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On air – film in onda questa settimana American Beauty: l’illusione del sogno americano

DI TEODOSIO DI GENIO

Ci sono film che nascono in maniera casuale. New York City, inizio anni 90. Alan Ball, sceneggiatore di serie di successo come True Blood e Six Feet Under, all’epoca un distinto drammaturgo teatrale, esce da una delle due torri del World Trade Center. Si siede su una panchina e fissa attonito per 10 minuti un sacchetto di plastica danzare nell’aria. “Tutto cominciò così, quell’episodio mi diede l’idea per scrivere questo film” disse alla Serata degli Oscar del 2000, con in mano una statuetta dal valore sesquipedale, al sol pensiero di essere un debuttante del cinema e dell’aver battuto altre quattro sceneggiature che avrebbero fatto impallidire anche un mestierante di lunga data. Ma quella serata sembrava voler premiare i debuttanti, Angelina Jolie vinceva il suo primo Oscar, Hilary Swank batteva Meryl Streep, e poi lui, un nome che sembrava venire dal nulla e promettere tutto, Sam Mendes, che vinceva il premio come miglior regista con American Beauty. Un film che strizza l’occhio al mondo dei “debuttanti” e che invece getta la sua critica impietosa sul mondo dei grandi, ormai corrotti e incapaci di trovare (o ritrovare) la strada della felicità e della soddisfazione personale.

C’è da dire che il protagonista, Lester (un Kevin Spacey in stato di grazia) è forse l’unico adulto della storia che prova a rimescolare le carte della sua vita. Sente di aver messo su famiglia troppo presto e, mosso da una sorta di crisi di mezza età, cerca egoisticamente di rimettersi in gioco su tanti fronti: lascia un lavoro di ufficio per un impiego dove è “troppo qualificato” (garzone di un fast food), svende la macchina di famiglia per comprare quella che ha sempre sognato, comincia a fumare erba e ad allenarsi per rimettersi in forma. Il tutto, spinto da una visione epifanica: l’apparizione – letterale – di Angela, una compagna di classe dell’introversa figlia Jane, che per la prima volta dopo anni, riesce a farlo sentire desiderabile e degno di attenzioni. Sebbene gli adolescenti paiono essere la parte sana del film, vi è in realtà un punto che li accomuna agli adulti. Tutti fingono, anche se in maniera a volte innocente, di essere ciò che non sono, tutti mitigano una sorta di condizione più accettabile e conforme a ciò che il modello della “bellezza americana” propone. Quella “American Beauty” che è anche la varietà delle rose presenti in tante scene della pellicola e che basano la loro particolarità nell’unire una splendida parte floreale a delle radici che tendono a marcire velocemente, allegoria che spinge a non fidarsi delle prime impressioni (di fatto il sottotesto del titolo sulla locandina è un sibillino “look closer”) e che ci dona uno spunto di riflessione sulla prigionia dell’età adulta: si diventa corrotti? Si è vivi (e belli) solo da giovani? Il viaggio tardo-adolescenziale che percorre Lester in queste sue ultime settimane su questa terra (non c’è alcun spoiler, agli spettatori viene chiarito fin dall’inizio che Lester sarebbe morto di lì a poco) ha perciò questo scopo: provare a sentirsi ancora una volta vivo.

E nella scena che preclude al finale (e alla sua fine) in una piovosa serata di primavera dove tutti i personaggi rivelano loro stessi, fa capire di esserci in qualche modo riuscito esclamando “Non sono mai stato meglio”. E adesso per lui, che ci parla da narratore da una non meglio definita posizione ultraterrena, c’è tanta bellezza nel mondo, che non riesce neanche ad essere arrabbiato. Una armonia che fluttua nella semplicità delle cose, in cui la danza di un sacchetto di plastica mosso dal vento permette agli spettatori e ai protagonisti di percepire l’esistenza di un ordine superiore e rassicurante che, a fronte del dolore e della morte, sembra suggerire che in realtà non ci sia nulla da temere. Vincitore di svariati premi, tra cui 5 Oscar, American Beauty sarà trasmesso alle ore 23.00 di mercoledì 17 febbraio, su Paramount Channel, canale 27 del digitale terrestre

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