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I NO CHE AIUTANO A CRESCERE

Un aspetto importante dei limiti è che aiutano a sviluppare le proprie risorse. Se qualcun altro fa tutto il lavoro soddisfa ogni vostro capriccio, voi diventate più deboli e sempre più incapaci di sopportare la frustrazione.Il genitore che, con le migliori intenzioni, cerca di risparmiare al figlio qualsiasi sofferenza, potrebbe privarlo delle opportunità di sviluppare degli strumenti per far fronte alle difficoltà. Ovviamente bisogna valutare cosa è tollerabile per un bambino e distinguere il bisogno dal capriccio. Ogni limite fissato rappresenta anche un’occasione di crescita. L’essere costretta a mangiare, quando avrebbe preferito giocare, offre ad Amita l’opportunità di risolvere un conflitto. Se riesce, è un primo passo verso la fiducia nella propria capacità di superare le difficoltà. La fermezza con cui la mamma fa rispettare alla bimba il ritmo che regola le diverse attività la aiuta a capire che le cose hanno una struttura, che gli eventi hanno un inizio, uno svolgimento e una fine.Questo le servirà per superare i momenti difficili.
I genitori a volte devono semplicemente imparare a stare con il bambino anche quando è di cattivo umore, ad accettare i suoi lamenti e a offrirgli la loro simpatia:“Sì, lo so che ti senti infelice, capita a tutti di sentirsi così, è tutto a posto, passerà presto, vedrai. Gestendo il malumore del bambino, non solo la madre lo aiuta a superare quel momento particolare, ma gli fornisce un modello per affrontare le difficoltà. Tollerando il suo disagio, gli comunica che è un sentimento accettabile e sopportabile, che entrambi si sentiranno un po’ giù ma che, alla fine, andrà tutto a posto; rafforza l’idea che un malessere non è la fine del mondo, ma una normale sofferenza che può essere superata. Questo aiuta il bambino a costruirsi un’immagine sicura di sé stesso e del mondo.Imparare a superare i problemi è di enorme aiuto per acquisire capacità di recupero e fiducia negli altri. Negli anni della scuola primaria i bambini oscillano dall’autonomia alla dipendenza, da un atteggiamento ragionevole alle crisi di collera, dalla fiducia in sé a un grande senso di insicurezza. Non è facile trovare l’equilibrio fra le necessità di appoggiarli nella loro ricerca di indipendenza e l’esigenza di non dimenticare quanto hanno bisogno di noi, senza però dar loro l’impressione di essere trattati da bambini piccoli. È importante quando e come diciamo il nostro “no”.Possiamo far sentire il bambino sminuito e umiliato, oppure protetto e al sicuro. La mia tesi, in questo libro, è che i “no” aiutano a costruire e non a distruggere; e, ma a questo scopo è importante riflettere sulla prospettiva del bambino, considerare l’impatto di un “no” sulla sua fiducia in sé stesso, che è in una delicata fase di sviluppo.

Ho parlato dei limiti che fanno sentire più sicuri i bambini, che costringono a una sorta di stretching i loro muscoli emotivi. Ma c’è un fondamentale problema di equilibrio e di motivazione. Se il “no” viene detto per rappresaglia o per amor di quiete è probabile che manchi il suo obiettivo. Non raggiungerà lo scopo nemmeno se legato più alle nostre preoccupazioni che alla situazione del bambino. Se pensate di agire per il bene di vostro figlio, sarete più convinte e questo verrà trasmesso anche a lui. Oggi c’è una generazione di vecchi teenager e di giovani sui vent’anni che fanno ancora molto affidamento sui genitori. In parte questo è dovuto all’elevato tasso di disoccupazione e alla difficoltà di trovare casa. Ma penso che dipenda anche dall’incapacità dei genitori di dire no alla dipendenza protratta dei figli. Occupandosi di loro possono privarli dell’esperienza di dover lottare e di doversela cavare da soli.

È questa la grande sfida che devono affrontare i genitori: coltivare nei figli la passione e il coinvolgimento nel mondo e al tempo stesso insegnar loro ad adattarsi alle regole della società. La capacità di dire no diventa particolarmente importante dopo i due anni. Il bambino ormai si sa muovere da solo e può andare incontro a molti pericoli; fa la sua comparsa la disciplina. Nella vita quotidiana di una famiglia in cui c’è un bambino di questa età, il “no” è probabilmente la parola più usata! Dire no, nelle sue varie forme, significa essenzialmente stabilire una distanza fra un desiderio e la sua soddisfazione. Certi aspetti dell’educazione dei bambini, come per esempio la separazione, lo svezzamento, il problema di come affrontare il pianto, portano in primo piano la questione dei limiti. Moltissimi di noi non trovano facile dire o sentirsi dire no. Siamo condizionati da molti fattori, che possono essere in relazione con la nostra storia, con la nostra situazione attuale e con l’immagine che abbiamo di noi stessi. La risultanza a definire dei limiti può ostacolare lo sviluppo delle capacità del bambino. Ho cercato di dimostrare che a volte dire no è molto utile, in quanto apre un intervallo, uno spazio in cui possono verificarsi altri eventi. Da questo punto di vista non è tanto una restrizione, quanto un’occasione per il dispiegarsi della creatività.
Trudy Klauber, una psicoterapeuta infantile specializzata nel lavoro con i bambini autistici e le loro famiglie, scrive: “Molti genitori riescono a fissare con più fermezza dei confini e dei limiti ben definiti se capiscono che è importante per lo sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino. Li si può aiutare a normalizzare l’anormale e ad avere speranze e aspettative per il figlio.
 

Asha Phillips, psicoterapeuta infantile, ha lavorato nel dipartimento pediatrico e nelle consulenze di carattere psicologico della prestigiosa Tavistock Clinic di Londra. Attualmente fa il consulente privato. Il suo bestseller no che aiutano a crescere, pubblicato da Feltrinelli nel 1999 e giunto alla quarantaquattresima edizione nel 2008, è stato riproposto in un’edizione ampliata nel 2013.

don  vincenzo avallone

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