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Museo del Contadino di Casa D’Ambra: l’Ischia di come eravamo

di Malinda Sassu

Se avete in programma una gita fuori porta e vi state chiedendo cosa ci sia da scoprire sull’Isola che non abbiate già visto, il Museo del Contadino di Casa D’Ambra a Panza è una di quelle tappe che dovreste inserire nella lista di cose da fare perché, fidatevi, merita una visita. È un museo piccolo, ma pieno di armonia e di piacevoli sensazioni che ognuno può scoprire o riscoprire nel proprio vissuto quotidiano e nasce dalla voglia di ricordare ciò che da sempre ha caratterizzato Ischia e la sua economia, la produzione di vino. Il lavoro nelle vigne racchiudeva in sé non solo l’idea del sostentamento comune in tutta l’Isola (si producevano ben 250.000 ettolitri di vino) ma anche vecchie tradizioni e conoscenze trasmesse oralmente di padre in figlio. Un tempo non così lontano in cui la terra era profondamente venerata e rispettata, quando gli oggetti di lavoro erano realizzati esclusivamente a mano e ognuno poteva raccontare una propria storia attraverso la produzione del proprio vigneto. L’Ischia di come eravamo, insomma. Il Museo del Contadino è un percorso che parte da lontano quando il capostipite Francesco D’Ambra, l’abile Don Ciccio, muoveva i suoi primi passi nel commercio del vino, in una Napoli di fine secolo. Dal suo lavoro inizia la storia della famiglia D’Ambra che la porterà ad essere all’apice di un successo che dura ancora adesso. E la storia di Casa D’Ambra è la storia dell’Isola stessa.

Un itinerario che parte da una fotografia appesa alla parete del Museo, grazie alla quale ci si immerge in un mondo antico: quando da Sant’Angelo e da Ischia Porto, il vino raggiungeva i porti siciliani e istriani, su navi cariche di botti e botticelle. Le vinacciere, le grandi navi bianche dalle vele colorate approdavano a Napoli, dove il vino ischitano era noto e consumato sin dall’antichità e navigava nei carrati di castagno locale o proveniente dall’Irpinia. Ben presto, grazie al fine intuito commerciale di Don Ciccio D’Ambra, il vino dell’Isola raggiunse addirittura il nord a lambire le tavole liguri e istriane, così come a Sud, spingendosi sino in Sicilia, dove veniva utilizzato per tagliare il vino locale di gradazione maggiore. Dalla vite all’uva e dall’uva al vino, tutto ciò che ruota intorno ad esso è fedelmente riportato nelle sale del Museo, con il suo percorso enologico-etnografico, un viaggio semplice ma significativo nel mondo delle tradizioni, raccontato dai rudimentali attrezzi da lavoro che fanno ormai parte della nostra storia. Fino al secolo scorso, infatti, lungo le strade di Ischia era tutto un trotterellare di muli e di asini che trasportavano l’uva raccolta col “tavuto” o meglio ‘u taut, la parola derivata dall’arabo tabut (arca), che altro non è che la bara, la cassa. Nel nostro caso erano dei contenitori di legno per l’uva tagliata (e quindi morta) da trasportare sulla schiena dei somarelli nei sentieri più scoscesi dell’Isola. Uve che andavano spremute prima con i piedi e poi macerate nei famosi palmenti, collegati tra loro da una pietra detta ‘u rocer, al cui interno veniva posta dell’erba aromatica per aromatizzare il vino. Prima dell’avvento del torchio, si utilizzava la pietratorcia e un complesso sistema di funi e leve, per la pigiatura soffice delle uve. Compiuta la sua fermentazione nei barili, il vino usciva veniva trasportato cautamente su carretti dalle ruote molto alte, per poter attutire i colpi delle profonde buche sulle strade non ancora asfaltate. Tra i barili si distingueva ‘a varrecchia, una sorta di ringraziamento al carrettiere per il lavoro svolto. E guai a non darglielo! Come racconta un vecchio aneddoto, infatti, sembra che a Panza uno di questi, non avendo avuto in regalo la sua varrecchia, iniziò a stappare tutto il vino contenuto nei barili che trasportava, gettando nello sgomento il venditore che non poté così vendere il suo prezioso nettare.

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Storie di vita che nascono in vigna tra le parracine di tufo verde, storie di “angeli matti” tanto cari a Luigi Veronelli. Uomini prima che contadini, che si immolano nelle vendemmie manuali ad altezze da brivido, oggi come allora, ai quali la fama del vino ischitano deve tutto. La presenza di questo piccolo museo- gioiello, situato di fianco agli uffici dell’Azienda è un modo per celebrare le loro fatiche e il loro lavoro, la loro memoria e un passato che l’Isola sembra non riconoscere più. In nome di uno sfrenato abuso edilizio, infatti, gli ettari vitati sono scesi a 300 di cui “solo” 120 a produzione DOC, pochissimi se paragonati ai quasi 3000 degli anni ’70, complici l’abbandono delle campagne e le malattie delle viti. Il grido d’allarme è stato lanciato più volte e si spera che venga raccolto al più presto dai politici locali e regionali, intanto, per chi ama il vino e la storia dell’Isola, val la pena non perdersi questo superbo esempio di enoturismo che fa bene al cuore di tutti, non solo a quello dei turisti. Gli oggetti e gli strumenti esposti nelle sale interne al Museo ci conducono alla scoperta dell’anima rurale del territorio, per valorizzare e rendere disponibile anche ai non addetti ai lavori il grande capitale culturale e sociale accumulato dalla viticoltura in questi secoli, dagli Eubei che arrivarono su queste coste ai giorni nostri. Andiamo a Panza a fermare il tempo e fotografiamo con gli occhi e con l’anima il territorio e lo sviluppo della viticoltura nel passaggio tra i due secoli. Non dimentichiamo la nostra storia. Lo dobbiamo a questa terra e ai suoi protagonisti ma soprattutto lo dobbiamo a noi stessi.

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