CULTURA & SOCIETA'

“Non sono mai sceso da una nave”, Procida e il libro di Nicola Silenti

Dal porto di Marina Grande alle rotte internazionali delle grandi compagnie di navigazione, il libro di Nicola Silenti racconta una vita trascorsa sul mare tra sacrifici, viaggi e nostalgia. Un percorso umano che attraversa oceani, incontri e ricordi di una generazione di marittimi italiani

Le sere a Marina Grande avevano sempre lo stesso ritmo lento. La piazza del porto di Procida si riempiva di voci, di sedie trascinate fuori dai bar, di gruppi di ragazzi che si ritrovavano ogni giorno nello stesso luogo, quasi a voler trattenere il tempo prima della partenza verso il mondo adulto. Il mare era lì, davanti a tutti, immobile solo in apparenza, presenza costante capace di accompagnare ogni discorso e ogni silenzio. Da quell’atmosfera prende forma “Non sono mai sceso da una nave”, il libro di Nicola Silenti dedicato alla propria esperienza di vita sul mare. Un racconto costruito attraverso ricordi personali, viaggi, incontri e anni trascorsi a bordo delle grandi navi mercantili e passeggeri che hanno attraversato alcune delle rotte più importanti del mondo. Nel volume, Marina Grande non rappresenta soltanto il punto di partenza geografico, ma il luogo simbolico da cui inizia un’intera esistenza segnata dalla navigazione. Le giornate terminavano sempre allo stesso modo: i pescatori rientravano lentamente, le lampare oscillavano sull’acqua scura e le ultime imbarcazioni rompevano il riflesso delle luci sulla superficie del mare. Attorno ai tavolini dei bar si parlava di lavoro, di partenze imminenti, di navi lontane e di parenti imbarcati da mesi. In quel contesto il mare non era semplicemente un mestiere. Era una prospettiva di vita condivisa da intere generazioni di giovani isolani. Per molti procidani la navigazione iniziava ancora prima del primo imbarco, attraverso i racconti ascoltati in famiglia, le fotografie custodite nelle case e i nomi dei porti pronunciati dai marittimi al ritorno da lunghi viaggi.

Nel libro di Nicola Silenti emerge proprio questo passaggio: dalla vita semplice dell’isola alla dimensione sconfinata degli oceani. Le prime esperienze di navigazione si svolsero sulle petroliere della Getty, enormi unità impegnate nelle rotte internazionali del petrolio tra il Mediterraneo e il Golfo Persico. Navi immense, dominate da ritmi rigorosi e da una disciplina quotidiana che scandiva il tempo senza differenza tra giorni festivi e giorni comuni. Attraverso il racconto delle traversate, il libro restituisce l’immagine concreta della vita a bordo negli anni della grande navigazione commerciale. I turni di lavoro si susseguivano giorno e notte, mentre le petroliere attraversavano il Canale di Suez, il Mediterraneo orientale e le acque torride del Medio Oriente. Gli equipaggi vivevano in spazi ridotti, condividendo cabine, mense e lunghi periodi lontani da casa. Uno degli aspetti centrali del racconto riguarda proprio il senso della distanza. In anni in cui le comunicazioni erano limitate, chi partiva affrontava mesi interi senza contatti continui con la famiglia. Le lettere diventavano l’unico collegamento stabile con l’isola. Le notizie arrivavano lentamente e il ritorno a casa assumeva ogni volta il valore di un evento atteso per mesi. “Non sono mai sceso da una nave” ripercorre anche il successivo passaggio dalle petroliere alle grandi navi passeggeri della Home Lines, compagnia che per decenni rappresentò uno dei simboli della navigazione turistica internazionale. Con quel cambiamento mutarono anche gli scenari: dalle rotte industriali si passò ai grandi itinerari del turismo mondiale. Nel libro compaiono il Mediterraneo, i Caraibi, New York, il Giappone e numerosi altri porti internazionali attraversati durante gli anni di navigazione. Le descrizioni restituiscono il contrasto continuo tra il piccolo mondo dell’isola e le grandi metropoli incontrate durante i viaggi. L’ingresso nella baia di New York, i grattacieli di Manhattan, i porti asiatici e le isole caraibiche diventano frammenti di una memoria costruita attraverso soste brevi e continue ripartenze.

Sulle grandi navi passeggeri la vita di bordo seguiva regole differenti rispetto a quelle delle petroliere. Migliaia di viaggiatori attraversavano gli oceani tra saloni illuminati, ristoranti, ponti panoramici e spettacoli serali, mentre dietro quella realtà lavoravano centinaia di uomini impegnati nel funzionamento della nave. Il libro racconta anche questa dimensione nascosta della navigazione: il lavoro silenzioso degli equipaggi, i turni continui, la fatica quotidiana e i rapporti umani che si costruivano durante mesi di convivenza in mare aperto. Nel racconto trovano spazio anche gli incontri che hanno accompagnato gli anni della navigazione: comandanti, ufficiali, marinai e lavoratori provenienti da paesi diversi, uniti dalla stessa condizione di vita. Ogni porto lasciava storie, volti e ricordi destinati a rimanere impressi nel tempo. Accanto ai viaggi, il libro affronta il tema della nostalgia. Le partenze diventano una presenza costante nell’esistenza dei marittimi, così come l’attesa dei ritorni. Le famiglie rimanevano a terra per mesi, abituandosi a convivere con l’assenza. I figli crescevano seguendo il calendario degli imbarchi e degli sbarchi. Le mogli e le madri attendevano lettere, telefonate e notizie provenienti da paesi lontani. Il mare, nel racconto di Nicola Silenti, appare quindi come una dimensione totale, capace di influenzare non soltanto il lavoro ma anche i rapporti familiari, le amicizie e la percezione stessa del tempo. La navigazione finisce per trasformarsi in una condizione permanente, sospesa tra il desiderio di partire e quello di ritornare.

Particolare rilievo assume anche il legame con Procida. Nonostante gli oceani attraversati e i continui viaggi internazionali, il ritorno all’isola resta sempre il centro emotivo della narrazione. Marina Grande riappare come il luogo dove tutto ricomincia: gli abbracci dopo mesi di assenza, le storie raccontate agli amici, le valigie consumate dal viaggio e le nuove partenze già pronte all’orizzonte. Attraverso la propria esperienza personale, “Non sono mai sceso da una nave” ricostruisce anche il ritratto di una generazione di uomini cresciuti nel rapporto continuo con il mare. Una generazione che ha conosciuto sacrifici, lontananze e lavoro duro, vivendo la navigazione come parte integrante della propria identità. Nel libro il mare non viene descritto soltanto come scenario o professione, ma come elemento costante dell’esistenza. Le rotte percorse, i porti raggiunti e gli anni trascorsi a bordo diventano il filo narrativo di una vita costruita tra partenze continue e ritorni sempre attesi.

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