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Nuovo tesoro dal mare di Aenaria, un’ancora di epoca romana

Ischia –  É con grande emozione che, ieri mattina chi era presente alla conferenza stampa di Archeotour ha potuto guardare dal vivo un’ancora di epoca romana, ritrovata la settimana scorsa, nel mare della baia di Cartaromana. Ad annunciarne l’importanza la dott.ssa Gialanella che ha spiegato come la storia dei romani a Ischia sia ancora oscura. Unico sito certo è la fonte delle Ninfe Nitrodi; pare infatti che  in epoca romana, l’area attorno la sorgente fosse una vera e propria scuola di idrologia medica. Lo testimonierebbero i bassorilievi in marmo trovati nel 1759, per caso, da alcuni contadini della zona e attualmente visibili nel Museo Nazionale di Napoli. «Ischia – ha detto la Gialanella – non è solo coppa di Nestore, che sta diventando una sorta di feticcio, ma anche i bassorilievi ritrovati a Nitrodi. Tra l’altro, accogliere turisti russi potrà aiutarci ad avere almeno un calco di uno dei rilievi presenti a San Pietroburgo». Ciò che è certo è che in epoca romana ci furono qui sull’isola tante eruzioni che non permisero ai romani di stabilirsi in pianta stabile qui a Ischia, come invece hanno fatto a Capri, a  testimoniarlo le numerose ville d’immensa bellezza. pezzo secondario«Ricostruire la loro storia qui sull’isola è un lavoro eccezionale. Siamo al sesto anno di scavo con la Marina di Sant’Anna, la zona archeologica è delimitata dalle boe e mi piange il cuore nel vedere tutte quelle barche nonostante ci sia l’area marina protetta. Una settimana fa Gaetano Lauro ha visto qualcosa che sporgeva dalla sabbia ed era la punta di un’ancora». Non è la prima, né l’ultima ancora ritrovata qui sull’isola, molte erano sommerse a largo di Punta Imperatore. Un video riprodotto nella sala multimediale ha dato l’idea di quello che significa effettuare uno scavo archeologico sommerso, ma soprattutto che il nostro mare continua a custodire tesori di inaudita bellezza e importanza storica. A spiegare il lavoro del ritrovamento di  quest’ancora l’archeologa Alessandra Benini, guida degli scavi. «Si tratta della parte di un’ancora, precisamente del ceppo in piombo che porta a termine l’ancora e che serviva per far sì che quest’ultima potesse fare maggiore presa sul fondale». La diffusione di queste ancore avviene dal IV  secolo a.C. fino al II d.C. poi si iniziarono a usare ancore in ferro. «Il piombo – ha spiegato ancora l’archeologa Benini – veniva utilizzato spesso perché si piega ma non si spezza. Non ci sono, però, segni né nomi di navi o di armatore e neppure simboli che indichino una divinità. Spesso venivano gettate in mare come ex voto per essere scampati a naufragi». ISPU

 

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