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“Pe’ terre assaje luntane” al MANN, quando i migranti eravamo noi

L’esodo, i viaggi, gli approdi. Al Museo archeologico nazionale di Napoli fino al 9 marzo la mostra sull’emigrazione degli ischitani verso le Americhe. Il Golfo ha incontrato Salvatore Ronga, curatore della Mostra. Che ce l’ha raccontata.

I grandi paesi devono molto alle migrazioni: chi viene da lontano ha nuovi sguardi e porta con sé un patrimonio di culture tutto da scoprire. Gli immigrati spingono a guardare le loro terre, parlare la loro lingua, ascoltare le loro storie, suonare la loro musica, assaggiare il loro cibo. Fin quando, superata la violenta collisione, cominciano anche loro a raccontare una nuova terra. Quella dell’accoglienza. L’emigrazione ischitana nelle Americhe è protagonista di una mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli: “Pe’ terre assaje luntane”, come la rassegna annuale organizzata dall’associazione ‘Ischitani nel mondo’, che, a metà settembre, racconta l’esodo di contadini, pescatori e artigiani isolani verso nuove destinazioni. Tragitti simbolici sul quel grande crocevia di uomini e culture che è stato il mare: il Mediterraneo prima, gli oceani poi. Alla ricerca forse di un Paradiso ideale, utopico, qualcosa al di fuori del tempo e della Storia. O forse, più semplicemente, di un’occasione in più per (soprav)vivere. I contadini ischitani, a differenza dei pescatori, difficilmente riusciranno a conservare nei nuovi contesti un’identità sociale e culturale. Si adatteranno a realtà produttive, dove è richiesta la pura manovalanza. Gli artigiani, invece, rifuggiranno da una condizione stanziale per trovare lavoro nei grandi cantieri delle metropoli europee e americane. Per tutti, il prezzo da pagare sarà un viaggio spesso segnato da durezza materiale e passaggi brutali. E nuove vite in cui la tenace speranza visionaria sarà in parte incrinata da un sottile senso di perdita, nostalgia e abbandono.
“Pe’ terre assaje luntane”, evento collaterale della mostra “Thalassa”, è visitabile nella Sala delle epigrafi del MANN fino al 9 marzo, tutti i giorni dalle 10:00 alle 14:00 tranne il martedì e il venerdì. Il Golfo ha incontrato Salvatore Ronga, curatore della Mostra. Che ce l’ha raccontata.

A Thalassa, la grande mostra al Mann dedicata al Mediterraneo e all’archeologia subacquea, uno spazio espositivo collaterale illustra il grande tema delle migrazioni; nello specifico, quella ischitana verso le Americhe. Perché?

Thalassa racconta il mare come elemento culturale, come crocevia di esperienze, di sapienze tecniche, offrendo, attraverso una chiara suddivisione espositiva per aree tematiche, un quadro sintetico delle migrazioni nel mondo antico, anche come strumento per comprendere il presente. L’emigrazione ischitana verso le Americhe apre, come fenomeno storico, un’ulteriore prospettiva sul mondo delle migrazioni, ampliando il contesto dal Mediterraneo ad altri mari, anche più lontani.

Com’è articolata la mostra? Quali sono i criteri che ti hanno guidato nella scelta dei contenuti e delle storie da raccontare?

«L’emigrazione giovanile è un fenomeno largamente diffuso anche sulla nostra isola, ma le istituzioni non sembrano accorgersene. Accade oggi quel che accadeva ieri, e cioè che chi vuole vedersi riconoscere delle competenze, troppo spesso deve farlo altrove.»

La mostra è articolata in tre sezioni: l’esodo, il viaggio e gli approdi. Il visitatore può ripercorrere così le tracce lasciate dei nostri emigranti, da Ischia verso le Americhe. Abbiamo pensato a una narrazione che potesse coinvolgere, dando conto delle motivazioni che hanno spinto negli anni molti ischitani a muoversi per il mondo e sottolineando gli aspetti che rendono eccezionale il fenomeno ischitano rispetto a quello nazionale. Abbiamo cercato soprattutto di far parlare le immagini, molte delle quali provengono dall’archivio documentario di Domenico Jacono, tra i fondatori dell’associazione, selezionando le foto più significative in funzione del racconto.

C’è qualcosa di inedito, o poco conosciuto, sull’emigrazione degli ischitani che vorresti venisse fuori? Negli anni in cui, come associazione, ci siamo dedicati allo studio dell’emigrazione ischitana, lo sforzo è stato quello soprattutto di fornire un contributo alla storicizzazione del fenomeno, andando oltre gli stereotipi. C’è un elemento, approfondendo le tante storie di emigranti, che emerge e che mi piacerebbe fosse sottolineato: la grande mobilità degli ischitani dettata dall’intraprendenza, dalla curiosità, dalla volontà di migliorare le proprie condizioni economiche, e la capacità, soprattutto riguardo all’emigrazione dei pescatori, di esportare la propria sapienza tecnica, rinnovandola di volta in volta. Un’apertura verso altre realtà che contrasta con l’idea di un’isola chiusa nei suoi confini.

Dopo quella degli agricoltori, per le ben note vicende legate all’impossibilità sopravvenuta di vinificare, la seconda ondata di migrazione riguarda i pescatori. Perché e in cosa si differenziò dalla prima?

L’emigrazione dei pescatori assume in principio i caratteri della stagionalità. Le prime flotte, molto piccole, si muovono al seguito delle coralline di Torre del Greco verso le coste algerine. A Stora gli ischitani apportano un contributo notevole all’attività peschiera. Quando i primi emigranti scoprono il porto di San Pedro in California, trovano migliori condizioni di lavoro, al punto che molti di loro incominciano a richiamare le famiglie: l’emigrazione diventa, così, stanziale. Il fenomeno si ripete con caratteri simili anche in Argentina, soprattutto nella cittadina di Mar del Plata. Rispetto ai contadini, i pescatori conservano l’identità del proprio lavoro e costituiscono delle comunità riconoscibili.

Tra i luoghi familiari della sofferenza e l’arrivo nella terra sconosciuta della speranza, giace la vastità del mare. Cosa è rimasto maggiormente, di quelle traversate, nei ricordi di chi le ha affrontate?

Spesso il primo impatto con il Nuovo Mondo è il viaggio sul transatlantico. Fuori da ogni mitologia, la traversata si compie nel chiuso dei dormitori, con sporadiche occasioni di uscire sui ponti. Molti soffrono il mal di mare. In alcuni racconti c’è però anche la sorpresa e l’entusiasmo per la vita di bordo, per i rituali di una navigazione che è a esclusivo appannaggio dei passeggeri di Prima Classe. A partire dalla fine degli anni Trenta i servizi di bordo migliorano notevolmente anche per i passeggeri di Classe turistica e di Terza Classe. L’abbondanza di cibo offerta a bordo viene letta da molti come una promessa di benessere, che qualche volta poi risulta ingannevole.

C’è un oggetto, o una storia di ‘Pe’ terre assaje luntane’ a cui sei particolarmente legato e perché?

Personalmente sono legato a un opuscolo scritto da Onofrio Buonocore per celebrare i 150 anni della fondazione della Chiesa dell’Addolorata sull’Arso, a Ischia. A corredo, c’è un elenco degli emigrati ischitani con le relative offerte per la festa locale. L’idea di “Pe’ terre assaje luntane” è nata, ormai sedici anni fa, proprio scorrendo l’elenco di questi devoti d’oltreoceano.

Che rapporti esistono tra l’Associazione Ischitani nel mondo e le comunità di emigrati sparse nelle Americhe?

Con le comunità italoamericane di San Pedro in California e di Mar Del Plata e Buenos Aires in Argentina abbiamo rapporti continui e siamo stati presenti, in occasione dei vari gemellaggi istituiti nel corso degli anni, con le nostre mostre, anche se mai coinvolti direttamente dalle amministrazioni ischitane. Ci sono studiosi italoamericani che ci hanno sostenuto con le loro ricerche, in nome di uno spirito collaborativo che continuiamo ad alimentare con passione.

E’ in atto da qualche anno una ripresa dell’emigrazione giovanile dall’Italia, quindi anche dall’isola d’Ischia. Fino a poco tempo fa la Gran Bretagna era la meta preferita; ora, anche per via della Brexit, la Germania, l’Irlanda, la Spagna e perfino l’Asia sono diventante mete importanti. Cosa pensi di questo fenomeno?
L’emigrazione giovanile è un fenomeno largamente diffuso anche sulla nostra isola, ma le istituzioni non sembrano accorgersene. Accade oggi quel che accadeva ieri, e cioè che chi vuole vedersi riconoscere delle competenze, troppo spesso deve farlo altrove. La cosa personalmente non mi scandalizza, perché mi sembra sacrosanto che ci si sposti per realizzarsi dove ci sono condizioni più agevoli. Mi preoccupa invece il fatto che molti debbano emigrare per cercare lavoro, perché a Ischia il lavoro non c’è. E questo fenomeno è completamente fuori dal dibattito politico, dai convegni sul turismo, da qualunque riflessione da parte degli imprenditori locali. E tutto ciò è molto triste.
I Paesi del Mediterraneo hanno storicamente una cultura dell’accoglienza, dell’incontro, della solidarietà e della condivisione. Tutti i dati rilevati negli ultimi anni evidenziano che non c’è nessuna emergenza legata all’immigrazione, eppure cresce, a livello nazionale e per certi versi anche sul territorio isolano, l’ostilità e il rifiuto all’accoglienza del migrante. Vedono i migranti venire da noi e avere tutto ciò di cui hanno bisogno loro. Quasi dei privilegiati. E’ un’illusione ottica o una percezione di cui tenere comunque conto?

L’ostilità nei confronti dei migranti nasce, secondo me, come risposta a un malessere che forse è reale, ma che ha altre cause, altre origini. Trovo scellerata la propaganda portata avanti da una classe politica che non sa e non vuole interpretare la realtà, né si mostra capace di aprire delle prospettive. Ci sono principi, come quelli dell’accoglienza, intorno a quali non dovrebbero esserci divisioni. Spesso passa l’idea che la presenza di immigrati sulla nostra isola e la necessaria prospettiva di integrazione siano contrarie alla sbandieratissima vocazione turistica del nostro territorio. Onestamente mi sembra che siano ben altri i problemi che inficiano “l’immagine turistica”. Probabilmente sono un idealista, ma un luogo bello da visitare è un luogo in cui si vive bene, perché i servizi funzionano per tutti, perché il senso civico è pienamente acquisito.

La Mostra al Mann è un punto d’arrivo, sintesi di un tragitto che da 16 anni impegna l’associazione. Ci sarà una nuova edizione di ‘Pe’ terre assaje luntane’ o lo studio e l’analisi di questo fenomeno che ha interessato le comunità dell’isola d’Ischia troverà altre forme e altre strade?
La Mostra al Mann è un traguardo conseguito dopo anni di ricerche e di impegno, grazie a straordinari e pazienti compagni di viaggio come Maria Lauro, Mina Scotto, Domenico Jacono e Anna Maria Scotto, che cura la traduzione in inglese di tutti i nostri scritti. È un evento che si inserisce in un contesto di proficue collaborazioni coltivate nel tempo con istituzioni come il Centro Altreitalie, L’istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il Circolo Sadoul, e con studiosi come Maddalena Tirabassi e Giuliana Muscio. Ma è anche uno stimolo a fare meglio. Ci piacerebbe dare ulteriore visibilità alla mostra e coinvolgere le scuole. Nell’immediato futuro siamo impegnati in un progetto sull’emigrazione nel Mediterraneo, e in particolare sull’architettura navale, un progetto curato da prestigiose istituzioni universitarie. Speriamo di poter realizzare una nuova edizione della nostra manifestazione a settembre e di avere la serenità per poter programmare le nostre iniziative, ma non è semplice e risulta faticoso trovare interlocutori. Dopo sedici anni di attività, spesso è umiliante non vedere riconosciuti, sull’isola, i meriti di un lavoro che è esclusivamente basato sul volontariato culturale.

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