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Morte di Renata, dodici anni di reclusione per Raffaele Napolitano

Il 40enne serrarese è stato condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni, per il reato di maltrattamenti in famiglia aggravati dalla morte della 43enne di origine polacca

La Corte d’Assise ha emesso il suo verdetto: dodici anni di reclusione per Raffaele Napolitano. Si chiude così il processo di primo grado per la morte di Renata Czesniak, 43enne di origine polacca, avvenuta nel gennaio del 2019. Napolitano, compagno della donna, venne accusato di maltrattamenti in famiglia, aggravati dalla morte. Il drammatico episodio si verificò la sera del 12 gennaio, dopo una lunga giornata in cui i due avevano avuto diverse occasioni di attrito, aggravate dal pesante consumo di alcolici. Dopo una caduta sul pavimento, e nonostante il successivo intervento degli addetti del 118, non si riuscì ad impedire il decesso della donna. il Napolitano era accusato del reato previsto dall’articolo 572 commi 1 e 3 del codice penale, «perché – come si legge nel capo d’imputazione – nel corso della convivenza con Czesniak Renata, dopo un periodo di interruzione della convivenza, a causa di comportamenti analoghi, che comportavano l’applicazione di apposita misura cautelare degli arresti domiciliari poi, convivenza ripresa dal novembre 2018, serbava un comportamento aggressivo, offensivo, minaccioso, oltre che violento. In particolare ripetutamente: ingiuriandola proferendo frasi del tipo “zoccola, puttana fai schifo sei brutta”; manifestando la sua gelosia nei confronti di altri uomini con i quali la vittima aveva rapporti o comunque dai quali si rifugiava quando non era dal Napolitano, come tale Marco; colpendola ripetutamente con le mani, spingendola e facendola cadere in terra, lanciandole contro oggetti vari; litigando con la stessa in modo violento, fino ad urlare a squarciagola, anche sotto abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti; maltrattava la compagna Czesniak Renata, costringendola a vivere in un clima totalmente servile e a sopportare vessazioni fisiche e morali tali da renderle la vita impossibile; con l’aggravante che dal fatto è derivata la morte della vittima».

Il punto focale delle indagini, e del successivo processo, stava nel ricostruire il ruolo del Napolitano nella caduta poi risultata fatale alla donna. Il rapporto fra i due, come emerso nel dibattimento, era piuttosto burrascoso, con continui litigi, abbandoni e temporanee “tregue”.

In un anno e mezzo sono stati diversi i testimoni ascoltati, dalle forze dell’ordine alle unità di Pronto Soccorso accorse nella notte sul luogo della tragedia,m anche quello che venne individuato come il teste-chiave: un amico della coppia, Iaccarino, che era presente quella sera nell’appartamento. Eppure, sin dalle prime dichiarazioni di sommarie informazioni, le sue testimonianze hanno paradossalmente finito per rendere ancora più improbo il tentativo di chiarire gli eventi che culminarono con la morte della Czesniak. Infatti il teste venne ascoltato ben tre volte nelle ventiquattr’ore successive, fornendo sempre versioni contrastanti tra loro, cosa verificatasi anche in dibattimento durante la deposizione in aula.

Invece l’imputato negò decisamente le proprie responsabilità nella dinamica dell’episodio che ha coinvolto la donna, ribadendo che ella cadde da sola in terra, senza che nessuno la toccasse. Un episodio che a lui e agli altri presenti nell’appartamento non sembrava affatto inedito, dal momento che ella spesso in precedenza era svenuta in seguito al grande consumo di alcolici. Quella stessa sera, inoltre, la donna era già caduta in terra nei pressi dell’ingresso, quando aveva manifestato l’intenzione di recarsi a casa di un altro conoscente, per poi rientrare nell’abitazione del Napolitano. In sostanza, visti i precedenti, si sarebbe trattato di una sottovalutazione della reale entità del malore della donna, che poi, come spiegò l’imputato, era stata trasportata sul letto per provare a rianimarla, ma ormai era troppo tardi. Nel dibattimento era emerso che il decesso della donna sarebbe avvenuto per un arresto respiratorio. Ella aveva ben 3,8 g/l di alcol nel sangue: secondo la difesa, una volta superato il limite dei 3,5 diventa altissimo il rischio di collasso, e quel limite era stato già ampiamente superato.

Tuttavia il pubblico ministero, nella sua requisitoria continuò a contestare l’aggravante, arrivando infine a chiedere una condanna a ben 13 anni di reclusione. Per l’accusa, oltre a tenere presente l’elemento della recidiva, l’imputato non avrebbe potuto godere delle attenuanti generiche. Il pubblico ministero si concentrò sui presunti maltrattamenti come elementi causali diretti dell’evento-morte, piuttosto che sull’elemento alcolico, il quale secondo la difesa sarebbe invece ciò che ha scatenato la successione di eventi culminati nel decesso, avvenuto a seguito dell’ennesima caduta al suolo provocata dall’elevato consumo di alcol, anche avuto riguardo al fatto che nei documenti d’indagine si parla di spinta e non di “reiterati colpi”, come invece affermava l’accusa.

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Da parte sua la difesa, rappresentata dagli avvocati Francesco Pero e Daniele Trofa, ha sempre contestato l’applicazione dell’aggravante, in quanto non sussisteva la convivenza “more uxorio”, elemento necessario per contestare il reato di maltrattamenti in famiglia. Elemento assente, secondo la difesa, nel rapporto tra Renata e Raffaele, con la prima che spesso sarebbe stata ospite presso altri conoscenti, abbandonando di frequente l’abitazione serrarese. L’unico interesse che legava i due sarebbe stato dunque essenzialmente di tipo materiale, costituite dal bisogno di soddisfare esigenze elementari come il consumare i pasti in comune, in sostanza entrambi a spese della madre dell’imputato, visto che i due non lavoravano. Quindi nessun “progetto di vita in comune” vi era tra i due, né tantomeno l’idea di avere un figlio. Il collegio difensivo aveva contestato anche il parere del consulente della Procura, caduto in contraddizione circa i valori della tabella indicante gli effetti dell’alcol sulla salute umana, ma anche riguardo la lesione ossea riscontrata sulla salma: due furono le squadre di soccorso che agirono nel tentativo di far riprendere i sensi alla donna. La 43enne presentava una frattura, che tuttavia, era stata plausibilmente provocata dai ripetuti massaggi quando gli addetti tentarono di rianimarla. L’accusa invece riconduceva tale trauma a un colpo violento recato dall’imputato alla donna.

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Un processo dunque di difficile interpretazione, ma ieri il collegio della Corte d’Assise presieduto dal giudice Provitera, dopo una breve camera di consiglio, ha deciso per la colpevolezza dell’imputato, il quale oltre ai dodici anni di reclusione si è visto infliggere anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, il pagamento delle spese processuali e il risarcimento dei danni alla parte civile, da liquidare in separata sede. C’è sorpresa e amarezza nei legali di fiducia di Napolitano, attualmente agli arresti domiciliari, per il pesante verdetto. Entro novanta giorni dovrebbero essere depositate le motivazioni della decisione: dalla loro valutazione si deciderà la strategia per il ricorso in appello.

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