LE OPINIONI

IL COMMENTO L’inaccettabile orrore delle guerre

DI ANTIMO PUCA

Siamo rimasti stupefatti, inorriditi e increduli di fronte a guerre scoppiate di recente. Noi, così abituati alla pace, al benessere, ai diritti. Tanto da dimenticarci che non possono avere radici sul male altrui e sulle sofferenze generate da guerre e ingiustizie. Lemkin è stato il primo a comprendere, dopo il secondo conflitto mondiale, che senza un’alleanza internazionale e una Legge contro i genocidi, approvata dalla Nazioni Unite nel 1948, non era possibile prevenire l’orrore degli stermini. “Ho sempre voluto accorciare la distanza tra il cuore e l’atto. Vivere un’idea… era il mio slogan”. E Lemkin, con incrollabile tenacia e impegno, ha cercato di persuadere con la ragione e di educare tanti leader e diplomatici delle istituzioni internazionali al suo progetto. Allo scoppio della guerra fugge dalla Polonia ma il treno, bombardato dagli aerei tedeschi, prende fuoco e Lemkin vaga per giorni nei boschi. “Nella foresta promisi ai vivi e ai morti che se fossi sopravvissuto avrei dedicato il resto della mia vita alla messa la bando del genocidio…Parlare il linguaggio dell’amore… fare un lavoro costruttivo… Così in quella foresta feci due promesse.1) Doveva regnare una legge, affinché niente venisse più distrutto 2) Come insegnavano le arti, bisognava aver fede nella vittoria finale della costruzione sulla distruzione”. Al processo di Norimberga Lemkin scrive al giudice Jackson, procuratore per il tribunale internazionale, affinché gli imputati vengano giudicati con l’accusa esplicita di genocidio. Ma la corte, di orientamento diverso, ritiene che la distruzione delle minoranze poteva essere giudicata solo nell’ambito di una guerra illegale. Dopo l’insuccesso per il mancato riconoscimento a Norimberga del crimine di genocidio, Lemkin riesce a creare con tenacia e impegno un ampio movimento di opinione attraverso mezzi di comunicazione, consolati nazionali, uomini di fedi diverse, intellettuali, attiviste, esponenti della società civile. Lemkin riesce a far approvare il riconoscimento della parola “genocidio” all’Assemblea delle Nazioni Unite che vota all’unanimità la risoluzione l’11 dicembre 1946. Dopo un estenuante lavoro sugli articoli del testo della Convenzione, Lemkin la vede finalmente approvata a Parigi il 9 dicembre 1948. Scopo principale non è giudicare i carnefici, come a Norimberga, ma mobilitare la comunità internazionale per prevenire i genocidi prima che vengano realizzati.

Compito delle Nazioni Unite è salvare i vivi dall’abisso con la dissuasione morale, politica e militare. Ogni prevenzione del crimine di genocidio passa attraverso la coscienza del singolo, la sua scelta soggettiva. I genocidiari agiscono liberamente e sono responsabili di crimini internazionali. Quando si colpisce un gruppo particolare è tutta l’umanità che soffre. C’è un mondo comune da difendere e preservare. Rimanere indifferenti, far finta di non vedere, non capire, non interrogarsi, rimanere chiusi e insensibili al dolore altrui ritenuto incomparabile col proprio, indebolisce se stessi e l’intera umanità. Qualsiasi azione di genocidio poggia su discorsi irrazionali di odio tesi a convincere l’opinione pubblica e a schiacciare, con parole di disprezzo e disumanizzazione per il “nemico”, la naturale pietas che abita il cuore umano. Il diritto di interferenza delle Nazioni Unite per dirimere le tensioni interne tra stati, con sanzioni e tribunali internazionali, hanno un valore di deterrenza e dissuasione e mostrano che la responsabilità è sempre individuale e che bisogna attuare una politica di prevenzione. Pur ammettendo l’intervento militare come ultima ratio, le Nazioni Unite, nello spirito di Lemkin, hanno proposto il principio dell’intervento umanitario per proteggere militarmente le popolazioni minacciate dai genocidi. Come ha affermato Vito Mancuso (La Stampa, 29 aprile 2022): “Ricostruire significa ridare spessore cognitivo agli ideali di cui gli esseri umani si sono sempre nutriti: verità, bene, giustizia, bellezza, anima, spirito, armonia, amore, amicizia, lealtà, sincerità, onestà, virtù. Dopo un secolo in cui si è fatta filosofia con il martello riducendo l’etica nel costume comune a pratica irrilevante e spesso oggetto di sarcasmo, ora è il momento di generare un pensiero che usi la cazzuola..” cioè che ricostruisca la nostra condivisa umanità. Per Primo Levi il male che alberga nell’essere umano e che ha mirabilmente descritto nella “zona grigia” ci interroga personalmente sulla nostra responsabilità. Vasilij Grossman crede non in un “bene universale”, strumentalizzato dal potere fanatico, ma “nella bontà…la bontà dell’uomo per un altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola senza grandi teorie. La bontà insensata potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale”. Parole, idee e comportamenti che profumano di futuro, allargano il cuore e la mente con ampi orizzonti, alimentano il desiderio di fare, di rimboccarsi le maniche con l’impegno personale e civile.
Anche se a volte pensiamo con sconforto che non impareremo mai, come esseri umani, ad avere orrore della violenza gratuita, “qualcosa di nuovo sotto il sole si costruisce davvero, e questo è la coscienza: la coscienza nella sua capacità di consapevolezza, di creatività, di responsabilità, e quindi libera… Ed è questa humanitas che va ricostruita.” (Vito Mancuso). L’indifferenza si vince con la fiducia: “Continuiamo a credere che la vita e la libertà siano una cosa sola e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo” (V. Grossan). Che ognuno di noi sia artigiano di pace!

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