CRONACAPRIMO PIANO

Perché i PM chiedono l’archiviazione bis

In 40 pagine Canale e Castaldo ribadiscono che è assolutamente impossibile attribuire responsabilità penali ai 14 indagati per la frana del 26 novembre 2022 arrivando a conclusioni diametralmente opposte a quelle formulate dal gip Marrone: resta la convinzione che nulla avrebbe potuto evitare quella tragedia

A distanza di oltre tre anni e mezzo dalla tragedia che il 26 novembre 2022 devastò Casamicciola Terme provocando dodici vittime, la Procura della Repubblica di Napoli torna a chiedere l’archiviazione dell’inchiesta. Una richiesta che arriva al termine di un nuovo e approfondito percorso investigativo disposto dal gip Nicola Marrone dopo il rigetto della prima archiviazione e l’iscrizione nel registro degli indagati di quattordici persone tra amministratori, tecnici e funzionari che negli anni hanno avuto ruoli nella gestione della macchina comunale e della protezione civile. I nomi sono quelli dell’ex sindaco Arnaldo Ferrandino, dell’ex commissario prefettizio Rosanna Gamerra, dell’ex sindaco Giovanni Battista Castagna, dell’ex assessore alla protezione civile Stanislao Senese, dei dirigenti e funzionari Paolo Feola, Ciro Liguori, Gaetano Grasso, Antonio Piro, Raffaello Russo, Vincenzo D’Andrea, Michele Maria Baldino, Agnese Cianciarelli, Aldo Saccone e Paolo Riccardo Formisano.

40 PAGINE E CONCLUSIONI OPPOSTE A QUELLE DEL GIP

La nuova richiesta firmata dai pubblici ministeri Mario Canale e Stella Castaldo si sviluppa lungo quasi quaranta pagine e rappresenta una risposta diretta alle osservazioni formulate dal gip nel dicembre scorso. Un documento che, pur prendendo atto delle indicazioni del giudice, arriva a conclusioni diametralmente opposte. Il cuore del ragionamento della Procura è racchiuso in una domanda fondamentale: quali comportamenti concreti avrebbero dovuto tenere gli indagati per evitare la tragedia del Celario? E soprattutto, è possibile dimostrare che quelle condotte avrebbero realmente impedito le dodici morti? Per i magistrati la risposta è no. La Procura ricostruisce innanzitutto il lavoro svolto negli ultimi mesi. Sono stati acquisiti nuovi documenti, ascoltati gli indagati, raccolte memorie difensive e approfonditi i due filoni indicati dal gip: il sistema di protezione civile e il tema degli abusi edilizi. Eppure, nonostante queste ulteriori verifiche, secondo i pm non è emerso alcun elemento in grado di sostenere un’accusa in giudizio. Uno dei passaggi più significativi riguarda proprio la gestione dell’emergenza e il piano di protezione civile comunale. Nell’ordinanza che aveva respinto la prima archiviazione, il gip aveva ipotizzato che una migliore pianificazione, l’aggiornamento degli scenari di rischio e procedure più efficaci avrebbero potuto consentire di allertare la popolazione e salvare delle vite. La Procura, però, sostiene che questo ragionamento non trovi conferma nelle risultanze investigative.

NESSUN PIANO AVREBBE EVITATO LA TRAGEDIA”

I magistrati ricordano che Casamicciola, negli anni successivi al terremoto del 2017, ha vissuto una situazione straordinaria. Gli uffici comunali erano ridotti all’osso, numerosi dipendenti erano andati in pensione, il Comune era alle prese con la ricostruzione post-sisma, con la gestione di migliaia di pratiche e, successivamente, con l’emergenza pandemica. Dalle dichiarazioni raccolte emerge il quadro di una struttura amministrativa costretta a operare in condizioni di continua emergenza. Lo stesso Baldino parla di una situazione nella quale «l’impulso ad effettuare politica tanto che il piano di protezione civile deve essere approvato dal consiglio comunale» si scontrava con «una gestione dell’attività amministrativa di fatto e i vertici dei vari uffici erano quasi sempre collaboratori esterni assunti per periodi molto limitati». Ma il punto decisivo, secondo la Procura, è un altro. Anche ammettendo che il piano di protezione civile avrebbe potuto essere aggiornato o migliorato, non è possibile dimostrare che ciò avrebbe evitato la tragedia. Nella richiesta si legge infatti che «non si può imputare sotto il profilo soggettivo la responsabilità di un evento senza individuare quali specifiche azioni avrebbero dovuto essere compiute» e soprattutto senza dimostrare che quelle azioni avrebbero impedito il verificarsi dell’evento. I magistrati dedicano ampio spazio anche all’analisi delle condizioni meteorologiche e alle conclusioni dei consulenti tecnici. Secondo gli accertamenti richiamati nel documento, la colata che travolse il Celario si sviluppò in tempi estremamente rapidi. Un dato che diventa fondamentale quando si affronta il tema dell’evacuazione. La Procura ricorda che i consulenti avevano già evidenziato come il superamento delle soglie pluviometriche utili a giustificare un’allerta operativa fosse stato registrato solo pochi minuti prima dell’innesco della frana principale. Un elemento che rende estremamente difficile sostenere che sarebbe stato possibile organizzare e completare l’evacuazione delle aree interessate. Sul punto i pm riportano anche le valutazioni di Luigi Grosso, coordinatore del presidio territoriale di protezione civile, secondo il quale il tempo necessario per una procedura di evacuazione sarebbe stato compreso tra trenta e quaranta minuti. Un intervallo temporale incompatibile con la rapidità con cui si svilupparono gli eventi del 26 novembre. Per questo la Procura arriva ad una conclusione molto netta: «anche se fosse stato in vigore un piano di protezione civile come quello attuale, non si sarebbe potuti stati in tempi per procedere ad una evacuazione dei soggetti destinatari».

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RESPONSABILITA’ PENALI SOLO RAGIONANDO COL SENNO DI POI

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Da qui la considerazione forse più forte contenuta nel documento. I magistrati sostengono che attribuire oggi responsabilità penali agli indagati significherebbe ragionare esclusivamente con il senno di poi. Scrivono infatti che «solo con un giudizio ex post si può affermare che dovessero essere poste in essere, prima di ogni altra, le azioni della disgrazia Cava Celario». Una frase che sintetizza perfettamente il ragionamento della Procura: oggi tutti sanno cosa accadde in quella notte, ma prima della tragedia nessuno disponeva di elementi tali da imporre quelle specifiche scelte.

IL CAPITOLO LEGATO AGLI ABUSI EDILIZI

L’altro grande capitolo riguarda gli abusi edilizi. Anche su questo fronte il gip aveva chiesto ulteriori approfondimenti, ipotizzando che la presenza di immobili realizzati o ampliati in aree a rischio potesse rappresentare un elemento decisivo nella catena delle responsabilità. La Procura, tuttavia, contesta questa impostazione. Per decine di pagine il documento analizza il quadro normativo relativo ai condoni edilizi, ai poteri di demolizione e alle competenze dei dirigenti comunali. La conclusione è che non esisteva alcun automatismo che imponesse l’immediata demolizione degli immobili coinvolti e che la normativa lasciava margini interpretativi e procedimentali incompatibili con l’individuazione di una responsabilità penale certa. I magistrati richiamano anche orientamenti del Consiglio di Stato e pareri specialistici per sostenere che la presenza di vincoli sopravvenuti non comportava automaticamente la demolizione degli edifici e che le procedure amministrative richiedevano valutazioni complesse e non sempre univoche. In sostanza, per la Procura non è possibile affermare che gli indagati abbiano omesso atti che erano obbligati a compiere né che eventuali demolizioni avrebbero modificato il tragico esito della frana. Nelle ultime pagine il documento assume toni quasi polemici nei confronti dell’impostazione seguita dal gip. I pm sottolineano che «è dubbio che le zone ad alto rischio frana e ad alto rischio idraulico del Comune di Casamicciola fossero più di una» e aggiungono che nessuno è stato in grado di indicare con precisione quali specifiche condotte avrebbero dovuto tenere gli indagati per evitare il disastro. È proprio questo il passaggio finale del ragionamento accusatorio. «Ed allora, per quali di essi il soggetto che codesto Giudice ha ritenuto di dover far iscrivere nel registro degli indagati dovevano compiere, prima di ogni altra, le azioni considerate doverose?». Una domanda che la Procura pone direttamente al gip e alla quale ritiene che le indagini non abbiano fornito una risposta convincente. Da qui la conclusione finale, inequivocabile: non esistono elementi sufficienti per sostenere l’accusa nei confronti degli indagati e, pertanto, il procedimento deve essere nuovamente archiviato. Una conclusione che certamente non chiude la vicenda giudiziaria. I familiari delle vittime hanno già annunciato battaglia e con ogni probabilità presenteranno una nuova opposizione. Ma il messaggio che emerge dalle trentanove pagine firmate da Mario Canale e Stella Castaldo è chiaro: dopo avere approfondito tutti i profili indicati dal gip, la Procura continua a ritenere che la tragedia di Casamicciola non possa essere ricondotta a responsabilità penali individuali dimostrabili in un processo.

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2 Commenti

  1. La disgrazia fu ch’eravamo in un luogo così solitario, ché se era in mezzo Milano, chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo (ALESSANDRO MANZONI)

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