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Osservare l’evoluzione in atto: il nuovo “fringuello di Darwin”

Non molto tempo fa, avevo scritto due righe sul concetto di specie, rimarcando come esso sia diversificato in varie maniere, tutte più o meno fallaci. Avevamo anche detto che quella più in voga è la definizione di “specie biologica” di Ernst Mayr del 1942, che vede le specie come “gruppi di popolazioni naturali potenzialmente interfeconde, a livello riproduttivo isolate dagli altri gruppi”. Ebbene, dalle stupende Galapagos ci arriva una news che coinvolge due dei cosiddetti “fringuelli di Darwin”, uccelli endemici di queste isole.

I fringuelli delle Galapagos, sebbene abbiano questo nome, non appartengono alla famiglia Fringillidae, bensì ai “traupidi” (famiglia Thraupidae). Il termine deriva dalla ricerca di Darwin sulle Galapagos, ma non fu coniato da egli stesso bensì da Percy Lowe, un ornitologo e chirurgo inglese. Molto probabilmente essi si sono originati da una singola specie circa 2 milioni di anni fa per radiazione evolutiva; ovvero, si sono fortemente diversificati “sfruttando” l’assenza di altri uccelli in alcune delle isole (le Galapagos non hanno tutte la stessa età; l’isola più antica ha circa 3 milioni e mezzo di anni, la più recente “appena” 500.000). Ciò, tramite lo sviluppo di becchi specifici, ha permesso a questo gruppo di uccelli di occupare diverse “nicchie trofiche” e dunque diversificare la dieta, occupando tutte le isole ed evitando la competizione per non “pestarsi i piedi tra loro”. Di conseguenza, ogni isola ha il proprio “set” di specie.

Il 23 novembre 2017 su “Science”, importante rivista del settore, è stato pubblicato un articolo riguardante il fatto che due specie di questi uccelli, residenti in due isole diverse delle Galapagos, si sono ibridati dando prole fertile: si tratta del fringuello terricolo medio (Geospiza fortis) e del fringuello terricolo grosso dei cactus (G. conirostris). La prima “stranezza” fu osservata da Peter Raymond Grant e sua moglie Barbara Rosemary nel 1981, sull’isola di Daphne Major. I due, entrambi ricercatori della Princeton University, notano che “qualcosa non va”: osservano un maschio immaturo che inizialmente sembra un individuo ascrivibile a G. fortis, ma più grande (il 70% più del normale, per la precisione: ciò ha portato i coniugi a soprannominarlo “Big Bird”) e che cantava in maniera diversa (il canto, insieme alla morfologia, può essere una forte barriera negli uccelli, dato che le femmine di solito rispondono solo ai canti dei loro conspecifici). Ritennero che quel uccello potesse essere un ibrido tra G. fortis ed un fringuello terricolo dei cactus (G. scandens), probabilmente proveniente dall’isola di Santa Cruz. Seguendo la vita di questo esemplare, hanno notato come riuscisse a riprodursi con femmine di G. fortis, dando prole fertile. In seguito, tramite un’analisi filogenetica, si è scoperto come “Big Bird” non fosse figlio di un incrocio ma un vero e proprio esemplare di G. conirostris: una seconda stranezza, dato che suddetta specie vive solo sull’isola Española e la sua “satellite” Gardner, a più di 100 kilometri da Daphne Major! In seguito, la prole di “Big Bird” si è isolata riproduttivamente (in circa tre generazioni, secondo la pubblicazione su “Science”) dagli altri fringuelli di Darwin; di conseguenza, questi individui (attualmente circa una trentina) dovrebbero essere considerati come una nuova specie, caratterizzati da un canto diverso ed un becco largo, che permette a questi individui di nutrirsi dei frutti della pianta conosciuta come Tribulus cistoides.

Una nuova specie che nasce dall’incrocio tra due specie: la definizione di specie biologica data da Mayr si mostra (purtroppo) di nuovo inefficace. Gli autori della ricerca riguardo il “nuovo” fringuello di Darwin mettono in evidenza come il fenomeno non è nemmeno nuovissimo, essendo stato osservato in piante, farfalle, mosche, pesci, mammiferi (l’esempio fatto per i mammiferi riporta un caso di speciazione tra pipistrelli caraibici) ed altri uccelli. Siamo quindi costretti ad usufruire di altre definizioni, il che può portare a confusione e (spero di no) mancanza di fiducia verso il lavoro dei tassonomi, i quali lavorano alla ricerca di una risposta che possa far concordare tutti sul come rispondere alla domanda “cos’è una specie?”.

*BsC in STeNa e specializzando in Scienze della Natura presso “La Sapienza” di Roma

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