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NEL MUSEO DEL BORGO CUSTODITA LA MEMORIA STORICA DEI NOSTRI “EROI” DEL MARE

DI ANTONIO LUBRANO

Foto di Giovan Giuseppe Lubrano

Questa mattina nell’importante struttura del Museo del Mare ad Ischia Ponte, da poco rilanciato e tornato più sicuro ed organizzato nel contesto sociale e culturale dell’antico Borgo, il suo presidente Luciano Di Meglio e i propri collaboratore, alla presenza del resto dei nuovi dirigenti ed amici del Museo, procederanno all’inaugurazione di una sala particolare dedicata al ricordo ed alla tragedia in mare della famiglia Curci della Mandra, naufragata col proprio gozzo  e gli attrezzi da pesca al largo dell’isola di Ischia in due date diverse. Nel  1934 Il mare in tempesta implacabile ebbe  ragione delle vite del capo famiglia Michele Curci e dei figli Vincenzo, Salvatore e Mario. Insieme a loro anche  un pescatore della Mandra, Gaetano Esposito perì nel naufragio. 34 anni dopo, ossia nel 1978 in analoghe circostanze, persero la vita in mare  anche altri due figli di Michele, i giovani Luigi e Francesco. Quella tragedia del mare ai  danni della famiglia Curci si consumò nel tratto di mare tra il Castello e S.Angelo denominato “For a Secca”  dove abitualmente si recavano con il loro gozzo facendo spesso buona pesca. Questa storia, insieme a quella dei fratelli Lauro di ‘Ngelotto, della sua famiglia  sfortunata in più di una occasione la raccontava il fratello di Michele Curci, l’indimenticabile Notariello, il dott. Giovan Giuseppe Curci  scomparso qualche anno fa.  Il Notariello nel suo racconto metteva in risalto la fede che i mandraioli compresa la sua famiglia nutrivano per S. Antonio loro storico protettore. Tutti i pescatori della Mandra sempre,  prima di uscire in mare si raccomandavano a sant’Antonio per la salute e per una buona pesca. I pescatori del Borgo di Celsa invece si raccomandavano  a San Giovan Giuseppe della Croce . In quella mattina tragica dell’ottobre del ’34 mentre il padre Michele con i fratelli Curci lottavano invano con le onde ed il vento impetuoso per scampare alla morte, sulla marina della Mandra dove il tempo minaccioso seminava il panico, Liberina moglie e madre in seno alla famiglia Curci, preavvertendo  la fine dei propri cari, insieme ai mandraioli, si recò al convento vicino, fece aprire la chiesa per la celebrazione di una messa votiva e chiese ai padri conventuali di suonare le campane in segno di richiamo e  grido di fede affichè avvenisse il miracolo.  Di un altro episodio tragico del mare  fu vittima un pronipote del noto pescatore di polipi e pesca col tridente Lorenzo Mellusi detto Rienzo, tale Giacomo Mellusi imparentato con le famiglie Migliaccio  e De Luca del Borgo di Celsa dei primi anni del ‘900. Il compianto Capitano Michelangelo Patalano raccontava la storia del Mellusi  appresa a sua volta dai suoi genitori. Secondo il  racconto del Capitano Michelangelo Patalano, nel settembre del 1905 Giacomo Mellusi fu sorpreso al largo del Castello d’Ischia da una forte ed improvvisa  “burriana”. Dalla stretta marina sottostante il vecchio caseggiato che gravitava a mare fino alla Corteglia, le famiglie Mellusi, Migliaccio e De  Luca insieme agli altri abitanto del Borgo seguivano sgomenti e impotenti come il pescatore Giacomo Mellusi lottava col suo gozzo contro onde che lo facevan scomparie e e poi riemergere da un mare sempre più indomabile. Ad un certo punto si udi incessante il suono delle campane della Chiesa Cattedrale e della Chiesa dello Spirito Santo ad interrompere il tragico silenzio della gente di Ischia Ponteche vedeva, senza poter intervenie, come un  loro compagno di pesca e di vita stava dando l’anima a Dio nel mezzo di una bufera che non accennava a placarsi.  Di incanto apparve in corsa dalla profondità di via Giovanni da Procida  detta Vico di Lucione,  un gruppetto di giovani del Borgo portando a spalle   l’inconfondibile e venerata statua di San Giovan Giuseppe della Croce prelevata dalla sua nicchia nella chiesa vicina. I giovani del Borgo con il Santo raggiunsero la riva della marina ed adagiarono la statua su una della barche tirate a secco e rivolta verso il mare, verso il punto dove il pescatore Giacomo Mellusi pronipote del vecchio Rienzo, stava perdendo la vita. Quando tutto sembrava tragicamente concluso, ecco che  il vento smise di soffiare, il mare d’incanto gradualmente si calmò e Giacomo sia pur stremato nel fisico, col suo gozzo  riapparve salvato e felice di tornare a riva, dove accolto da abbracci e grida di gioia dei suoi famigliare ed amici, partecipò in  prima fila ad una improvvisata processione per riportare la statua di San Giovan Giuseppe della Croce nella sua Chiesa dello Spirito Santo per i solenni ringraziamenti. Fra  i tanti episodi del mare che si richiamano ai miracoli di Santa Restituta legati e non agli ex voto conservati nella chiesa, va ricordato un altro abbastanza interessante e significativo, accaduto nell’autunno del 1887 al largo di Lacco Ameno che riguardò  due bastimenti di Gaeta. Il primo di proprietà di un certo Francesco Farese che trasportava carbone, e l’atro di cui non si sa a chi appartenesse, era carico  di legna.  Erano le dieci del mattino –  come ricorda   don Pasquale Polito poi riproposto da don Pietro Monti nel suo libro “Gli ex voto di S. Restituta” del 1984  – le barche, così riassumo io, trascinate dal vento impetuoso, trabalzavano paurosamente sulla cresta delle onde. Il popolo di Lacco si era riversato lungo il lido con il cuore stretto dalla più viva pietà per la sorte dei naufraganti. I più anziani che ricordavano un prodigio di 44 anni prima, pensarono di portare in processione e con pari fede,  la statua di S. Restituta sul litorale.  Corsero in chiesa, ma il sacerdote don Tobia Pascale li frenò. Per fare uscire la Santa per un frangente così particolare, bisognava che venisse informato il Vescovo. Don Tobia non voleva prendersi da solo questa responsabilità. Tentò tutti i mezzi per capacitare la folla. Pregò, supplicò, ma alla fine, davanti al popolo ormai furibond, lasciò la chiesa e si rifugiò presso un suo poderetto a Mezzavia. Il popolo senza esitare, si caricò sulle spalle la statuta di Santa Restituta e la portò in processione sulla vicina spiaggia. Momenti di fede sublime. Il popolo mosso a pietà per l’equipaggio dei due bastimenti che stavano naufragando nella tempesta davanti a Lacco Ameno, con i propri cuori palpitanti pregarono la  Santa affinchè si compisse il miracolo con la seguente invocazione: “Santa Restituta, aiutali Tu”.  Anche i naufraganti volsero le mani al cielo in segno di preghiera. La tempesta cessò come per incanto. Al ritorno in chiesa, trovarono don Tobia Pascale commosso in preghiera davanti all’altare. Il sacerdote con tutto il popolo presente, intonò l’inno di ringraziamento a Santa Restituta , patrona dell’isola d’Ischia e protettrice del mare.

                                                                                                                              antoniolubrano1941@gmail.com

 

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