lusingare. Un pubblico che, una volta emozionato, spegne il cervello e inizia a convincersi. Le narrazioni vincono sempre perché sono costruite con cura chirurgica: si scelgono solo i fatti utili, si lucidano fino a farli brillare e si nascondono quelli che puzzano.

Si ripete il mantra fino alla nausea, si crea l’effetto “tutti lo dicono”, si confeziona l’immagine del “noi contro i soliti guastafeste”. Intanto, nei corridoi che contano davvero, si decidono i destini di interi territori senza che una telecamera sia mai accesa. I cittadini diventano comparse di un film di cui non hanno letto nemmeno la sceneggiatura. E mentre i paesi si svuotano, i servizi pubblici evaporano e gli investimenti promessi restano fantasmi sui social, la narrazione resta una perfezione irritante con sorrisi, ottimismo di plastica, hashtag motivazionali, foto di gruppetti con la cravatta giusta o la fascia abusiva…Un’estetica del “fare” che sostituisce egregiamente il vero Fare. Provate a rompere la coreografia. Ponete una domanda precisa, documentata e scomoda. Fate notare un’incongruenza evidente, un dato che non torna o una promessa dimenticata. Osservate cosa succede. Silenzio. Cancellazione. Derisione. Non perché abbiate torto. Ma perché disturbate lo show. Il dialogo che ci viene offerto è unidirezionale per definizione: loro parlano, noi applaudiamo o veniamo silenziati. Un monologo mascherato da conversazione. Ecco il punto centrale, quello che brucia: quanto del consenso che vediamo in giro è autentico e quanto è semplicemente il frutto di una macchina comunicativa oliatissima, che punta all’emozione viscerale piuttosto che alla sostanza? Perché se il racconto diventa più forte dei fatti, smettiamo di scegliere. Iniziamo solo a reagire per inerzia. Travolti da un caos che mescola effetti e pretesti fino a renderli indistinguibili. Ci chiamano “comunità”. Ci fanno sentire importanti, protagonisti, parte di un “noi” caldo e accogliente. E mentre ci crogioliamo in questa illusione di partecipazione, perdiamo progressivamente la capacità di chiederci se quel “noi” esista davvero o sia solo un set ben illuminato. Davvero ci accontentiamo del “faremo questo e quello” anche se in passato non si è fatto nulla di tangibile? Se andare avanti significa girare in tondo, consumiamo il territorio sotto i piedi. E a quel punto l’avanzamento diventa solo un sentimento d’illusione. Alla fine rimane la domanda più urticante di tutte: Stiamo davvero partecipando alla vita pubblica? O stiamo solo assistendo – pagandone pure il prezzo del biglietto – a una rappresentazione ben recitata, con attori mediocri ma ottimi registi dietro le quinte? Se la risposta vi lascia l’amaro in bocca, forse è arrivato il momento di fare esattamente ciò che la comunicazione politica teme di più: smettere di applaudire, smettere di commentare per riflesso e ricominciare a domandare, verificare, pretendere prove che siano sostenute dai fatti e non solo da mere chiacchiere. Perché il consenso non è – o non dovrebbe essere – un riflesso condizionato dall’oratore di turno. Dovrebbe essere una scelta consapevole, fredda e adulta. E fino a quando non lo sarà, continueremo a essere esattamente ciò per cui ci prendono: un pubblico succube del sentimento. Burattini. Non un popolo consapevole delle proprie scelte.

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