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CULTURA & SOCIETA'

Nel 1956 il naufragio dell’Andrea Doria e l’invasione URSS in Ungheria

Il Card Primate Joseph Mindszenty, Venerabile, sino al ’71 nell’ambasciata Usa

Anno 1956, a metà luglio avevo nove anni ed eravamo tornati col “Conte Grande” dall’Argentina con la morte di Evita (1952) e la successiva estromissione del vedovo marito Juan Domingo Peròn da un golpe militare. Ospiti presso il casolare dei buoni nonni materni in via Piano 14, ove ero nato il 6 febbraio 1947 (all’anagrafe residente in via Giorgio Corafà 16, ex “Casa Antica”, oggi hotel St. Raphael a Testaccio nel comune di Barano d’Ischia). Anno 1956 con poche radio e televisioni: tuttavia dalle poche esistenti le notizie straordinarie, soprattutto se brutte e drammatiche, passavano di bocca in bocca ed il passaparola sorprendeva il caldo fluire estivo nel giorno della tradizionale Festa di Sant’Anna e poi autunnale di quell’anno speciale.

Sul muretto della stradina pedonale il mio nonno Andrea Di Scala, seduto con Amici meravigliati e addolorati, parlava in quel pomeriggio del 26 luglio dell’affondamento del moderno transatlantico italiano “Andrea Doria” speronato nella nebbia nei pressi della costa statunitense, dove si dirigeva a New York, da una nave svedese, la “Stockholm” tuttora in servizio. Un disastro incredibile ! Il mio nonno Andrea, mutilato di guerra a vita per le gravi ferite riportate in prima linea nella Prima Guerra Mondiale sul Monte Sei Busi (Isonzo) mi ricordava con patrio orgoglio le glorie passate, come il primato marittimo del “Rex”; il campione mondiale pesi massimi di boxe Primo Carnera, deceduto nel 1967; i mondiali di calcio vinti dall’Italia nel 1934 e 1938; la triste tragedia di Superga ‘49 con la perdita di tutta la grande squadra di calcio del Torino; e il 26 maggio del 1955 del campione mondiale automobilista Alberto Ascari morto a Monza nelle prove Ferrari; ovviamente i suoi grandi ricordi di eroico combattente nella guerra 1915/18 vinta contro l’Austria. Il naufragio dell’Andrea Doria sembrò una inattesa sconfitta e si ammirava l’incolpevole Comandante genovese Piero Calamai che voleva “morire” con la nave! Ancora in autunno (ero stato ammesso in terza Elementare, poi in quarta (cara Maestra Agnese Napoleone) e d’estate il Parroco dello Schiappone (poi di Testaccio) Don Luigi Di Iorio, cugino di mio padre, mi preparò la “quinta” nell’estate ’58, presentandomi a settembre all’allora “esame d’ammissione” per la Scuola Media, che superai a pieni voti e con i rallegramenti della grande Preside Anna Baldino), il 4 novembre dell’anno 1956, l’Urss con Mosca poneva fine al sogno degli studenti e del popolo ungherese invadendo con l’Armata Rossa e 4mila carri armati Budapest e l’intera nazione magiara (plauditi dall’on. Giorgio Napolitano, poi divenuto Presidente della Repubblica italiana !…).

Nella feroce repressione morirono più di 3mila ungheresi e il primo ministro Imre Nagy, simbolo della rivolta contro la dittatura filosovietica di Matyas Ràkosi, venne giustiziato. Il grande Cardinale Primate d’Ungheria Joseph Mindszenty, Venerabile della Chiesa e “Martire del XX secolo” (San Padre Pio, in bilocazione, gli aveva portato conforto nel 1948, quando era in carcere comunista!), dovette rifugiarsi nell’ambasciata statunitense della capitale Budapest e vi restò fino al 1971, non potendo partecipare nemmeno ai conclavi del 1958 (eletto Papa San Giovanni XXIII) e nel 1963 (eletto Papa San Paolo VI). Il nonno Andrea, con l’inseparabile pipa fumante, mi ricordava lo slogan del Duce: “O Roma o Mosca”, cioè Roma baluardo cristiano d’Europa o Mosca dittatura ideologica dell’ateismo marxista. (continua)

*Pasquale Baldino – Responsabile diocesano Cenacoli Mariani-MSM; docente Liceo; poeta; emerito ANC-Ass Naz Carabinieri (e-mail: prof.pasqualebaldino@libero.it)

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