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CULTURA & SOCIETA'

Odissea di ischitani in Algeria: la fuga di famiglie da Philippeville a Bordeaux e Cannes

Zio Pietro costretto ad abbandonare la fiorente fattoria realizzata.

In quel tempo nonno Pasquale (che no ho conosciuto: 23.10.1882 – 18.04.1942 da Pietro Giovanni e Maria Giuseppa Di Iorio) disse a Pietro, il più grande dei nove figli tutti maschi: “Vattene dalla casa di tuo padre a Cufa, dal tuo paese Pieio e dalla tua patria italiana verso l’Algeria, ove è emigrata mia sorella tua zia Margherita e sii sostegno e custode alla sua famiglia. Ecco per te il denaro necessario per il viaggio ! Ti benedico.” Allora Pietro, senza indugi, obbedì al padre e partì da Napoli su un piroscafo alla volta del porto di Philippeville (il nome del sovrano sotto il regno del quale si compì la conquista francese dell’Algeria nel 1838) ridente cittadina nordafricana, nel dipartimento di Costantina, affacciata sul Mar Mediterraneo e celebrata per la vaghezza della posizione, per l’ubertosità delle campagne adiacenti ricoperte di vigneti fiorenti, per la mitezza del clima – 17° di temperatura media annua, pari se non migliore di quella di Palermo e 825 mm di pioggia annua: insomma costante primavera – considerata a ragione una delle più notevoli città dell’Algeria con Costantina, e gli scali portuali e ferroviari di Algeri (capitale), Bona, Orano. A Philippeville, collegata con un nodo ferroviario di 87 km a Costantina, presenti oltre 20mila francesi e ben tremila italiani: comunità italiana formatasi nel periodo della grande emigrazione dallo “Stivale” alla ricerca di condizioni economiche-climatiche più favorevoli, grazie alla conquista francese del bel territorio costiero islamico sul Mediterraneo. Qui si formarono interi quartieri europei e, quindi, anche italiani dell’isola d’Ischia attratti alla partenza dal “passaparola” incoraggiante di quelli già emigrati in terra d’Africa, non solo Algeria (antica Numidia: S. Agostino Vescovo d’Ippona), ma, altresì, Tunisia, Libia, Eritrea, esportando in quelle terre la creatività, laboriosità, coraggio, lingua, religione e costumi dell’Italia lasciata. A Costantina, a 650 m s.l.m. nella fertile valle del fiume Rhumel, zio Pietro profuse la sua forza, la sua fatica, realizzando una feconda fattoria nel cosiddetto Magreb (“Occidente”), nome col quale gli arabi designano i paesi dell’Africa settentrionale.

Specialmente a Philippeville, Costantina e Bona (antica Ippona) -non distante dal confine con la Tunisia pure ex colonia francese- era folta la comunità italiana, secondo i censimenti svolti dal governo francese che nel 1889 concesse la cittadinanza francese agli stranieri residenti. Papà Giuseppe, motorista caporale a bordo della nave da carico “Stabia”, arrivò appunto a Tunisi, capitale della Tunisia, ove finalmente – a cavallo del 1960 – (foto archivio dello scrivente) poté realizzare il contatto epistolare avviato col fratello più grande Pietro che ricordava, ovviamente solo da giovane. La fisionomia inconfondibile dei genitori, dei fratelli, gli occhi e la forma del naso attrassero l’incontro e il forte abbraccio dopo tanti anni lontani per il mondo (papà Giuseppe dal 1948 al 1956 era emigrato con la famiglia a Buenos Aires-Mar del Plata, in Argentina, poi di ritorno e marittimo, dopo il golpe militare contro Peròn). In auto verso Costantina zio Pietro -ormai coniugato con l’algerina-italiana Maria Conte e numerosa prole- guidava a una velocità molto sostenuta, meravigliando papà Giuseppe: “temo agguati!”, rispondeva Pietro: la fattoria era circondata da filo metallico spinato collegato a tritolo e andando a letto, dopo la festa, a papà Giuseppe fu affidata una pistola! Infatti, dal 1954 si era formato il “Fronte di liberazione azionale”(FLN guidato dal leader Ben Bella) che costrinse, dopo sanguinosi scontri e accuse di torture (Camus, Sartre), il presidente francese Charles De Gaulle al referendum con la vittoria dell’indipendenza algerina il 3.07.1962: la maggioranza degli europei (e italiani) si rifugiò da cittadini francesi in Francia, perdendo tutto: zio Pietro con la famiglia prima sul freddo e brumoso Atlantico a Bordeaux, poi con altro lavoro a Cannes sulla mite Costa Azzurra (fu Ministrante dell’Eucaristia), ove fui ospite nell’agosto 1966 assaggiando il “cuscus” e infine nel luglio 1969, quando l’uomo sbarcò sulla Luna. Il Signore Dio accreditò a zio Pietro come giustizia l’obbedienza al padre Pasquale: “Onora il padre e la madre”. (continua)

*Pasquale Baldino – Responsabile diocesano Cenacoli Mariani-MSM; docente Liceo; poeta; emerito ANC-Ass Naz Carabinieri (e-mail: prof.pasqualebaldino@libero.it)

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