Parco boe, clima e tutela del mare: Miccio rompe il silenzio su vent’anni di Regno di Nettuno
Dalle praterie di Posidonia al parco boe, il direttore Antonino Miccio traccia un bilancio dell'Area Marina Protetta tra risultati raggiunti, cambiamenti climatici e nuove sfide per Ischia e Procida

Per quasi vent’anni il mare tra Ischia e Procida è stato al centro di una delle sfide più delicate del territorio: conciliare tutela ambientale, turismo, pesca e sviluppo. Un equilibrio spesso discusso, contestato, difeso. Da una parte chi considera l’Area Marina Protetta Regno di Nettuno un presidio indispensabile per salvaguardare un patrimonio naturale unico; dall’altra chi continua a vederla come un insieme di vincoli che limitano attività e opportunità.
A distanza di diciannove anni dalla sua istituzione, abbiamo incontrato il direttore dell’Area Marina Protetta, Antonino Miccio, per fare un bilancio senza filtri. Dai risultati ottenuti sul fronte della biodiversità alle minacce rappresentate dai cambiamenti climatici, dal controverso progetto del parco boe alle accuse di eccessiva rigidità nelle regole, l’intervista affronta i temi che più dividono cittadini, operatori del mare e amministratori.
Un confronto diretto che prova a rispondere a una domanda semplice ma decisiva: il mare di Ischia e Procida oggi sta davvero meglio rispetto al 2007? E soprattutto, cosa lasceremo alle generazioni che verranno?
- Direttore Miccio, dopo quasi vent’anni di Area Marina Protetta, qual è la prova più -evidente che un cittadino può vedere con i propri occhi per capire che il mare di Ischia e Procida sta meglio rispetto al 2007?
«Vent’anni sono poca cosa nella tutela ambientale. La prova più evidente è il ritorno della vita marina in molte aree che oggi mostrano una biodiversità più ricca rispetto al passato. La tutela ambientale produce risultati graduali, ma dopo quasi vent’anni possiamo dire che molte zone mostrano segnali concreti di maggiore resilienza. D’altro canto aspettarsi miracoli nel Golfo di Napoli non sarebbe segno di grande perspicacia».
Il mare oggi. Dalla tutela della Posidonia all’aumento della biodiversità, fino alla crescita della cultura ambientale: i tre risultati che, secondo Miccio, dimostrano l’utilità dell’Area Marina Protetta
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- Se dovesse convincere uno scettico che l’Area Marina Protetta è stata utile ed è utile, quali tre risultati concreti porterebbe come esempio?
«Primo, la conservazione degli habitat più delicati, come le praterie di Posidonia oceanica, che rappresentano un patrimonio fondamentale per l’intero ecosistema marino.
Secondo, l’incremento della biodiversità e della presenza di specie ittiche in numerose aree sottoposte a tutela».
«Terzo, ma più importante, la crescita di una cultura del mare più consapevole, che coinvolge cittadini, operatori economici, scuole e visitatori. La tutela non è soltanto un insieme di divieti: è un investimento sul capitale naturale che sostiene anche il turismo e l’economia locale».
- Nonostante i progressi, qual è oggi la minaccia più grande per il nostro mare: inquinamento, cambiamenti climatici, sovraffollamento nautico o altro?
«Non esiste una sola minaccia. Oggi la sfida principale è la somma di più fattori: cambiamenti climatici, pressione antropica, inquinamento e uso intensivo degli spazi marini. La differenza rispetto al passato è che questi fenomeni si sommano e si rafforzano reciprocamente. Per questo servono strumenti di gestione integrata della costa e dei fenomeni, anche quelli turistici, e non interventi isolati».
L’effetto del clima. Temperature più elevate e nuove dinamiche biologiche stanno già modificando il volto del Mediterraneo. I segnali osservati ogni giorno nelle acque di Ischia e Procida
- I cambiamenti climatici stanno già modificando il volto del mare attorno a Ischia e Procida? Quali segnali osservate ogni giorno?
«Sì, i segnali sono già visibili. Registriamo temperature marine più elevate, periodi di stress per alcuni organismi e cambiamenti nella distribuzione di diverse specie. Il Mediterraneo è considerato uno degli hotspot mondiali del cambiamento climatico e le nostre isole non fanno eccezione. La tutela degli ecosistemi marini è oggi diventata anche una “forma di adattamento” ai cambiamenti climatici».
- Qual è l’animale simbolo del successo dell’Area Marina Protetta e perché?
«Più che una singola specie, parlerei della comunità marina nel suo insieme. Tuttavia, specie come i cetacei rappresentano molto bene gli effetti positivi della tutela: sono organismi longevi, sensibili alla pressione della pesca e indicativi della buona qualità degli habitat. Quando queste specie aumentano la loro presenza, significa che l’ecosistema sta funzionando meglio».
- Il canyon sottomarino al largo delle nostre isole è considerato un tesoro nascosto del Mediterraneo. Può diventare una risorsa anche dal punto di vista turistico e scientifico o deve rimanere un patrimonio da preservare lontano dai riflettori?
«Le due cose non sono in contrasto. Il canyon è innanzitutto un patrimonio naturale da conoscere e proteggere. La ricerca scientifica deve continuare a svilupparsi, mentre la valorizzazione turistica deve essere compatibile con la sua conservazione. Oggi il turismo più moderno è quello che trasforma la conoscenza in valore senza compromettere il bene che lo genera».
I cetacei e la biodiversità. Più che una singola specie simbolo, è l’intera comunità marina a raccontare lo stato di salute del mare. Ma la presenza dei cetacei resta un indicatore particolarmente significativo
- Direttore, passiamo al parco boe. Se ne parla dal giorno stesso della nascita dell’Area Marina Protetta, il 27 dicembre 2007. Perché i cittadini hanno dovuto aspettare quasi vent’anni per vedere un progetto concreto e, ancora nel 2026, non completato?
«Non so da quando se ne parla perché non ho mai trovato agli atti neanche un documento al riguardo. Per quanto ne so l’idea nasce nel 2022. Il resto sono chiacchiere. Inoltre, il progetto del parco boe richiede autorizzazioni, studi tecnici, risorse economiche e il coinvolgimento di numerosi enti competenti. È un’infrastruttura ambientale complessa che deve garantire contemporaneamente tutela, sicurezza e funzionalità. Oggi siamo arrivati a una fase realizzativa concreta proprio grazie a un lavoro costruito nel tempo».
In questi anni cosa ha rallentato maggiormente il progetto: la burocrazia, la mancanza di fondi o la mancanza di volontà politica?
«I fondi li abbiamo trovati, la volontà politica c’è stata, la burocrazia non ci ha certo aiutato».
- Quest’anno lei ha anticipato che entro l’anno il sistema delle boe sarà completato in tutta l’Area Marina Protetta. Ci può indicare una data precisa?
« L’obiettivo è completare il sistema secondo il cronoprogramma previsto per questo anno. Preferisco indicare una finestra temporale piuttosto che una data simbolica, perché attendiamo la consegna delle aree dal MIT per i lavori e, pare, manchino ancora due pareri. Ciò che conta è che il progetto è nella fase conclusiva».
Il caso parco boe. Uno dei progetti più discussi degli ultimi anni. Miccio respinge le accuse di ritardo e spiega perché il sistema di ormeggio sostenibile è arrivato solo adesso alla fase conclusiva
– Duecento boe possono sembrare tante sulla carta, ma in estate le imbarcazioni presenti ogni giorno superano spesso il migliaio. Non c’è il rischio che il sistema nasca già insufficiente?
«Il sistema delle boe non è stato progettato per ospitare tutte le imbarcazioni presenti contemporaneamente nell’area, ma per offrire un’alternativa sostenibile all’ancoraggio nelle zone più sensibili. È uno strumento di gestione ambientale, non un porto diffuso. La sua efficacia si misurerà soprattutto nella riduzione dell’impatto sui fondali».
- Come si eviterà che le imbarcazioni escluse tornino ad ancorare sui fondali sensibili, vanificando gli sforzi di tutela?
«Attraverso un insieme di strumenti: informazione preventiva, segnalazione delle aree disponibili, presenza sul territorio, controlli e collaborazione con gli operatori nautici. L’esperienza dimostra che la tutela funziona meglio quando le regole sono chiare e condivise. Se poi ci aspettiamo che l’installazione di boe trasformi il diportista da maleducatoin “svizzero” forse vogliamo troppo, non crede? I pastori sono questi».
La conclusione del parco boe entro il 2026, ma il cronoprogramma dipende ancora da alcuni passaggi amministrativi e autorizzativi
- Il parco boe è pensato per proteggere il mare o anche per regolamentare un turismo nautico che negli ultimi anni è cresciuto oltre misura?
«Le due finalità sono strettamente collegate. Il parco boe nasce principalmente per proteggere gli habitat marini dall’ancoraggio indiscriminato. Allo stesso tempo contribuisce a rendere più ordinata e sostenibile la fruizione nautica di un territorio che registra una pressione crescente»
- Chi avrà la priorità nell’utilizzo delle boe: residenti, diportisti locali, charter o turisti giornalieri?
«Le modalità di utilizzo saranno definite dai regolamenti e dai criteri approvati dagli enti competenti».
- Se potesse tornare al giorno del suo insediamento, quale decisione prenderebbe diversamente?
«Ogni esperienza amministrativa insegna qualcosa. Probabilmente investirei ancora prima e ancora di più nella comunicazione e nel coinvolgimento dei cittadini. La tutela ambientale produce risultati migliori quando le comunità locali comprendono pienamente le ragioni e gli obiettivi delle scelte adottate».
- Molti operatori del mare sostengono che le regole siano troppo rigide. Lei risponde che senza regole non c’è tutela. Dove si trova il punto di equilibrio?
«Non andare a 30 nodi sotto costa, evitare di tranciare i sub in immersione, non ancorare a 3 metri dalla spiaggia sono regole rigide? Mi pare piuttosto che qualcuno sia allergico al prossimo e pensi solo al proprio tornaconto».
Duecento boe bastano? Miccio:«Il sistema non punta a sostituire tutti gli ancoraggi ma a proteggere le aree marine più fragili».
- C’è una scelta impopolare che ritiene inevitabile per salvaguardare il mare nei prossimi anni?
«Credo che nei prossimi anni sarà necessario ragionare sempre più sulla capacità di carico degli ecosistemi e sulla gestione dei flussi nelle aree più sensibili. Non si tratta di limitare per principio, ma di garantire che la qualità ambientale rimanga compatibile con la fruizione del territorio. Decisioni che, per fortuna, non devo prendere io, ma la politica».
- Facciamo un esercizio di immaginazione: se il Regno di Nettuno non fosse mai nato, oggi il mare tra Ischia e Procida sarebbe davvero diverso? Quali prove concrete può mostrare ai cittadini per dimostrare che l’Area Marina Protetta non è stata solo un vincolo, ma un investimento per il futuro?
«E’ chi può dirlo? Non possiamo dimostrare un’ipotesi controfattuale in modo assoluto, ma possiamo osservare ciò che accade dove gli ecosistemi marini non ricevono adeguata tutela. L’Area Marina Protetta ha consentito di preservare habitat preziosi, sviluppare monitoraggi scientifici, attrarre risorse e costruire strumenti di gestione che altrimenti non sarebbero esistiti. Questo rappresenta un investimento concreto sul futuro del territorio».
- Direttore, tra dieci anni i nostri figli giudicheranno il suo operato e quello dell’Area Marina Protetta. Qual è la cosa che spera possano ringraziarvi di aver salvato e qual è quella che teme possano rimproverarvi di non aver protetto abbastanza?
«Davvero non so se qualcuno potrebbe aspettarsi ringraziamenti per aver tentato di fare il proprio lavoro, io no. Se c’è qualcosa che temo, è che la velocità dei cambiamenti globali supererà la capacità delle istituzioni di intervenire».











