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PENSIERI IN LIBERTA’

DI GAETANO FERRANDINO

Anche stavolta è soltanto una sensazione, per quanto marcata. Anche stavolta è personale, come considerazione. Anche stavolta ho come l’impressione che una determinata vicenda sia stata condotta, in maniera pressappochistica, superficiale e magari pure premeditata (maledetti social network), su un binario morto, che certamente non era il suo. Il riferimento è alla questione dell’accattonaggio ed in particolare alla vicenda che ha visto due figli minori essere sottratti ad una donna rumena. Ancora una volta, così come già accaduto nel caso dei migranti, devo constatare che in pochi hanno saputo (o voluto, per essere proprio schietti) cogliere quello che era il vero nocciolo della questione. E così ecco chiunque a divertirsi con commenti di svariata natura e coloro che desiderano conquistarsi le “luci della ribalta” a sparare commenti e sentenze come se fossero coriandoli a carnevale.

Partiamo da un assunto: i soliti perbenisti, o finti tali, si son scandalizzati. Così termini come rom, rumeni, zingari, addirittura alcuni di questi nemmeno mai pronunciati dal mondo mediatico o dalle parti in causa, hanno finito per polarizzare l’attenzione. L’equazione matematica, davvero banale e scontata, è stata inevitabile: fossero stati italiani non avremmo ragionato alla stessa maniera. Conclusione disarmante, e non aggiungo altro per evitare di essere offensivo verso il prossimo. La verità, giusto per dircela tutta, è che l’operazione dei carabinieri e la successiva decisione adottata dall’autorità giudiziaria è una dinamica assolutamente ineccepibile. Perché se è vero, e nessuno si sogna di negarlo, che qui ci sono autorità competenti che forse avrebbero potuto svolgere meglio il proprio ruolo di sorveglianza, è altrettanto indubbio che siamo in presenza di una madre che non ha esitato per l’ennesima volta a mettere il figlio in mezzo ad una strada a chiedere l’elemosina vendendo corni portafortuna o altre cianfrusaglie. E questo, nonostante fosse stata deferita più volte all’autorità giudiziaria e messa in guardia sui rischi che correva anche come genitore esercitante la potestà sul bambino. Se poi qualcuno è convinto di poter fare i fatti propri sbattendosene delle leggi, allora poi c’è poco da lamentarsi che le cose vadano a finire in questa maniera. Ora, esposti i fatti in questa maniera, capirete come la nazionalità o l’etnia dei protagonisti di questa vicenda non c’entrino una bene amata mazza: fossero stati italiani, tedeschi, turchi, eschimesi o tailandesi, la conclusione sarebbe stata sempre la stessa, punto e basta.

Anche perché, contrariamente a quanto sostiene chi pretende pure di fare lo storiografo, in passato casi del genere – sia pure con modalità e tempistiche diverse – si sono già verificati dalle nostre parti. E non mi pare che ci sia stata la levata di scudi che si è registrata nell’occasione. Da genitore, lo dico sinceramente, sono il primo a sostenere che un figlio non debba mai crescere lontano dalla madre. Ma sostengo anche con forza che se la genitrice, invece che mandare il proprio pargolo a scuola, lo utilizza come fonte di reddito (ed a trent’anni si potrebbe tranquillamente provare a cercare un’occupazione, anche precaria o part time), allora credo che un paese civile abbia il dovere di essere dotato di un quadro normativo tale da intervenire col pugno di ferro. Ora probabilmente ci sarà un tribunale chiamato a pronunciarsi ma io pongo un quesito a tutti i commentatori della domenica: se i bambini tornassero dalla madre e lei, dopo lo scampato pericolo, finirebbe col reiterare per la centesima volta la sua condotta, posso chiedervi – di grazia – come la “mettereste a nome”?

gaetanoferrandino@gmail.com

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