IL COMMENTO Oroscopo ischitano 2026

Circa 60 anni fa, all’esame di maturità classica, affrontai il tema delle Operette Morali di Giacomo Leopardi. Mi soffermai in particolare sull’operetta “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”. Mi incuriosiva, da persona razionale e poco incline a superstizioni, fideismi, fenomeni paranormali, la passione e l’interesse, diffusi nel popolo, per illusioni e previsioni basate sulla lettura delle stelle o su fenomeni analoghi. Ero convinto (e lo sono ancora) che la passione per gli oroscopi affondasse la sua ragion d’essere nell’insoddisfazione del passato e del presente e in una illusoria speranza che il futuro fosse migliore. Il pessimismo leopardiano si faceva un po’ beffa di questa debolezza umana ed era convinto che c’era ben poco da sperare; il futuro sarebbe stato come il passato e come il presente. Le figure contrapposte nell’operetta sono da un lato il venditore di almanacchi (ottimista su un futuro migliore e venditore di sogni ) e dall’altro lato il passeggere, che ritiene che l’unica felicità umana risieda nella speranza (vana), nella pura illusione di un futuro migliore che non ci sarà. E’ ancora così? La nostra felicità, anche nel 2026, risiede nella speranza del futuro (ottimisticamente nell’ottica del venditore di almanacchi o pessimisticamente nell’ottica del passeggere)? Io penso di no. I termini della questione non sono più quelli. Il paradigma si è invertito. Il presente e il futuro sono più nebulosi che mai, non c’è spazio per le illusioni. Per cui la scappatoia, il barlume di felicità possibile non risiede più nella speranza o illusione di un futuro migliore. Piuttosto risiede in una rilettura, uno studio, una riconsiderazione del passato. Su di esso esistono delle certezze ed è in esse che ci rifugiamo. Non è sterile nostalgia, è la riscoperta della Storia feconda, del cammino umano, della Cultura.
La sensazione è che l’Umanità sembra aver sprecato anni di progresso, di civilizzazione, di ripudio delle guerre, delle aggressioni, prepotenze e sia avvitata in un declino inarrestabile. Spero di sbagliare, spero che avesse ragione Giambattista Vico nel sostenere che la storia è caratterizzata da tre età: quella Divina, quella Eroica e quella Umana, in una serie infinita di cicli e ricicli e che attualmente siamo nella fase Eroica per poi passare a quella Umana, ma resto scettico. Una delle conseguenze visibili, palpabili sulla società è lo scoppio della violenza sociale. Diffusa nella popolazione, per niente esenti i giovani. Emblematico, a tale riguardo, è il Rapporto Censis 2025 che ha definito l’attuale Italia “selvaggia”, anzi “selvaggia del ferro e del fuoco”, come a dire di un popolo che sta ritornando quasi allo stato primordiale, in preda all’istinto, alla paura, all’ignoranza. Un popolo affascinato dalle autocrazie. 20 anni fa il 19,5% dei giovani ascoltavano dibattiti politici, oggi lo fa solo l’8,2% di essi. Per il resto, violenza. A scuola, sulle donne, nei locali di intrattenimento, nelle stazioni, nei parchi, ovunque. Una violenza che è il risultato di un modo di vivere costantemente sopra le righe, in un crescendo rossiniano. E’ come se stessimo guidando un auto utilitaria alla velocità di una Ferrari. Perché c’è la diffusa sensazione che non ci aspetta nessun futuro migliore. Almanacchi non se ne vendono più. Una metafora di questa realtà è data dal fatto che non si regalano più nemmeno le agende annuali e chiudono i battenti librerie, edicole e tutti quegli avamposti della vendita degli almanacchi. Tra le televisioni, la 7 persiste, al mattino, a trasmettere ripetutamente l’oroscopo, ma i telespettatori ne sono infastiditi e attendono impazienti le immagini (sottolineo “immagini”) del telegiornale.


Ma in questa disperazione del futuro, che naturalmente colpisce e ammalora in particolare i giovani (ai quali, togliendo la speranza, togliamo la vita) rimane una sola via d’uscita, anche se la sicurezza dell’Umanità richiederebbe più di una via di fuga. Questa unica alternativa è rappresentata dallo studio del passato, dalla comprensione dei motivi scatenanti degli eventi più significativi della Storia. E vedo che, nella generale confusione odierna, stanno riscuotendo molto interesse e successo alcune trasmissioni televisive che, con sapienza e capacità divulgativa, illustrano le meraviglie del passato, a partire per esempio, dalla grande civiltà egiziana. Il discorso vale anche per Ischia, che attraversa una evidente fase involutiva. Non abbiamo saputo gestire il fenomeno turistico, rimanendone travolti. Il turismo che è un fenomeno socio economico che avrebbe dovuto assicurare benessere a tutto tondo, ha apportato soltanto ricchezza concentrata in poche mani, mal distribuita e male gestita, atteso che ha alimentato solo risparmio e rendita, ma non reinvestimenti imprenditoriali. E così il denaro affluito sull’isola si è imbucato, inabissato, e il flusso si è interrotto e, con esso, la distribuzione e la crescita. Molti alberghi e commerci sono diventati reperti museali. Hai voglia di far feste ed eventi, che alimentano solo un circuito di consumi interni, autoctoni. Siamo di fronte ad un corpo malato che non riesce a rimettersi in sesto. Dobbiamo avere il coraggio di fare dei passi indietro sugli errori commessi. E, per carità, non si dica, a sproposito, che stiamo proponendo una decrescita felice. Ma perché, Ischia vi sembra in preda a una crescita felice? Abbiamo il dovere e la necessità di rimeditare le nostre mosse sbagliate e ripartire da paradigmi completamente diversi. In tal modo capiremo meglio la nostra realtà locale, ma anche la complessa realtà mondiale. Il 2026 si presenta come uno snodo decisivo per il futuro di Ischia. Stanno venendo tutti i nodi al pettine. Sta esplodendo il problema dei grandi abusi edilizi, la costruzione di castelli di carta, pronti a venir giù al soffio della magistratura non più dormiente. Certo, esiste il problema degli abusi poveri, delle prime ed uniche case di gente che non avrebbe alternative e alla quale la classe amministrativa non ha saputo dare risposte concrete di un’edilizia sociale ed economica e ha alimentato la sensazione di poter agire nell’illegalità senza subire conseguenze. Ma questo dramma, che in qualche modo va risolto, non deve coprire e giustificare le tante speculazioni inaccettabili che sono state perpetrate a danno di un territorio unico e meraviglioso, come colline, montagna, come le nostre invidiabili coste. Nel 2026 scoppieranno casi clamorosi, che dovrebbero farci riflettere, non pietire sanatorie impossibili. I grandi scandali edilizi scoppiati nel 2025 costituiscono soltanto un’anticipazione, un piccolo assaggio di ciò che , molto probabilmente, accadrà nell’anno nuovo iniziato. Di fronte a ciò, non servono nuovi venditori di almanacchi, che vendono speranze illusorie. Serve realismo, raziocinio, passione, amore di un passato glorioso che può ancora indicare una nuova via maestra.





