LE OPINIONI

Il commento Nino Di Costanzo, il fuoco gentile della cucina italiana

di Antonio Iacono

Ci sono chef che cucinano. E poi ci sono chef che raccontano un mondo. Nino Di Costanzo appartiene senza esitazione a questa seconda categoria: quella dei rari, dei riconoscibili, di quelli che non inseguono la moda ma la sostanza.

La critica gastronomica, in Italia e non solo, lo ha spesso descritto come un “regista della cucina napoletana”, capace di trasformare la tradizione in linguaggio contemporaneo senza mai tradirla. Non uno chef da spettacolo, ma un interprete rigoroso del territorio, uno che costruisce ogni piatto come fosse una scena teatrale in cui nulla è lasciato al caso, ma tutto resta profondamente umano e comprensibile.

C’è chi ha scritto che da Daní Maison “i sapori restano più della scenografia”, e che anche se tutto intorno è estetica, giardino, arte, teatro, alla fine ciò che resta è la forza brutale della verità del gusto. Ed è proprio qui che si misura la sua grandezza: nella capacità di emozionare senza urlare.

Di Costanzo non si è mai fatto trascinare dal mito dello chef-star. Lo ha detto chiaramente più volte: la cucina non è spettacolo, è identità, memoria, territorio. Una posizione controcorrente in un’epoca in cui spesso la cucina si consuma più sugli schermi che nei piatti. Eppure, proprio questa coerenza gli ha costruito attorno un rispetto raro, quasi silenzioso, ma solidissimo.

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Chi ha vissuto un’esperienza nei suoi ristoranti parla di un percorso più che di una cena, di un viaggio emotivo in cui la Campania non è un tema, ma una lingua. La sua è una cucina che non ha bisogno di spiegarsi troppo: si riconosce, si sente, resta.

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La critica lo ha definito “un artista della materia prima”, uno che riesce a trasformare un ricordo domestico, una pasta e patate, un ragù, una memoria di famiglia, in qualcosa che appartiene all’alta cucina senza perdere autenticità. Ed è forse questo il suo vero segno distintivo: non elevare la cucina popolare, ma farla semplicemente diventare eterna.

In un mondo gastronomico sempre più affamato di effetti, Di Costanzo resta fedele a un’idea quasi antica e rivoluzionaria insieme: che la grande cucina non debba convincere, ma emozionare. E che la vera firma di uno chef non sia il piatto più complesso, ma quello che non si dimentica.

Per questo Nino Di Costanzo non è soltanto uno dei grandi chef italiani. È uno di quelli che, quando ti alzi da tavola, ti lascia addosso una sensazione precisa: che la cucina, quando è vera, non è mai solo cibo. È memoria che prende forma. È identità che si mangia. È emozione che resta.

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