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Perché le baby gang napoletane ci riguardano da vicino

Cercherò di dimostrare, nel giudicare il fenomeno delle baby gang, che sbagliano coloro che sottovalutano le analisi sociologiche e addebitano esclusivamente al circuito economico le responsabilità. Si dice: dateci più posti di lavoro che soppiantino l’assistenzialismo della camorra e libereremo ragazzi e giovani dal giogo della malavita. Non è così semplice: i baby criminali hanno provenienza da ceti sociali e livelli economici variegati. In mezzo a loro ci sono figli di emarginati, malavitosi, detenuti, ma anche di commercianti, professionisti, artigiani, non assillati dall’emergenza economica. Il minimo comune denominatore che li attraversa è un disinteresse per l’istruzione, per la formazione, per le relazioni umane. E’ quella “noia”, l’anaffettività, quell’indifferenza alla vita normale, è il desiderio di “spaccare”, di “scandalizzare” con atti violenti e senza senso. E’ l’”ospite inqueitante” (il nichilismo) che svuota, giorno per giorno, l’anima dei giovani. Il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, che ha inventato la definizione di “ospite inquietante”, con l’ultimo  suo libro “La parola ai giovani” reintroduce un filo di speranza, dimostrando che ci sono ragazzi e giovani che, nonostante tutto, non si rassegnano e reagiscono alla cloroformizzazione delle coscienze. E’ quanto sta accadendo a Napoli e dintorni. La città, come ha giustamente evidenziato anche il regista cinematografico Ozpetek, col film “Napoli velata”, è un mix di “Logos” e “Caos”, di ragione e sovvertimento, sapienza e follia, armonia e conflitto. Ma questa dicotomia non è peculiare di Napoli, tutta la vita è dialettica tra ragione e follia. Dov’è la differenza tra Napoli e altre realtà? Nel fatto che altrove il Logos, la ragione, ha comunque il primato, mentre a Napoli, in questo momento, prevale l’irrazionalità e la follia. Questa lotta per la vita è magnificamente spiegata nel libro “Il bisogno di pensare” del teologo-filosofo Vito Mancuso.

A meno che mi sia sfuggito qualcosa, non mi sembra che le istituzioni isolane e la società civile di Ischia si siano preoccupati, nella giusta misura, della brutta storia, proveniente dalla periferia napoletana, dell’escalation delle violenze di minori su altri minori o su altri soggetti deboli, come barboni o comunque emarginati. Ci si illude che il fenomeno riguardi esclusivamente Napoli e la sua peggiore periferia. Eppure, in estate, ci si lamenta dei guasti prodotti dalle “paranzelle”, anche nel nostro tessuto isolano. Ci si illude che la partita sia direttamente tra uno Stato che si decida a usare il pugno forte e le bande giovanili. “Deve intervenire Lo Stato” si eleva forte il grido e lo Stato, con il Ministro Minniti (buon ministro) interviene, inviando 100 poliziotti in più e definendo le azioni delle baby gang “azioni con modalità terroristiche”. Il Sindaco di Napoli, De Magistris ha criticato la definizione “terrorismo”, in quanto finisce con l’esaltare ancor più le scorribande giovanili, e galvanizzare i giovani gettando olio sul fuoco. . A parte il fatto che De Magistris deve fare di più, in quanto Sindaco di Napoli ma anche Capo della Città Metropolitana, per il resto ha ragione: l’escalation è fomentata dalla risonanza mediatica che si dà al fenomeno, che non è affatto nuovo, ma dura da almeno 20 anni.

E qui si pone un primo serio problema: come conciliare il diritto di cronaca con la necessità di non esaltare i misfatti delle baby gang, che vengono compiuti essenzialmente per rimarcare la loro “volontà di potenza”, di dominio su altri soggetti, assolutamente incolpevoli e colpiti a caso. Senza il ritorno mediatico, le baby gang avrebbero minore interesse a compiere le gratuite violenze. In questo senso, nella vecchia diatriba tra il Sindaco De Magistris e lo scrittore Roberto Saviano, confesso di trovare maggiori ragioni nella teoria del Sindaco. Saviano dice che è assurdo condannare la “rappresentazione artistica della realtà” anziché agire sulla realtà dei fatti. Ma, trattandosi di una persona intelligente, anche Saviano sa che la letteratura, ma soprattutto le immagini televisive, in una società molle, facilmente permeabile, essendo poco protetta da una solida corteccia culturale che non c’è, hanno un impatto devastante. La conseguenza più innocua è quando i ragazzini si limitano a vestire, tagliare i capelli, usare un linguaggio simile a quello dello sceneggiato televisivo. Quella peggiore è quando imitano il branco e mettono in atto le stesse azioni scellerate. Ma al di là della mia opinione, la maggior parte dei concetti espressi sono scritti anche nel Rapporto della “Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa” istituita presso il Miur, coordinata dal maestro Marco Rossi Doria. Ha spiegato, poi, la sociologa Chiara Saraceno che le aggressioni perpetrate da minori sono modi di dimostrare la propria superiorità ai coetanei e di reagire contro gli adulti che hanno ignorato la loro esistenza e i loro bisogni.

Il Rapporto della Cabina di regia, dice anche che il sistema di istruzione ha fallito anche per la pretesa di dare risposte per tutti, quando invece necessiterebbe di risposte articolate ed individuali,trattandosi di minori con particolare disagio sociale, familiare, ambientale. Ancora, si commette l’errore di far affluire i fondi del neo-istituito Fondo per la povertà educativa su situazioni sperimentali frammentate, quando sarebbe più saggio e produttivo convogliarli sulle decine e decine di iniziative di base, avviate da maestri di strada, preti dediti al sociale di quartiere, centri di aggregazione su basi volontarie .Solo dopo un arricchimento del sistema formativo complesso (dal sistema scolastico alla rete di aggregazione e coesione sociale) viene il discorso della rivisitazione della legislazione per minori, del sistema carcerario minorile, dell’abbassamento dell’età della responsabilità penale, della certezza della pena, ad evitare che i minori che delinquono, lo facciano con impudenza e atto di sfida, percependo la sensazione di impunità. Detto questo, perché temo per Ischia? Per motivi evidenti, come gli attacchi che già da molti anni vengono effettuati ad esempio agli aliscafi a Mergellina e ai turisti in procinto di imbarcarsi, come le scorribande di fine estate a Ischia, con danni seri a esercizi commerciali, vetrine, tavoli e sedie di locali, spiagge ed altro. Ma questo è ancora niente e riguarda l’ordine pubblico. Quel che è peggio è il pericolo dell’effetto imitazione. A Ischia non c’è dispersione scolastica come a Napoli, sono pochi i nuclei familiari in condizione di estremo disagio sociale e di subcultura. Però, resta la fragilità psicologica di molti ragazzi, che – soprattutto in estate – possono cadere negli stilemi importati dalla città, nei miti della ricchezza facile, nei modelli comportamentali che spingono a delinquere o nel consumo di droga, nello spaccio (quante volte la polizia ha scovato nostri ragazzi , coinvolti in intrecci di traffico con pregiudicati giovanissimi della periferia napoletana?). E allora, se è vero questo pericolo di contaminazione, cosa possiamo fare in concreto?

Non ci sono scorciatoie: più scuola, più cultura, più famiglia, più centri di aggregazione, più sport (ma che sia autenticamente dilettantistico, non come avviene oggi che viene esasperata l’idea di successo, della carriera, della ricchezza, della rivalità e del raggiungimento degli obiettivi ad ogni costo). Il successo, il professionismo, la ricchezza, non devono essere esclusi dall’orizzonte giovanile, ma non può essere la motivazione dominante del loro pensiero. Chiudo con una citazione di un passo di un articolo di Roberto Saviano, dal titolo: “La violenza dei ragazzi dimenticati”: << Una delle madri in eterna fila per vedere suo figlio in carcere, disse “ il mondo è uno straccio bagnato. Se lo si strizza, escono questi ragazzini. Sono o’ risultat di questo mondo ‘e mmerd che abbiamo creato>>. Io spero fortemente che Ischia, ma anche Napoli dalla quale dipendiamo e non possiamo in alcun modo staccarci, abbia sempre uno straccio bagnato nuovo e pulito e che da esso, anche strizzandolo, non escano più ragazzi dimenticati.

Franco Borgogna

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