Nuovo anno scolastico, nuova sfida per Ischia: crescere nel rispetto

Tra pochi giorni, sulle strade e nelle piazze dell’isola, tornerà una scena che conosciamo bene: bambini e ragazzi con gli zaini sulle spalle, genitori impegnati nelle ultime corse tra libri, quaderni e cartolerie, insegnanti pronti a ritrovare le loro classi. Ricomincia la scuola e, con essa, ricomincia un pezzo importante della vita delle nostre famiglie. Ma mentre prepariamo tutto ciò che serve per affrontare un nuovo anno scolastico, forse dovremmo fermarci un momento e chiederci se stiamo preparando i nostri ragazzi anche a qualcosa di ancora più importante: il rispetto degli altri.
È una riflessione che riguarda tutti. La scuola non è soltanto il luogo in cui si imparano la matematica, la grammatica, la storia o le lingue. È il luogo in cui si cresce, si impara a stare insieme, a confrontarsi, a conoscere persone diverse da noi e, soprattutto, a riconoscere il valore degli altri. È tra i banchi che i ragazzi costruiscono una parte importante della propria identità e dell’immagine che avranno di se stessi.
Per questo ciò che accade a scuola non può essere considerato soltanto una questione scolastica.
Ischia è una comunità dove le distanze sono brevi e dove spesso ci si conosce tutti. I ragazzi frequentano le stesse scuole, le stesse palestre, gli stessi campetti, le stesse piazze e continuano a incontrarsi anche fuori dalle aule. Proprio per questo, quando un ragazzo viene umiliato, escluso o preso di mira, quella ferita riguarda una comunità intera.
Il bullismo non sempre arriva facendo rumore. A volte si nasconde dietro una risata, un soprannome, una battuta ripetuta ogni giorno fino a diventare un peso. Può essere un gruppo che esclude, una fotografia condivisa per prendere in giro qualcuno, un commento sul corpo, sul modo di vestirsi, sul carattere o sulla famiglia. E troppo spesso tutto viene liquidato con poche parole: “Sono ragazzi”, “Stavano scherzando”, “Non bisogna farne un dramma”.
Ma non sempre è uno scherzo.
Uno scherzo smette di essere tale nel momento in cui fa soffrire qualcuno, soprattutto quando quella sofferenza viene ripetuta e trasforma la scuola, che dovrebbe essere un luogo di crescita e di confronto, in un posto in cui entrare con la paura.
E oggi il problema è ancora più complesso. Una volta la campanella poteva segnare almeno la fine della giornata scolastica. Oggi non è più così. Uno smartphone può continuare un’aggressione anche dentro la cameretta di un ragazzo. Un messaggio offensivo, un video, una fotografia condivisa in una chat possono raggiungere decine di persone in pochi minuti. Il cyberbullismo non ha orari e può rendere ancora più difficile trovare un luogo sicuro.
Per questo, all’inizio di questo nuovo anno scolastico, dovremmo rivolgere un appello non soltanto alle scuole, ma soprattutto alle famiglie e a tutta la comunità: guardiamo davvero i nostri ragazzi. Non limitiamoci a chiedere distrattamente “Com’è andata a scuola?” per poi accontentarci di un “Bene”. Impariamo ad ascoltare anche quello che non viene detto. Un figlio che improvvisamente non vuole andare a scuola, che cambia umore, che si chiude in camera, che perde interesse per gli amici o manifesta continuamente piccoli malesseri potrebbe semplicemente attraversare un periodo difficile. Ma potrebbe anche stare cercando, senza riuscire a dirlo, qualcuno che si accorga della sua sofferenza.
E dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda che spesso nessun genitore vorrebbe farsi: non soltanto “Mio figlio potrebbe essere vittima di bullismo?”, ma anche “Mio figlio potrebbe stare facendo del male a qualcuno?”.
Perché il problema non riguarda soltanto chi subisce. Riguarda anche chi guarda e ride, chi condivide un video, chi rimane in silenzio per paura di essere escluso a sua volta. Riguarda chi, magari senza rendersene conto, partecipa a un gruppo che ha scelto un bersaglio.
E riguarda tutte le forme di diversità.
C’è chi viene preso di mira perché ha un accento diverso, perché proviene da un’altra città o da un altro Paese, perché ha un diverso colore della pelle o perché la sua famiglia ha origini differenti. Il razzismo può insinuarsi anche tra i più giovani, attraverso parole ripetute senza comprenderne fino in fondo il significato, attraverso pregiudizi ascoltati dagli adulti e poi riportati a scuola come se fossero normali.
E poi ci sono i ragazzi con disabilità, con difficoltà di apprendimento, con fragilità visibili o invisibili. Ragazzi che dovrebbero trovare nella scuola il primo luogo dell’inclusione e che invece, qualche volta, si ritrovano a sentirsi ancora più soli proprio perché diversi dagli altri. La diversità non dovrebbe mai diventare un motivo per essere esclusi, imitati, derisi o trattati come se si valesse meno.
Lo stesso vale per chi è più timido, per chi parla poco, per chi ha un fisico diverso, per chi non veste alla moda, per chi ha meno possibilità economiche, per chi è particolarmente bravo a scuola o, al contrario, per chi incontra maggiori difficoltà. I nostri ragazzi vivono in un tempo in cui l’apparenza e il giudizio degli altri pesano sempre di più. Per questo dobbiamo insegnare loro che non esiste un unico modo giusto di essere.
Essere diversi non è un difetto. Essere fragili non è una colpa. E nessuno dovrebbe essere costretto a cambiare se stesso per riuscire a essere accettato da un gruppo.
Gli adulti hanno una responsabilità enorme. Gli insegnanti devono essere messi nelle condizioni di poter osservare, intervenire e lavorare insieme alle famiglie, senza essere lasciati soli davanti a situazioni sempre più complesse. I genitori devono imparare a controllare senza trasformare il controllo in invasione, a conoscere il mondo digitale dei propri figli, a sapere cosa accade nelle chat e sui social, senza però dimenticare che il controllo più importante è quello umano: parlare, ascoltare, esserci.
E proprio perché Ischia è una comunità così stretta, dovremmo fare ancora di più. Dovremmo smettere di pensare che quello che accade al figlio degli altri non ci riguardi. Perché oggi può essere un compagno di classe, domani potrebbe essere nostro figlio. I ragazzi continuano a incontrarsi anche fuori dalla scuola, al mare, nelle piazze, nello sport, nelle strade dell’isola. E una comunità si misura anche da come sa prendersi cura dei suoi ragazzi, soprattutto dei più giovani e dei più fragili.
Non serve creare allarmismo. Serve creare attenzione.
Non serve trasformare ogni litigio in un caso di bullismo, perché i ragazzi devono anche imparare a confrontarsi, a discutere e a superare i conflitti. Ma serve riconoscere quando un conflitto non è più un conflitto e diventa un accanimento. Quando non ci sono più due ragazzi sullo stesso piano, ma uno che attacca e uno che, giorno dopo giorno, si ritrova sempre più solo.
All’inizio di questo nuovo anno scolastico, allora, forse l’augurio più importante che possiamo fare ai nostri figli non è soltanto quello di ottenere buoni voti. Auguriamoci che incontrino compagni capaci di rispettarli, insegnanti capaci di vederli e adulti pronti ad ascoltarli.
E insegniamo loro, ogni giorno, qualcosa che nessun libro di testo potrà spiegare fino in fondo: la vera forza non è far sentire piccoli gli altri. Non è avere più persone dalla propria parte. Non è riuscire a far ridere un gruppo umiliando qualcuno.
La vera forza è avere il coraggio di dire “basta” quando tutti gli altri ridono. È sedersi accanto a chi è rimasto solo. È difendere chi viene preso di mira. È riconoscere la bellezza di una persona anche quando è diversa da noi.
Tra qualche giorno le campanelle torneranno a suonare nelle scuole dell’isola. I nostri ragazzi entreranno nelle loro classi con emozioni, paure, speranze e aspettative che spesso non sapremo nemmeno immaginare. Cerchiamo di non limitarci a preparare i loro zaini. Prepariamoci anche noi, come genitori, insegnanti e cittadini, ad accompagnarli davvero.
Perché nessun bambino, nessun ragazzo, nessuna ragazza dovrebbe essere giudicato o escluso per il colore della propria pelle, per le proprie origini, per una disabilità, per il proprio corpo, per le proprie difficoltà o semplicemente per il fatto di essere diverso.
La scuola deve essere il luogo in cui si cresce, si impara e si scopre il valore degli altri.
E Ischia può e deve fare la sua parte.
Perché la nuova sfida dell’anno scolastico non è soltanto insegnare ai nostri ragazzi a diventare più preparati.
È aiutarli a diventare persone migliori.
E questo, forse, è il compito più importante che abbiamo tutti.







